Per Cornel West: “Angela Davis è tra i pochi grandi intellettuali al mondo che combattono instancabilmente per la libertà. Dai movimenti rivoluzionari di massa degli anni Sessanta ai movimenti sociali che insorgono ai nostri giorni, Angela Davis ha sempre mantenuto saldo il proprio impegno verso i dannati della terra”. Per seguire l’evoluzione del suo pensiero c’è La libertà è una lotta costante – Ferguson, la Palestina e le basi per un movimento (Ponte alle Grazie pagine 192, euro 14,90). Non è un saggio, ma una raccolta di interviste, discorsi, interventi che hanno un punto di contatto: tutte le lotte di liberazione sono interdipendenti, da quelle che prendono a oggetto le discriminazioni di classe, di genere, di razza, in base alla nazionalità, all’orientamento sessuale o alle abilità fisiche e mentali, fino all’ambientalismo e persino all’animalismo. Detto in una parola si tratta di intersezionalità, cioè:”è impossibile raccontare davvero quella che si ritiene la propria storia senza conoscere le storie degli altri. E spesso scopriamo che le storie degli altri in definitiva sono le nostre».

 

 

 

Per gentile concessione di Ponte alle Grazie proponiamo un capitolo di La libertà è una lotta costante.

 

Da Michael Brown ad Assata Shakur, perdura lo Stato razzista d’America

Nonostante la violenza razzista di Stato sia un tema costante nella storia di chi, in Nord America, ha origini africane, ha assunto un particolare rilievo durante l’amministrazione del primo presidente afroamericano, la cui elezione è stata interpretata quasi ovunque come foriera dell’avvento di una nuova era post-razziale.
Il fatto puro e semplice che la polizia persista a uccidere giovani neri contraddice la convinzione secondo cui si tratterebbe di aberrazioni isolate. Trayvon Martin in Florida e Michael Brown a Ferguson, in Missouri, rappresentano solo i due casi più noti dell’enorme quantità di neri uccisi, durante l’amministrazione di Obama, dalla polizia o dai vigilantes. E questi ultimi, a loro volta, rappresentano il flusso ininterrotto di violenza razzista, sia ufficiale sia extralegale, che va dalle pattuglie di schiavisti e dal Ku Klux Klan, al metodo attuale della profilazione razziale e alle operazioni dei vigilantes dei nostri giorni. Più di trent’anni fa, Assata Shakur ottenne l’asilo politico a Cuba, dove da allora vive, studia e lavora integrandosi in modo operoso nella società. Negli Stati Uniti Assata è stata più volte incriminata ingiustamente durante gli anni Settanta. e diffamata dai mezzi d’informazione. L’hanno definita in termini sessisti come «la chioccia» dell’Esercito Nero di Liberazione, che a sua volta veniva raffigurato come un gruppo dalla vocazione insaziabilmente violenta. Inserita dall’FBI nella lista dei dieci più ricercati, è stata accusata di rapina a mano armata, rapina di banche, sequestro di persona, omicidio, e del tentato omicidio di un poliziotto. Nonostante abbia affrontato dieci procedimenti legali distinti, e fosse stata già dichiarata colpevole dai mezzi d’informazione, tutti i processi, tranne uno – il caso relativo alla sua cattura – si sono conclusi con l’assoluzione, la sospensione del verdetto per mancata unanimità della giuria, o il proscioglimento. In circostanze perlomeno discutibili, infine, è stata condannata per complicità nell’omicidio di un agente della polizia di Stato del
New Jersey.

 

Quarant’anni dopo la prima campagna scagliata contro Assata, l’FBI ha deciso di demonizzarla ancora una volta. L’anno scorso, ricorreva il quarantesimo anniversario della sparatoria sull’autostrada del New Jersey durante la quale venne ucciso l’agente di polizia di Stato Werner Foerster, Assata è stata solennemente inserita dall’FBI nella lista dei dieci terroristi più ricercati. A molti questa mossa dell’FBI è apparsa curiosa e incomprensibile, sicché viene spontaneo domandarsi: che interesse potrà mai avere l’FBI nello schedare una donna nera di sessantasei anni (e che ha trascorso gli ultimi trentacinque anni conducendo una vita irreprensibile a Cuba) insieme ai terroristi più pericolosi del mondo – a farle spartire la lista con individui le cui azioni presunte avrebbero provocato attacchi militari contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Siria? Si potrebbe rinvenire una risposta parziale – e forse persino determinante – nell’ampliamento semantico della definizione di «terrorismo», da un punto di vista spaziale e temporale. Dopo che il governo sudafricano e segregazionista ha bollato Nelson Mandela e il Congresso Nazionale Africano come «terroristi», si è fatto un ampio uso del termine per indicare gli attivisti del movimento di liberazione afroamericano negli Stati Uniti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta.

 

La retorica del presidente Nixon improntata a ordine e legalità comportava la stigmatizzazione come terroristi di gruppi analoghi al Partito delle Pantere Nere, e io stessa venni identificata in modo simile. Ma è soltanto da quando George W. Bush ha proclamato la guerra globale al terrorismo, all’indomani dell’11 settembre 2001, che i terroristi hanno finito per incarnare il nemico universale della «democrazia» occidentale. Muovere accuse retroattive nei confronti di Assata Shakur per un presunto complotto terroristico contemporaneo significa accostare alla «violenza terroristica» quanti hanno ereditato il suo lascito e si identificano oggi con la lotta incessante contro il razzismo e il capitalismo. Per di più, l’anticomunismo storicamente diretto contro Cuba, dove vive Assata, è stato accostato pericolosamente all’antiterrorismo. Il caso dei Cinque Cubani  (ndr I Cinque Cubani erano stati condannati per spionaggio e cospirazione. Secondo il governo cubano si sarebbero invece limitati a sorvegliare gli esuli cubani negli Stati Uniti con lo scopo di scongiurare attacchi terroristici) è esemplare a questo proposito. Il ricorso alla «guerra al terrorismo» per dare una definizione ampia del progetto della democrazia occidentale del XXI secolo serve a giustificare il razzismo anti-musulmano; legittima inoltre l’occupazione israeliana della Palestina; ridefinisce la repressione degli immigrati; porta indirettamente alla militarizzazione dei dipartimenti di polizia locale di tutto il Paese. I dipartimenti di polizia – compresi quelli presenti nei campus di college e università – hanno acquisito un surplus di dotazioni militari dalle truppe impegnate nelle guerre in Iraq e in Afghanistan grazie al programma risorse in eccesso del Dipartimento della Difesa [Defense Excess Property Program]. Così, in reazione alla recente uccisione di Michael Brown da parte della polizia, i manifestanti che hanno affrontato la violenza razzista delle forze dell’ordine si sono ritrovati di fronte ad agenti in tuta mimetica, muniti di armi militari e alla guida di mezzi corazzati.

 

 

La reazione globale all’uccisione di un adolescente nero da parte della polizia in una cittadina del Midwest mostra che si sta sviluppando una coscienza riguardo alla persistenza del razzismo negli Stati Uniti in un’epoca che ne dovrebbe segnare il declino. Il lascito di Assata rappresenta un mandato per intraprendere battaglie antirazziste più ampie e tenaci. Nell’autobiografia pubblicata quest’anno, evocando la tradizione di lotta radicale afroamericana, Assata ci chiede: «Portala avanti [la tradizione nera]. // Trasmettila ai bambini./ Trasmettila. / Portala avanti […] / FINO ALLA LIBERTÀ!»

Pubblicato per la prima volta sul Guardian il 1° novembre 2014.

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