Si intitola Filthy Rich, “ricco sfondato”, ma anche “schifosamente ricco”, il libro di inchiesta scritto da James Patterson con John Connolly e Tim Malloy che ripercorre la parabola discendente di Jeffrey Epstein e che ha dato vita a una miniserie in quattro puntate, prodotta da Netflix e diretta da Lisa Bryant. Oltre a presentare immagini di archivio – degli interrogatori del magnate, delle perquisizioni effettuate dalla polizia – Jeffrey Epstein: soldi potere e perversione dà voce ai detective, agli avvocati e ai giornalisti che per anni hanno cercato di incastrare il multimilionario senza mai riuscirci, ma soprattutto alle protagoniste della vicenda, giovani donne che ripercorrono la loro adolescenza e l’incontro con Epstein. Molte di loro parlano per la prima volta davanti a una telecamera, il dolore e la rabbia sono palpabili. La regista ha rivelato al Guardian che è stato difficile convincerle a parlare: «Alcune non hanno accettato, altre non siamo riuscite a contattarle, altre ancora hanno deciso che non ne avrebbero mai parlato. Alcune non l’avevano detto ai loro genitori».

 

 

Uomo estremamente affascinante, carismatico («Mi faceva sentire fortunata di essere in sua presenza», dice Courtney Wild, abusata a 14 anni; «Era in grado di controllare e manipolare le persone in modo estremo», rivela Steven Hoffenberg, uno dei suoi ex amici), un predatore sessuale che sapeva come identificare le sue vittime: si trattava per lo più di ragazzine povere, attratte con il miraggio di qualche dollaro in cambio di un massaggio o con la lusinga di poter accedere a un’istruzione per il loro talento, che inevitabilmente finivano nella tela tesa da Epstein e dalla sodale Ghislaine Maxwell, sua fidanzata. Molte di loro avevano già subito abusi e non avevano la forza di ribellarsi perché sapevano che nessuno avrebbe creduto loro. Uno «schema piramidale di molestie», lo definisce l’avvocato Brad Edwards: alcune ragazze avevano il compito di portare altre amiche e in cambio ricevevano denaro, mentre altre diventavano vere e proprie schiave sessuali. Dopo aver «normalizzato gli abusi in corso», come racconta Virginia Giuffre, la coppia diabolica iniziava a “trafficare” le ragazze ovvero a passarle «a tutti i loro amici» con una semplice indicazione da parte di Ghislaine: «Dovrai fare per lui quello che fai per Jeffrey» (il principe Andrew, ma anche gli avvocati…).

 

 

Lo stesso Patterson (sceneggiatore e produttore esecutivo della miniserie), vicino di casa di Epstein a Palm Beach, compare in video per ripercorrerne gli inizi: le umili origini newyorkesi, la capacità di manipolare che è il suo tratto caratteristico («Come ha potuto – si chiede lo scrittore – insegnare a Dalton senza laurea?»), così come intervengono i suoi ex datori di lavoro, con il capo cosparso di cenere: «Uno dei grandi errori della mia carriera. Avevo assunto un bugiardo» (riferendosi all’assunzione nel 1976 alla Bear Sterns, banca d’investimento, dove Epstein si fa notare per la sua arguzia e per essere un venditore estremamente efficace) o Steven Hoffenberg («Sono qui per redimermi»), accusato e condannato a 18 anni di carcere per aver messo in piedi uno schema Ponzi da 460 milioni di dollari in cui usava bilanci falsi per gonfiare il valore delle aziende e attirare nuovi investitori. O ancora Les Wexner (il fondatore di marchi di successo come Abercrombie & Fitch o Victoria’s Secret) a cui Epstein, suo intimo amico per 12 anni, rubò qualcosa come 46 milioni di dollari. All’epoca nessuno lo denunciò, ma adesso prendono le distanze (come hanno fatto Donald Trump, proprietario della residenza Mar-a-Lago a Palm Beach, e Bill Clinton, ospitato 26 volte sul suo jet privato).

