I pixel di Cézanne (Contrasto, 40 foto in bianco e nero, pag.224, euro 24,90 – traduzione di Daniela Idra) di Wim Wenders raccoglie in unico volume i testi, in parte ancora inediti, scritti da Wenders negli ultimi 25 anni su alcuni personaggi (artisti, intellettuali, fotografi, ecc.) che l’autore ha incontrato nel corso della sua carriera. Alcuni incontri sono stati fatali per il regista. Affinità artistiche, rapporti personali o professionali lo hanno legato a grandi pittori come Edward Hopper, Andrew Wyeth e, naturalmente, Cézanne; fotografi come Peter Lindbergh, James Nachtwey e Barbara Klemm e registi come Ingmar Bergman, Michelangelo Antonioni, Anthony Mann, Douglas Sirk, Samuel Fuller, Manoel de Oliveira e Yasujiro Ozu, o personalità come Pina Bausch e lo stilista giapponese Yohij Yamamoto. Sono tutti testi scritti per determinate occasioni: una prefazione o un contributo a un catalogo, per esempio, l’articolo per un anniversario o una laudatio (Wenders mette per iscritto i discorsi e le conferenze prima di tenerli). Attraverso quindici “sguardi d’artista”, pagina dopo pagina l’autore ci fa conoscere la loro prospettiva, il loro modo di procedere, la loro posizione artistica. La “scrittura-pensante” o il “pensiero-scrivente” di Wenders si interroga sul processo creativo che sta alla base di ogni opera d’arte presa in esame. Il libro è introdotto da un testo di Annette Reschke, che ne è la curatrice, e corredato da una serie di immagini che accompagnano pagine più descrittive, legate all’osservazione di un quadro o di una fotografia, ad accattivanti spiegazioni di tecnica cinematografica, o ad atmosfere più intime, fatte di testimonianze e aneddoti.

La Montagne Sainte-Victoire, 1900-1902

 

Ciò che oggi ognuno può fare con
la tecnica digitale
allora è stato fatto per la prima volta
da uno che aveva a disposizione
soltanto una matita
e qualche acquerello.

Cento anni dopo Cézanne,
chiunque è in grado di scomporre ciò che vede
fin nei suoi atomi, per così dire (o pixel, se volete),
e poi di ricomporlo.

Wim Wenders

 

Magnifica ossessione di Douglas Sirk (1954)

 

 

Perché, quando era un giovane cineasta, i western di Anthony Mann gli hanno reso “comprensibile il linguaggio del cinema”? Che cosa avevano di così “illuminante, così diverso”? “Chi deve essere, come procede?” un fotografo votato alla testimonianza, come James Nachtwey? In che consiste lo “sguardo particolare” di Pina Bausch? E il “linguaggio” di Barbara Klemm? Quelle di Wenders non sono domande retoriche, lui stesso cerca ancora una risposta, e la trova scrivendo.
Annette Reschke

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