Distopia Hopper Style: Electric State di Simon Stalenhag

Electric State (Mondadori Oscar Link pag.144, euro 25) è il nuovo libro illustrato di Simon Stalenhag, autore di The Loop, il volume da cui è stata tratta la serie tv Tales from the Loop, trasmessa su Amazon Prime. Michelle è una ragazza adolescente che attraversa, insieme a un piccolo robot di nome Skip, che lei tratta come fosse un bambino, un’America ucronica in un 1996 alternativo. La tecnologia che permette al cervello umano di interfacciarsi con le macchine è una realtà da diversi anni e una guerra ha lasciato i suoi relitti di plastica e metallo sparsi per un paese spettrale, attraversato da esseri umani simili a zombie, completamente assorbiti dai neurocaster, elmetti che trasmettono l’intrattenimento direttamente al cervello, che li taglia completamente fuori dal mondo esterno. La traversata di Michelle e Skip è un viaggio on the road nel ventre di una distopia ipertecnologica alla ricerca di un ultimo brandello di umanità prima in una nazione che gli esseri umani sembra esserseli lasciati alle spalle. Il cortocircuito narrativo fra testo e immagini rimane la cifra caratterizzante della poetica di Stalenhag ma, rispetto a The Loop, gli equilibri in Electric State si spostano nettamente a favore della parola scritta.

 

 

I quadri del pittore svedese restano di livello altissimo, se possibile superiori a quelli dei suoi lavori precedenti, più complessi nella composizione e più incisivi nelle loro atmosfere cupe e profondamente spettrali, con le luci delle macchine che tagliano una foschia plumbea quasi onnipresente, in contrasto con una minoranza di scene illuminate da un sole impietoso e tagliente che mette a nudo i resti del mondo in progressivo disfacimento raccontato da una prosa che non è più, come in The Loop, uno strumento di semplice world building ma si evolve nella spina dorsale di una storia compiuta, una narrazione coerente che scava in un’ambientazione e ne estrae tutta l’energia espressiva possibile.

 

 

Il paragone con Edward Hopper non è per niente esagerato, c’è lo stesso spirito che porta a cogliere l’essenza profonda di un mondo racchiuso in una singola scena di vita, la differenza è solo che l’elemento speculative fiction per Hopper non era forse nemmeno pensabile ma, accettato il patto di sospensione dell’incredulità che sta alla base della lettura di un volume come Electric State, il paragone con il mostro sacro della pittura americana non è per niente azzardato. Stalenhag lavora ad alti livelli con l’ibridazione fra testo e immagini sperimentando con gli equilibri fra i due rivitalizzando una forma narrativa forse oggi in disuso che non è quella del fumetto ma nemmeno quella del romanzo in senso classico, con una versatilità mostruosa se si considerano le differenze profonde fra quest’ultimo lavoro e i precedenti, prodotti per certi versi simili ma al tempo stesso radicalmente divergenti. Con Electric State, Simon Stalenhag si conferma un autore sui generis fra i più interessanti attualmente sulla scena.