 

 

Il documentario si sposta nello spazio (la residenza di New Albany, in Ohio, la villa di Palm Beach, la casa di New York, l’isola di Little Saint James, da Epstein soprannominata “Saint Jeff”, ma più nota come “l’isola delle orge”) e nel tempo visto che la prima denuncia risale al 1996 (la vittima è Maria Farmer, studentessa di arte, seguita dalla sorella minore Annie, anche lei abusata), ma rimane carta straccia. Le indagini cominciano effettivamente nel 2005. Epstein riunisce un team di otto avvocati difensori agguerriti – tra cui Kenneth Starr (procuratore speciale per l’impeachment contro Clinton, ex avvocato di OJ Simpson e recentemente arruolato da Trump) e Alan Dershowitz, che si fa intervistare e nega di aver mai fatto sesso con una minorenne, sfidando chi lo accusa a sostenere pubblicamente il contrario (e in un montaggio alternato la Giuffre ricorda di aver fatto sesso con lui «almeno sei volte». Anche Dershowitz è nel team che ha difeso Trump in Senato dall’accusa di impeachment). Avvocati senza scrupoli che fanno sorvegliare e intimidiscono le ragazze, ma anche gli agenti e i detective e nel processo riescono a far accusare Epstein di un solo reato: favoreggiamento della prostituzione. Arrestato esce su cauzione poche ore dopo. Grazie alla perseveranza di Michael Reiter, capo della polizia di Palm Beach che chiede l’intervento dell’FBI, il caso diventa federale dal luglio 2006 e rispuntano le denunce di Maria e Annie Farmer. Tuttavia il processo non inizia. Nel 2008 il procuratore federale della Florida Alexander Acosta incontra gli avvocati di Epstein e il caso viene chiuso: Epstein patteggia 18 mesi in carcere e «inspiegabilmente» ottiene l’immunità per se stesso e per i suoi co-cospiratori. Entra così in carcere, in un’ala privata della prigione, in un regime di semilibertà che gli permette di uscire al mattino e rientrare ogni giorno alle 20 e ritrova la piena libertà dopo 13 mesi.

 

 

Quattro ore per ricostruire una vicenda agghiacciante, esemplare nel dimostrare come la giustizia non sia uguale per tutti e che solo grazie alla tenacia di pochi e al sorgere del movimento #Me Too nel 2017 vede la bilancia tornare nella giusta posizione. Il 28 novembre 2018 il Miami Herald esce con un’inchiesta dal titolo Perversion of Justice di Julie Brown. A seguire il giudice federale Kenneth Marra impugna la sentenza dicendo che c’è stata violazione dei diritti delle vittime. L’accelerazione è immediata: il 6 luglio all’aeroporto di New Jersey Epstein viene arrestato, due giorni dopo si presenta in tribunale per rispondere di cospirazione e traffico sessuale minorile (la pena massima è 45 anni), la richiesta di cauzione viene respinta perché c’è un piano di fuga. Acosta – che nel frattempo ha fatto carriera, è stato nominato segretario del lavoro da Donald Trump – è costretto a dimettersi il 12 luglio e il 10 agosto Epstein si suicida in carcere. «Non c’è giustizia in questo», dice Shawna Rivera, altra vittima, «C’era ancora così tanto che doveva essere detto e non lo sarà mai». Il 18 novembre il principe Andrew rilascia un’imbarazzante intervista video alla BBC per negare le accuse (qui il video integrale).            

 

 

Naturalmente nella miniserie c’è anche lui, Jeffrey Epstein: ogni episodio si apre sulle immagini del suo interrogatorio in cui, su consiglio degli avvocati, non risponde a nessuna domanda appellandosi al quinto, sesto e quattordicesimo emendamento. Un uomo «narcisista, incapace di provare empatia, che si considera il burattinaio, appena perde il controllo si destabilizza» (dice Spencer Kuvin, altro avvocato delle vittime). Non ha subito un processo perché è uscito di scena (e il suo suicidio, vero o presunto che sia, non cambia le cose), «ancora una volta era riuscito a sfuggire a qualsiasi responsabilità», né si è mai pentito. Al contrario, in atto di spregio, due giorni prima di morire ha cambiato il testamento spostando tutti i suoi soldi alle Isole Vergini, rendendo così più difficile per le vittime ottenere un risarcimento. Dopo la morte i suoi avvocati hanno chiesto l’archiviazione del caso che è stata respinta. To be continued…

 

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