C’è un nuovo fumetto western in edicola: si intitola Deadwood Dick e lo pubblica Sergio Bonelli Editore. È uscito un po’ in sordina, forse perché luglio e agosto in Italia non sono mesi buoni per nulla di culturale, al di fuori della musica; o, forse, più semplicemente, perché la letteratura del West nel Belpaese ha un pubblico fedele nei decenni soltanto a Tex, da sempre il frontman della casa editrice milanese, il quale ha però, oggettivamente, un altro taglio e quasi certamente anche un altro target. Magari, invece, è solo questione di tempo e anche il prodotto che inaugura la nuova etichetta “Audace” incontrerà i propri estimatori, con proposte (nomen omen) di frizzante azzardo.
Certo l’eroe posto al centro del racconto non è di quelli a cui ci ha abituato la narrazione dominante del West, né dalla parte del vincitore bianco, né da quella del perdente nativo, che pure alla fine degli anni Sessanta (e con qualche lodevole ma sporadica anticipazione, anche in principio diquella decade) ha trovato mirabili cantori, in letteratura e sul grande schermo. Deadwood Dick non è un bianco e non è nemmeno un indiano: è un afro-americano. Ed è dunque il massimo dell’anticonformismo in materia di western, perlomeno nell’attesa che qualcuno che non sia Paco Ignacio Taibo II (straordinariamente efficace nel ribaltare l’epopea di Alamo, ma considerato troppo di parte) riscatti il ruolo dei messicani nella storia della Frontiera o che qualche studioso assegni credito alle fantasie di improbabili eroi cinesi sulla West Coast, come immaginò Bruce Lee ideando la serie televisiva Kung Fu, che poi David Carradine portò al successo. Ma, oltre a questo, è anche e soprattutto storia. Romanzata, sia chiaro; ma raccontata con la capacità di ricreare lo spirito dell’epoca, senza rinunciare al proprio stile pragmatico, irriverente e pieno di humour, da parte di un autore con la qualità di Joe R. Lansdale – scrittore abituato a produrre letteratura di genere senza lasciarsi condizionare dai confini né dai generi stessi – che al tema ha dedicato Paradise Sky. È da quell’opera, bella e scritta benissimo (in Italia uscì per Einaudi, nel 2016), che Michele Masiero ha preso spunto per sceneggiare una serie di cui per il momento si conosce poco.

 

 

L’inizio è infatti molto simile a quello della novella, e muove da una località innominata del Texas, dove un ragazzo nato schiavo e cresciuto libero un giorno rischia il linciaggio per aver guardato con troppa insistenza una donna bianca. Allora si dà alla fuga, che è rocambolesca e costellata da tante, straordinarie avventure. Quelle che gli consentiranno, infine, di diventare Nat Love (come si arriva a ciò, è scoperta che vale la pena di fare da lettori) e di essere conosciuto appunto come Deadwood Dick, pistolero di colore con fama non effimera, vissuto tra il 1854 e il 1921. Per il momento, nei primi due episodi, ne registriamo la carriera da buffalo soldier, irregimentato nelle truppe di colore che dopo la Guerra di Secessione rimpolparono le fila dell’esercito americano, in particolare nelle zone più selvagge del Paese. Ma già il terzo episodio (Fra il Texas e l’inferno), in edicola dal 6 settembre, dovrebbe aprire un nuovo capitolo nell’odissea del ragazzo. Siamo curiosi di sapere dove andrà a parare la storia: se seguirà il solco tracciato da Lansdale o cercherà nuovi territori. Per il momento ci accontentiamo di constatare come ne rispetti
lo spirito e ne riproduca l’attitudine: dopo le abbuffate crepuscolari e quelle nostalgiche, c’era bisogno di un fumetto western sporco e cattivo, ma allo stesso tempo divertente. Deadwood Dick lo è.

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