12366444_10153832265677265_3959998421293906523_nTentare di ridurre, ogni volta, il prisma di prospettive e tinte, riflessi di temi che arrivano a confondersi ogni volta con notti artificiali, popolate da cicale elettriche, prima di farsi di nuovo giorno, magari ritornello, presenti nei dischi dei Deerhunter, è qualcosa di sempre difficoltoso, vista la loro predisposizione quasi schizofrenica per i generi; il che corrisponde a vari, spesso contraddittori posizionamenti, materializzazioni dentro lo spazio del brano (a volte sbrano, discioglimento esistenziale) che allora appare come un dispositivo di continua reincarnazione dell’accensione sonora: dallo shoegaze di Fluorescent Grey, al noise disseminato ovunque, all’elettronica ambientale di Red Ink (prima c’era stato il capolavoro di Octet, tra post-rock e psichedelia), all’indie che si krauterizzava in Nothing Ever Happened (e in questo senso mi chiedo quanto, certe spazializzazioni degli ultimi Toy, debbano a questa versione dei Deerhunter), fino a punte di pop consapevole.

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Ma forse ora Fading Frontier si presta a un’operazione di interpretazione più univoca, nel senso che la riflessione sulla consunzione, sull’estinzione (la possibilità dell’estinzione che narrativamente poi, pure nei testi, s’incarnava al tema della morte), anche dei suoni, delle loro tonalità maggiori, che è tipica di certo noise, cioè la tendenza a minorare le soluzioni, a percorrere strade, trame sonore drammatiche, contorte, cacofoniche; questa riflessione, da parte dei Deerhunter, sembra avere un nuovo, anche spudorato scarto nell’ultimo Fading Frontier, verso la semplificazione (degli intrichi linguistici) in una pragmativa di vita, mimata dal canto illimpidito. Ad esempio in Living My Life, che forse è il brano più rappresentativo del disco (o comunque di questo scarto), già l’inizio sognante all’insegna delle tastiere e poi 1917656_143109467264_7992520_nil rilancio delle percussioni e degli scrosci di chitarra a metà del brano (con il rullante sempre tipicamente sonante e i piatti che scintillano) aprono lo spazio a trasparenze, assolamenti estivi, come visti attraverso una filigrana, un tessuto traspirante. È lo scorcio di mare e cielo che si apre nella copertina del disco, una finestra spalancata nel mezzo di una discarica o comunque di un fondaco lercio, che segna i termini del confine (frontier), elemento intorno a cui sembra arrovellarsi (e forse risolversi) tutta la dialettica del disco, in quanto violato per un momento, e ancora da violare, ogni volta, se il parlante chiede a una seconda persona (un tu amoroso, probabilmente andato via) di dirgli come fare a sconfiggere la paura, a recuperare gli anni perduti e uscire dalla fading frontier. Appunto il territorio opprimente è qualcosa di non eludibile se è vero che “the amber waves of grain/ are turning grey again”, ed è proprio rispetto a questa persistenza che ha senso, in termini esistenziali, nei termini di dolorosa ed esaltante r-esistenza dentro la gamma del mondo, il vitalismo di questa canzone, l’apertura alla distanza (da quel tu?) – quindi ad altri luoghi, altre declinazioni di vita – che, canta Cox, “can change fate”.

A conferma della problematicità del concetto di territorio e di confine, il disco si era aperto con un surreale apologo di ambientazione urbana e domestica, All The Same, che evidenziava un certo disagio verso il quotidiano, la propria casa inospitale (“my home it’s so cold/ air-conditioned to the bone”), ma proprio l’idea del domestico, asfittico perpetuarsi di meccanismi ed eventi alienanti, sia pure suggeriti da una trama musicale che aspira a un’uscita (in cui gli arpeggi arieggiano), al movimento fuori dal linguaggio (che altrove era torsione, strazio del linguaggio) e chiarisce subito la sua matrice psichedelica attraverso la filigrana di tastiera, e magari quella pop che si esprime per lo più nella chitarra distesa, andante. Stessa andatura di Breaker, che peraltro conferma l’idea dell’immersione (per quanto sia incognita) nel presente, nell’inconsunta persistenza, facendo i conti con i territori, i confini, e gli eventi ad essi legati: la reiterazione del “try” che ad un tratto anima l’allitterazione del distico “try – try me two times/ I’ve got the time”; l’arroccamento combattivo dietro un “lift the guard”, la speranza di Leather And Wood scandita dal ritmo stanco, slargato di pianoforte, con rumori di fondo, che termina con “I beleive we can fly/ I beleive any thing is real/ I beleive we can die/ I beleive we can live again”. E, tra apparizioni sporadiche di tastiere, esclamazioni di blando funky (Snakeskin) e sfrangiamenti strumentali alla fine dei brani (nell’effusione tipica dei piatti, di note protratte dai distorsori che sembrano non terminare mai nelle proprie diramazioni) si arriva alla favola di Ad Astra, sogno di guarigione definitiva che si preannuncia dentro gli archi vagamente stonati, nel synth di fondo che echeggia notti e in quello che invece declama nettamente un qualche tema dipanato dagli antri, prima di un ingorgo di archi stonati, flauti, sintetizzatore sonnambulo e rumori come di moli, di fari, disturbi di voci radiofoniche, da cui avviene la liberazione di batteria: cinque battute di rullante e uno di tom come stacco, e poi i piatti che rilanciano (alla stessa maniera di Living My Life) nel momento esatto in cui chitarra e tastiere si distendono, si sciolgono in aria marina scintillando nell’orizzonte celestiale, violaceo sugli strati marini; e allora giunge il canto “and as sure as we stand/ when we call/ with our four hands/ for the one from above/ who will heal us/ with a touch”.

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