Vicino Times Square, a Manhattan, non molto distante dalla Public Library e all’intersezione con Broadway corre la 42ma strada, luogo a metà fra immaginario e cronaca di una New York che con il grande schermo ha sempre intrattenuto un rapporto simbiotico. Per come i film ne hanno nutrito la spinta iconica, la volontà di essere il centro dell’immaginario metropolitano delle grandi narrazioni all’occidentale (dai film noir ai fantasy con King Kong e i Ghostbusters). E perché in quei pochi isolati la presenza massiccia di sale cinematografiche e grindhouse ha finito nei decenni per definire una mitologia urbana e cinefila, quella del luogo per eccellenza in cui vedere film senza soluzione di continuità, in particolare se amanti delle sensazioni forti. C’è anche un altro aspetto da considerare: la 42ma strada è uno dei luoghi simbolo per capire le trasformazioni di una città che negli ultimi decenni è passata dall’essere metropoli decadente, malfamata e simbolo della crisi economica dei Settanta a luogo per famiglie dopo il pugno duro dell’amministrazione Giuliani nei Novanta. Con quella reputazione è cambiata la strada, non più coacervo di spacciatori e proiezioni di titoli estremi per pochi temerari, ma luogo attrattivo in cui dominano i blockbuster disneyani; ed è cambiata la mitologia che le ruota attorno: Manhattan non è più la prigione da cui fugge Jena Plissken, ma il luogo in cui gli Avengers ricacciano indietro i cattivi trovando le proprie motivazioni di squadra.

 

 

 

Così, per una nuova realtà che si instaura, un’altra è ora oggetto di riscoperta nostalgica, da parte di chi nella “quarantaduesima strada” ci è cresciuto e ha formato il suo gusto cinefilo, finendo poi per diventare parte di quel sistema onnivoro che necessitava di film a getto continuo per “nutrire” le programmazioni non stop fatte di double e triple bill. Gente i cui nomi sono anch’essi oggi sfumati nel culto per pochi, insieme a quelle sale malridotte ma inarrestabili e alle insegne al neon che hanno costruito esse stesse l’iconografia di film come Un uomo da marciapiede o Basket Case (e il range che due titoli così descrivono non è assolutamente casuale). Il documentario 42nd Street Memories di Calum Waddell parla proprio di questo, di un luogo che è diventato patrimonio della memoria e testimonia un rapporto sacrale con la sala, ma al contempo anche parecchio smitizzante: nei cinema della 42ma si poteva infatti vedere di tutto, sullo schermo e in sala. Ci si poteva imbattere in spacciatori che vendevano la roba ai clienti, avventori in cerca di sesso, barboni che vi si rifugiavano per dormire mentre la tappezzeria ammuffiva e, a corollario, c’era la proiezione del film. Pellicole, si badi, che spesso erano proiettate solo lì, in un ordine a tratti casuale, con proiezioni continue ma riservate a pochissimi giorni, dove il cinema di genere italiano o giapponese si affiancava a titoli d’essai provenienti dall’Europa. Una sorta di terra di nessuno, dove la deregulation sfrenata faceva rima con un ampio ventaglio di possibilità e testimoniava la centralità della sala cinematografica nella creazione di un gusto alternativo ai grossi circuiti. Per ricostruire l’epoca interessata (con particolare riferimento al periodo tra la fine degli anni Sessanta e i primi Ottanta) Waddell usa così la formula delle interviste ai “superstiti”, come le attrici Veronica Hart (attiva nel porno dei primi Ottanta), Lynn Lowry (vista ne Il demone sotto la pelle o La città verrà distrutta all’alba) e Debbie Rochon (uno dei nomi di punta della Troma); oppure ancora i registi Richard W. Haines (Splatter University), Frank Henelotter (Basket Case, Brain Damage), Jeff Lieberman (I carnivori venuti dalla savana) e i più noti Larry Cohen, William Lustig, Lloyd Kaufman della già citata Troma e il sempre disponibile Joe Dante. Il tutto senza dimenticare anche produttori come Matt Cimber (Lady Cocoa), tanto per coprire tutto il range, dai fruitori ai creatori dei titoli da 42ma.

 

 

Seguendo la classica struttura del “talking heads documentary”, la narrazione vive dei resoconti e delle impressioni delle varie personalità, da chi è arrivato a Manhattan da spettatore e ha poi finito per avere le prime dei suoi film nella 42ma, seguendo una procedura “emozionale” che mira a immergere lo spettatore nel calore nostalgico di un’epoca perduta. Stupiscono in particolare tanto la veemenza “difensiva” di un Henenlotter che loda a oltranza il periodo aureo della 42ma, quanto la lucidità di un Lustig che riconosce come quella dinamica così ferocemente decadente e autodistruttiva già covasse in sé i semi della metamorfosi che sarebbe poi arrivata nell’epoca Giuliani. Di certo la visione del film resta una testimonianza completa per capire lo scivolamento progressivo del cinema ai lati dell’immaginario metropolitano, oggi che le strutture tendono sempre più a dislocarsi negli asettici multiplex. Ed è importante la visione in Dvd, perché coerente con l’altra trasformazione che, alla fine degli anni Ottanta, ha visto il “filone 42ma” reinventarsi nel mercato dell’home video. D’altra parte a distribuire c’è Home Movies, ora diventata una collana di DigitMovies, che ha acquisito il catalogo passato e adesso produce e distribuisce quello presente. Un marchio che attraverso i titoli Freak Video e Thunder Video sta fornendo nuova linfa a quel cinema liminare: la visione del documentario diventa così anche un’occasione di dialogo fra i titoli del suo catalogo, segno che il cinema della 42ma continua a “infettare” sanamente l’immaginario cinefilo. Da affiancare idealmente al documentario American Grindhouse, di Elijah Drenner, ancora inedito in Italia e che speriamo sia recuperato presto.

 

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