«La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie». Così sosteneva Albert Einstein in Il mondo come io lo vedo nel 1931 e questo deve essere stato il principio che ha ispirato gli sceneggiatori Antonio De Luca e Dario Tiano e il regista Claudio Bozzatello nel realizzare la divertente miniserie Chi ha paura del dottor Kramer? realizzata nel pieno della fase 1 e con il rigoroso rispetto delle misure imposte dal lockdown. Quattro attori (Gloria Anselmi, Stefano Chiodaroli, Alfredo Colina e Francesco Foti) e uno spettacolo teatrale, Giulia e gli altri, costretto a morire per decreto, un manager poco attento (Tony Rucco), l’italica arte di arrangiarsi e reinventarsi (attraverso televendite, corsi di recitazione o di cucina online). Come se non bastasse il passato ritorna portando liti e rotture al punto che cavalcare la follia appare, forse, la sola possibilità di uscirne…Realizzata in tempi strettissimi (le riprese sono finite il 4 maggio, data di inizio della fase 2), a costo zero e già pronta per essere vista, è la dimostrazione che si può reagire al vuoto istituzionale che ha caratterizzato la fase dell’emergenza. L’abbiamo vista in anteprima e abbiamo incontrato i tre autori.

 

 

Com’è nata l’idea?

Antonio De Luca (ADL) All’inizio dell’emergenza con Claudio ci eravamo fatti coinvolgere nel progetto di raccolta di storie individuali sul CoronaVirus, una sorta di videodiario su come gli italiani trascorrono la cattività. Poco tempo dopo è venuto fuori che Salvatores e Muccino stavano lavorando a un progetto simile e quindi abbiamo deciso di lasciar perdere. Poi, non avendo niente da fare, se non la spesa, ho pensato che mi sarebbe piaciuto – ma non sapevo ancora in che modo – raccontare una storia che avesse il CoronaVirus, la cattività e il decreto come sfondo, che non fosse un racconto di quella cosa, ma che quella cosa scatenasse la storia. Quindi ho chiuso i contatti per un periodo, mi sono messo a scrivere ed è venuta fuori una storia incentrata su quattro attori, amici anche nella vita.

 

Quando hai iniziato a scrivere avevi già in mente chi avrebbe interpretato i vari personaggi?

ADL Sì, per una questione di velocità è molto più semplice per me pensare alle possibilità che attori con cui avevo già lavorato mi davano e non lavorare su una storia e poi cercare gli attori come si fa tradizionalmente. Il primo che ho chiamato è stato Stefano Chiodaroli, un comico che è anche un amico. Avevo scritto solo una cartella e non so su che base, Stefano ha detto: «Mi piace, hai centrato perfettamente alcune cose che mi riguardano». Con questa adesione sono andato avanti e ho scritto quello che nella mia testa doveva essere un lungometraggio pensando al resto del cast: Francesco Foti che ormai è uno sdoganatissimo attore di fiction di serie A con cui avevo già lavorato, Alfredo Colina che ho conosciuto negli ultimi anni, lavorando in tv soprattutto con la Gialappa’s, Tony Rucco, Gloria Anselmi… A quel punto avendo il cast e una bozza che è rimasta tale finché non abbiamo girato e adattato le scene, ho chiamato Claudio e gli ho raccontato l’evoluzione di quel che poteva essere l’idea. Con lui poi abbiamo messo a punto tecnicamente le ipotesi di realizzazione… Ho coinvolto nella scrittura e rielaborazione Dario, autore e collega, ma soprattutto amico da più di vent’anni ed è partita così.

Dario Tiano (DT) Io sono arrivato in una fase un po’ avanzata, Antonio mi ha mostrato le prime tre scene, chiedendomi un parere più amichevole che professionale, in quella fase non avevamo ancora idea se la cosa sarebbe andata avanti, se avremmo collaborato. Poi mi ha chiesto di partecipare al progetto, si è messo a scrivere, pensavo mi mandasse qualche altra scena, invece, preso dal filone giusto, ha silenziato per qualche giorno in più e poi si è rifatto vivo con la sceneggiatura completa che ho letto d’un fiato e dalla quale sono partiti ragionamenti più mirati. A quel punto il progetto c’era, sicuramente il mio è stato un ruolo privilegiato perché ho potuto guardare le cose dall’esterno, dare suggerimenti che sono stati accolti. C’è grande sintonia: Claudio l’ho conosciuto in questa esperienza e mi sono trovato benissimo, con Antonio ci conosciamo da 25 anni, dai tempi del cabaret, ma non eravamo mai riusciti a lavorare insieme. Ci capiamo al volo e penso sia dovuto al fatto che più o meno abbiamo lo stesso gusto, uno stesso modo di pensare, uno stile simile anche nella scrittura…

 

 

Che periodo era?

ADL Eravamo a fine marzo, inizio aprile, in piena fase 1 e ci siamo detti che aveva senso realizzarlo in quel momento preciso perché solo così saremmo riusciti a dare quella aderenza e quella coerenza al racconto che sono fondamentali.

