Quattro anni dopo la scomparsa di Wes Craven, cosa resta della sua opera? Sicuramente la mancanza dei suoi spericolati detour e la capacità dell’autore di forzare i limiti del genere in nome di una visione creativa senza compromessi. In oltre quarant’anni di carriera, infatti, il regista di Cleveland ha sempre unito all’esplorazione ludica delle possibilità visionarie e splatter uno sguardo lucidissimo sulla realtà. L’occasione è dunque giusta per recuperare molti suoi titoli in una produzione non sempre compresa a dovere e che ha spaziato come poche dall’underground al mainstream: chi altri può infatti vantare in curriculum sia un porno che un film con Meryl Streep? La casa nera, da questo punto di vista, è un titolo paradigmatico: molto amato da una cerchia ristretta di “craveniani”, non è fra i suoi titoli più citati in generale e riflette la risposta interlocutoria che raccolse all’uscita, pur essendo ancora oggi uno dei suoi lavori più moderni e profetici. Certo, negli anni non ha aiutato l’indisponibilità di edizioni home video degne di nota: i DVD e Blu-Ray di catalogo della Universal presentano infatti il film ridoppiato malamente e sostanzialmente privo di extra. Ora ci pensa la Koch Media a colmare il vuoto con il suo cofanetto Midnight Classic da due dischi, dove la pellicola è accompagnata da entrambi i doppiaggi italiani, commento audio e una nutrita selezione di bonus.

 

In questo modo è più facile contestualizzare: il film nasce come secondo progetto dell’autore per la Alive Films di Shep Gordon, una piccola casa specializzata in produzioni a basso budget, con totale libertà artistica concessa agli autori, cui già dobbiamo due capolavori di John Carpenter (Il Signore del Male e Essi vivono). Seguendo una personalissima direttrice che lo portava a sperimentare continuamente, Craven crea un film che è l’esatto opposto del precedente Sotto shock: meno barocco e più claustrofobico, è al contempo meno teorico nel suo attacco allo strapotere dei media e più radicato nella realtà. Prova ne sia la scelta di una direttrice della fotografia, Sandi Sissel, digiuna di horror e che si era fatta la ossa nel campo dei documentari. L’ispirazione, d’altra parte, è a cavallo fra realismo e fantasia: l’idea dei bambini tenuti prigionieri da una famiglia alto-borghese in un quartiere assolutamente rispettabile proviene infatti dalla cronaca dell’epoca, ma lo spunto è stato poi elaborato dal regista durante i suoi sogni, secondo quello che rimane un tratto tipico della sua produzione, buono anche per alimentarne la leggenda. Il risultato è un film-labirinto, letteralmente, ambientato in una Casa nera dove le vittime si muovono fra le intercapedini dei muri, modulando dunque già in senso spaziale le divisioni in atto nella società scissa fra la “gente di sopra” e quella “sotto le scale”, come recita il titolo originale The People Under the Stairs. Non a caso, proprio lo spazio diventa il territorio del contendere di una narrazione che lo dilata e restringe a seconda dei casi, in una dinamica da rompicapo in cui ogni ambiente ne snocciola continuamente di nuovi. Siamo dunque ancora una volta a metà strada fra il piacere del gioco e la serietà dell’assunto da cineasta radicalmente politico. Ma, soprattutto, ci muoviamo all’interno di territori assolutamente tipici dell’horror, pur nella grande originalità dell’insieme: un cinema di “case”, presidio di una ricchezza che non fa rima con umanità e in cui il paradigma della famiglia perfetta nasconde relazioni viziate dai tratti più tipici della follia, come il cannibalismo e l’incesto, quest’ultimo un tema ricorrente nella filmografia di Craven. La casa e il corpo danno così vita a un unico organismo in cui i due elementi si rispecchiano: a metterla letteralmente a nudo è naturalmente un outsider, il protagonista che viene dal ghetto, soprannominato “Grullo”, equivalente del “Matto” dei tarocchi che cammina sul ciglio del burrone, come ci informa il bell’incipit in aria di “C’era una volta…”, perché nel gioco degli opposti, questa storia così reale e nera diventa a suo modo anche una fiaba.

Craven, insomma, sa di cosa sta parlando, ed è molto lucido – come dimostra pure il commento audio – nel fare riferimento anche a una situazione tutt’altro che astratta, ma pienamente contemporanea: il film, infatti, riflette dichiaratamente le disparità sociali nell’America di Bush padre, anticipando al contempo le proteste di una nazione (e un mondo) che tutt’oggi non ha ancora risolto le questioni razziali. Il merito dell’edizione Midnight Factory sta proprio nel riportare a galla tutti questi sottotesti, attraverso un comparto extra molto curato, con interviste a tecnici e attori, fra cui lo stesso Craven, la già citata Sassel e i responsabili del KNB EFX Group, forse il più celebre tra i team responsabili degli effetti speciali per gli horror. Così, se da un lato il recupero del primo doppiaggio italiano accarezza la componente nostalgica (e in un certo qual modo anch’essa ludica) dell’appassionato, i bonus scendono in profondità nelle decisioni tematiche. I vari documenti sono stati realizzati in un arco di tempo che va dal 2012 al 2015, grazie a High Rising Production e Shout! Factory/Red Shirt Pictures e quindi rappresentano alcuni fra i contributi più recenti concessi da Craven, poco prima della sua scomparsa. Di particolare nota anche l’originale cover esclusiva che gioca con i contrasti, evidenziando la natura mistery e allo stesso tempo anche pregna di umorismo nero del film, mentre il classico poster cinematografico è riprodotto all’interno in una cartolina da collezione.

 

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