Se ad aver reso esteticamente credibili i supereroi al cinema e in TV è prima di tutto la tecnologia, che permette di mettere in scena personaggi che riescano ad andare oltre il classico look à la Batman senza sembrare ridicoli nel migliore dei casi, ad aver dato un senso e un’identità propria alla trasposizione del genere narrativo dal proprio medium di origine a quello che gli ha ridato grande vigore commerciale è sicuramente un grande lavoro di traduzione che, dagli X-Men di Bryan Singer, ha portato al grande pubblico un archetipo narrativo che non andava più oltre la nicchia. Chi scrive film e serie TV di supereroi lo fa senza dubbio con risultati alterni ma riuscendo, a prescindere dal successo della singola operazione, a contribuire alla crescita di un genere cinematografico che ha lasciato e tuttora lascia un segno profondo nel settore dell’intrattenimento di massa. A una ventina d’anni dall’entrata in pianta stabile del cinecomix nel cinema e nella TV mainstream, il genere è maturato e sono nate le prime riletture adulte, ironiche e consapevoli, come la serie The Boys, ispirata alla rilettura dissacrante dei supereroi che Garth Ennis fa nel fumetto omonimo, o un esperimento difficilissimo quanto riuscito prodotto dal canale on demand di DC Comics. Sto parlando di Doom Patrol, la serie TV tratta dalla rilettura di un classico DC Comics a opera di Grant Morrison, guru psichedelico della British Invasion, la new wave fumettistica che rivoluzionò il medium negli anni ’80, ed eterno rivale di Alan Moore.

Una serie ispirata alla Doom Patrol di Morrison è un’operazione tutt’altro che semplice. Il fumetto è un capolavoro di surrealismo, costruito su una scrittura che danza allegramente sul filo del comprensibile e spesso va oltre, regalando al lettore una lunga serie di storie strane e spiazzanti, spesso ostiche ma indimenticabili per il lettore di mente aperta. L’idea più semplice sarebbe stata quella di fare una serie à la Lynch o, tutt’al più, qualcosa di non dissimile da Legion, serie TV dalle atmosfere profondamente oniriche che racconta di un personaggio Marvel e delle numerose personalità che convivono nella sua mente. Insomma, si sarebbe potuto puntare a riprodurre il caos ribollente dei fumetti di Morrison in una sorta di fan service tra il rischioso e il paraculo. E invece no, Doom Patrol riprende personaggi e atmosfere del fumetto di origine rimettendo il tutto sui binari della linearità pur senza rinunciare, per quanto lo permette un’operazione di questo genere, a tutta la stranezza senza freni che ha reso celebre l’opera di Morrison negli anni ’80. Il risultato, contro ogni aspettativa funziona. I personaggi, un branco sgangherato di outsider tanto mostruosi nell’aspetto quanto problematici come esseri umani, riescono a farsi amare fin dal primo episodio, con la loro umanità fragile e profonda che li rende quanto di più distante ci sia dagli archetipi del genere. Le stranezze e il surreale non mancano, e le situazioni che i protagonisti si trovano ad affrontare sono deliziosamente fuori di testa, tanto godibili da creare dipendenza, in un inno alla stranezza e alla diversità che anche nei momenti più tristi fa venire la gioia di vivere. Sì, perché il senso della serie è in definitiva questo, la legittimità dell’essere differenti e la normalità come costrutto velleitario e spesso dannoso. L’arco narrativo dei protagonisti di Doom Patrol è un percorso rocambolesco e a tratti toccante verso l’accettazione di sé, un venire a patti con ciò che si è anche negli aspetti meno piacevoli, anche quando gli sbagli fatti fanno soffrire le altre persone. Lo storytelling è di una linearità che non appartiene per nulla al fumetto ma, ciò nonostante, è perfettamente funzionale a rendere godibile e divertente una storia strabordante di idee e di intelligenza, un’inversione di prospettiva che, pur non cogliendo tutte le sfumature dell’opera di Morrison, ne trasmette con grande efficacia lo spirito gioioso e pazzoide. Dal primo all’ultimo episodio, divertimento puro.

 

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