 

Parliamo di come è stato girare a distanza…

Claudio Bozzatello (CB) Abbiamo iniziato a reperire le location collegandoci con gli attori via Zoom e loro con il telefono ci portavano a vedere la casa in cui vivono, individuando così i punti dove girare le scene. Durante le riprese ognuno di loro era collegato con noi in videochiamata attraverso il computer e avevo chiesto loro di scocciare il telefono sul monitor, in modo tale che potessero seguire le battute degli altri attori e, nel frattempo, essere ripresi dal telefonino perché la qualità della videochiamata non è il massimo. Io registravo anche in Zoom sia per avere del materiale, sia per avere una traccia di quello che si era registrato. Gli attori davano un ciak iniziale con il numero della scena in modo tale che, a fine giornata, potessimo avere tutte le scene separate. Con Dario e Antonio seguivamo le riprese, qualora ci fossero cose da rifare le si rifaceva, si davano indicazioni. Prima di girare gli attori mi facevano vedere l’inquadratura perché io vedevo quella su Zoom che non era la stessa, quindi controllavo che la luce fosse decente, l’esposizione, il suono, che non ci fossero rumori e poi giravamo. Iniziavamo verso le 10 del mattino e andavamo avanti fino alla sera alle 8. È stato così per una settimana e abbiamo portato a casa 90 minuti di girato buono.

 

 

Quando avete deciso che anziché un film avreste fatto una serie?

CB Abbiamo finito di girare il 4 maggio e subito siamo partiti con il montaggio di cui ci siamo occupati io e Antonio, ognuno a casa propria, a Dario mandavamo le cose, sentendoci e discutendo su dettagli fondamentali… Rivedendo il girato e iniziando a montare ci siamo resi conto che il respiro era più quello della serialità, una miniserie di 4 episodi, da 20 minuti l’uno.

DT Avendo io un limite tecnologico, non sono come loro anche un montatore, non so usare i programmi, ho più quella ingenuità del ragazzino che ancora sogna e chiede le cose impossibili… come in genere fa il committente con il pubblicitario, per rompere le scatole però, magari, alza un pochino l’asticella e porta uno stimolo in più.

 

C’era un margine di improvvisazione per gli attori?

ADL Un po’ sì nel senso che ragionando con i tempi di un’epoca normale, penso a cinque-sei mesi fa, il testo che ho scritto avrebbe avuto bisogno di una riscrittura, di una riflessione, di prove su prove… sto parlando di settimane, se non di mesi. Nel momento in cui lo script è stato condiviso ed è stato in qualche modo approvato – piaceva agli attori, piaceva a Claudio e Dario -, siamo partiti subito. Ci sono stati alcuni giorni di prove, la ricerca artigianale di location all’interno delle case, i costumi che poi erano i vestiti degli attori… C’è stata un po’ di improvvisazione e di correzione strada facendo di alcune cose anche perché l’eco dell’esterno si faceva sentire.

 

 

La vostra è stata una risposta fattiva in un momento di abbandono totale da parte delle istituzioni…

ADL Sì, da quando è partita la fase 1 non si fa – giustamente – che lamentarsi soprattutto per quelli che lavorano nel nostro settore, ma bisogna tener conto, come dicono tutti e nessuno sa come, che cambierà tutto. Lo vediamo già adesso: la televisione ha sdoganato una tecnologia come Skype o Zoom che solo tre mesi fa era impensabile, se proponevi un collegamento così ti defenestravano, adesso invece ci fanno il concerto del primo maggio. E lo stesso vale per il cinema. Daniele Vicari sta girando un film in questo modo e sembra un pioniere…

 

 

Bilancio di questa esperienza?

CB È stata sicuramente anomala, ma molto divertente. E a costo zero. L’unica spesa sono stati 16,99 € per l’estensione a Zoom senza limiti, tutti gli attori si sono prestati gratuitamente…

DT L’aspetto extra artistico che credo sia un valore aggiunto altissimo di questo progetto è che un’idea buona la si può avere, ma averla con il tempismo giusto, scegliendo le persone giuste, è quello che ti fa partire dall’idea e arrivare al prodotto perché sennò rimane su carta. In questo Antonio è stato bravo, oltre che nell’avere l’idea, nel creare il gruppo sia per chi c’era dietro ma anche per chi c’era davanti alle camere. L’altro aspetto interessante sta nell’aver costruire un metodo di lavoro completamente nuovo e diverso che ci ha permesso di divertirci e sperimentare. E anche gli attori ne sono usciti arricchiti perché si sono dovuti pulire dal divismo – non è il loro caso, ma parlo in generale. L’attore è abituato ad avere il truccatore, chi lo veste, chi lo coccola, chi gli fa trovare la frutta in camera… Invece qui erano con i loro vestiti, nelle loro case, con i loro limiti e alle volte con il segnale del Wi-Fi che non prendeva e quindi si sono tolti un po’ la corteccia dell’attore ed è emerso maggiormente il vero di ognuno loro e questo ha aiutato.

 

Le quattro puntate potrebbero essere un punto di partenza per allargare l’orizzonte.

ADL La serialità si presta assolutamente, può continuare… Cosa faranno Chiara, Antonio, Giorgio, Valentino e il loro manager dopo il lockdown? Ci si potrebbe affezionare a questi personaggi e approfondire la loro storia…

 

 

 

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