La dichiarazione d’intenti di Christmas Evil è chiara sin dal prologo con i bambini che vedono scendere Babbo Natale dal camino, in un clima di letizia, magia e sense of wonder. Due minuti chiusi simbolicamente dal fuggevole e distratto sguardo in camera del protagonista Harry, che aprono poi al rovesciamento della prospettiva sin lì osservata: Babbo Natale è in realtà una persona umanissima (presumibilmente il padre della famiglia) e vittima degli impulsi carnali che lo spingono a carezzare lascivo la gamba della madre, non visto dai piccoli. Il piccolo Harry però è lì, vittima della sua curiosità, e scopre la realtà al prezzo di uno shock emotivo che inciderà profondamente sulla sua vita futura. Sembrerebbe il classico presupposto per ogni slasher che da Halloween in poi collega ricordi traumatizzanti alle ricorrenze festive, ma in realtà l’incipit di Christmas Evil (uscito nel 1980) vuole soprattutto mettere in campo una visione fortemente soggettiva rispetto a un mondo sempre attraversato da una forte doppiezza. Così, Harry diventa il nostro alter ego, e crescendo lotta pervicacemente per preservare una purezza del Natale assecondata dalla prassi delle città addobbate e dei doni prodotti a catena di montaggio nell’azienda in cui lavora – per inciso, quella del produttore Richard R. Pressman, che alle spalle aveva già le prime opere di Brian De Palma, giusto per rimanere in termine di complessità e protagonisti soggiogati dal tema del doppio. Ma, allo stesso tempo, il povero Harry deve vedersela con il cinismo imperante dei colleghi e la condiscendenza del fratello Philip, che lo ospita per la festa del Ringraziamento suo malgrado.

 

Nel mentre, il trauma scava in una psiche che fatica a trovare il suo equilibrio fra l’età adulta e l’infanzia, tra l’amore per Babbo Natale e la voglia di essere lui, fra il desiderio di esaltare lo spirito natalizio al suo meglio e di distorcerne a piacimento la missione trasformando la consegna dei doni in vendetta. E, naturalmente, tra un’aria di Natale che permea la città, e quel senso di squallore tipico di una realtà sempre pronta a ostentare la propria miseria. La regia di Lewis Jackson (anche sceneggiatore) non può quindi essere distinta dalla perfetta sinergia con le luci dell’argentino Ricardo Aronovich, che apre nuovi squarci d’autore – in curriculum le collaborazioni con Zulawski, Resnais e Costa-Gavras, cui si aggiungeranno poi Scola, Leconte e Raul Ruiz – e lascia galleggiare questo mondo fra le tinte livide degli spazi metropolitani, e il rosso acceso, dai contorni morbidi, degli addobbi. Più ancora della figura del Babbo Natale assassino, creata in seno EC Comics e poi diventata retorica di certo horror natalizio, Christmas Evil diventa così un viaggio in una psiche che confonde il riscatto con la vendetta, quel senso tipicamente infantile dell’ingiustizia da raddrizzare con la violenza, e che nel far questo svela l’ipocrisia di tanto atteggiamento natalizio, regalando un disagio permeante e sincero. La purezza di Harry è quella di un novello Frankenstein ormai fuori sincrono rispetto a un mondo che abbraccia la tradizione per inerzia, forse tutto sommato vorrebbe anche crederci, ma è infine vittima delle bassezze del proprio essere ormai oltre l’infanzia e l’innocenza: un paragone, quello con la Creatura di Boris Karloff, che si fa esplicito quando vediamo i cittadini impugnare le torce per la caccia al mostro, ma che si rovescia perché il suo Babbo Natale ama i bambini, ma non fa l’errore di annegarli per sbaglio. Al contrario, lui uccide gli adulti e viene difeso dai piccoli. C’è una tale sottigliezza nel ritrarre l’intricato sistema di emozioni e perversioni sottese a questa storia, da rendere Christmas Evil non solo la perfetta satira delle Feste, ma anche uno dei migliori film di Natale mai realizzati. I cascami horror appaiono quindi come mero dazio da pagare al genere, ma il cuore è altrove, nel rifugiarsi in una visione in soggettiva che permetterà l’unico e possibile finale, tragico, ma assolutamente poetico come è tutto il film. Una gemma da riscoprire grazie all’edizione DVD della Opium Visions, che lo propone al massimo della forma visiva. Negli extra il solo trailer: spiace il mancato inserimento dei bonus presenti nell’edizione americana, dove spiccano il commento audio di Lewis e di John Waters, grande estimatore della pellicola, insieme al provino dello straordinario interprete Brandon Maggart, con un passato a Broadway e a Sesame Street, che nello stesso anno era pure in Vestito per uccidere, tanto per tornare ancora a De Palma.

 

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