Dopo una corposa carriera come regista di videoclip musicali, Francesco Lettieri scende in campo, cinematograficamente parlando, dirigendo il suo primo lungometraggio che, a sua volta, racconta di un altro campo, quello calcistico. Un manto di erba soffice e verde che non verrà mai inquadrato dalle sue cineprese perché, come suggerisce il titolo del film, l’occhio della narrazione è attirato esclusivamente dai tifosi sugli spalti, coloro i quali, ogni maledetta domenica (come diceva Oliver Stone nel suo celebre lavoro del 1999) si recano sui gradoni degli stadi di tutta Italia. Si tratta di una funzione religiosa, di un rito a cui bisogna prendere parte. Non è un caso, quindi, che Ultras si apra e si chiuda proprio in chiesa, a sottolineare la sacralità di una certa mentalità, di una passione che ha dell’irrazionale, di una fede incomprensibile ai più ma necessaria per chi la pratica. Nella comunità ultras le dinamiche sono precise e ferree: il concetto di gruppo, il branco, l’importanza della partita vissuta in prima linea, allo stadio oppure in diretta radiofonica (guai a vederla in televisione, il cancro che ha consegnato il calcio al dio denaro), l’appartenenza a dei colori e a una bandiera che diventano la ragione di vita per la quale è doveroso combattere, la gerarchia piramidale con i senatori più esperti e attempati intenti a prendere decisioni e i legionari più giovani e sprovveduti a sporcarsi le mani, l’ossessione per la precisione di striscioni o coreografie, la voglia di mettersi in mostra e scalare i vertici del tifo per realizzarsi e di conseguenza colmare una lacuna affettiva e di valori che il mondo, quello al di fuori dello stadio, non è in grado di offrire.

 

 

Tutti elementi che Ultras mostra e usa a corredo della propria storia, un “classico” cammino di formazione dettato dall’incontro tra un giovane che vuole emergere e vede nel branco la sua nuova famiglia e una colonna della tifoseria costretta al daspo e che quindi torna ad abbracciare una vita più comune. Lettieri vuole bene ai suoi personaggi, li segue, li scruta e dimostra di saper scavare a dovere nelle emozioni che questi vivono minuto dopo minuto. Il rapporto che si crea tra Sandro e Angelo è ovviamente il tipico rapporto tra padre e figlio, uniti dalla loro nuova “famiglia” ben più solida di quella biologica. Tutto torna, insomma. Quello che però lascia oggettivamente più freddi è la scelta del contesto narrativo. Ultras funziona molto meglio, e risulta decisamente più interessato, quando esplora le dinamiche personali dei personaggi. Eppure, a cominciare dal titolo, il mondo di partenza è proprio quello della tifoseria organizzata che invece emerge semplicemente come sfondo narrativo. Se è più che apprezzabile la scelta di non mostrare mai il campo, di non citare mai il nome della squadra di appartenenza (anche se chiaramente il Napoli è più che riconoscibile), di non fare riferimento ad alcun campionato di calcio in particolare e quindi adottare un contesto il più universale possibile, ciò di cui si sente la mancanza è un’analisi più puntuale sul movimento in sè. Di spunti e dinamiche interessanti ce ne sarebbero in abbondanza, eppure il film preferisce abbozzarle o toccarle solo di striscio. Per questo motivo alcuni meccanismi e situazioni risultano troppo stereotipati e meno incisivi di quanto dovrebbero (soprattutto nel climax finale girato a Roma). Peccato, sarebbe stato davvero un esordio coi fiocchi, ma possiamo comunque anche accontentarci così.

 

Scrivi