Ci sono figure che stanno nel punto esatto in cui tutto passa e cambia, come fossero dei commutatori attraverso cui il tempo e lo spazio assumono nuove forme. Se ragioniamo in termini di Cinema, George Lucas è una di quelle figure: non tanto un uomo che fuggì dal futuro, quanto piuttosto un uomo che nel futuro cinematografico ci ha portato. È anche per questo che leggere la sua biografia scritta da Brian Jay Jones e pubblicata in Italia dal Castoro è appassionante. George Lucas è chiaramente una presenza seminale nella transizione dagli umori indipendenti della New Hollywood alle istanze del moderno cinema spettacolare, una figura complessa e non riconducibile semplicemente al successo delle Guerre stellari. Della sua vita, al di là della saga che lo ha consegnato alla storia del Cinema, non si sa poi troppo: la passione giovanile per i motori, l’ardore cinefilo nei confronti del cinema sperimentale europeo (con in testa il poco citato Slavko Vorkapic) e poi ancora la formazione universitaria presso la USC, con i primi lavori basati sul montaggio prima ancora che su dialogo e scrittura. In mezzo l’incidente d’auto che gli è quasi costato la vita e che segna uno spartiacque fra un’adolescenza irrequieta, in opposizione ai dettami paterni che lo vorrebbero nell’azienda cartolaia di famiglia, e il futuro nel cinema.

THX 1138

 

Tanti passaggi utili a definire un autentico outsider, anche quando approda all’American Zoetrope dell’amico e maestro Francis Ford Coppola, che proprio a causa dell’insuccesso registrato con il suo primo THX 1138 (da noi L’uomo che fuggì dal futuro) è costretta anzitempo a ridimensionare i propositi di cambiare Hollywood: impresa, per inciso, che riuscirà a Lucas stesso da solo, ma non senza un’autentica guerra stellare nel cuore del sistema, che quel film lì proprio non lo capiva e non lo voleva portare a termine. George Lucas: La biografia (Il Castoro, Milano 2017, pp. 512 € 22,00) mette ben in fila tutti questi elementi. Brian Jay Jones ci consegna una lettura puntuale, documentata e divertente, forte della fluidità espositiva tipica della saggistica americana, in grado di creare l’affabulazione mentre analizza formazione, carattere, idee e ideologia di una simile icona del cinema mondiale, senza trascurare di raccontarne l’aneddotica spicciola che ha reso bigger than life la sua esistenza. Ciò che conta, però, è che Brian Jay Jones riesca a ridare a Lucas ciò che gli spetta, ovvero la capacità di opporsi alla rassicurante stagnazione imposta dalle figure dell’autorità (il padre, gli executive di Hollywood) per perseguire fino in fondo un’idea di cinema personale. La parabola di un sognatore che diventa così un po’ la sintesi del celebre sogno americano.

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