Un viaggio di parole, immagini, suoni orchestrali nelle strade d’America. Western Stars è il disco che Springsteen dedica ai viandanti e agli autostoppisti del mondo. Forse il suo miglior album dai tempi delle Seeger Sessions.

 

«[…] Maps don’t do much for me, friend/I follow the weather and the wind/I’m hitch hikin’ all day long/Got what I can carry and my song… (le mappe non fanno per me, amico/io seguo il tempo e il vento/faccio l’autostop tutto il giorno/ho quel che riesco a trasportare e la mia canzone…)». Canta Bruce Springsteen nella magnifica Hitch Hikin’. È il pezzo che apre il nuovo album Western Stars e racchiude già il senso dell’opera. Ogni canzone un racconto di strada. Prosegue subito con Wayfarer, altra storia di un viandante, un vagabondo, pellegrino senza requie, che si muove di città in città, perché non trova pace. Le ruote dell’auto «sibilano», mentre sfreccia in autostrada, sotto la pioggia, la tristezza lo chiama a sé. Poi ancora l’attesa del Tucson Train su cui viaggia l’amata e la speranza di una nuova vita…Il ritorno di Bruce alla dimensione “solista”, lontano dalla E Street Band, è un viaggio altrove, nel West, tra strade più o meno sterrate, notti insonni (Sleepy Joe’s Café), vecchi motel (la struggente Moonlight Motel), cavalli selvaggi (Chasin’ Wild Horses), cascatori professionisti (Drive Fast – The Stuntman) e ubriaconi a cui, in passato, ha sparato John Wayne (la title track Western Stars). Vite in viaggio, vite schiantate, recise o finite nella polvere, ma sempre in cerca di rinascita e di un’ulteriore alba. Oltre all’anima folk di Springsteen, Western Stars è un album impastato di suggestioni sonore da Glen Campbell a Burt Bacharach e visive da grande cinema (i fantasmi di John Ford e John Wayne aleggiano ovunque).

È l’autobiografia di un cercatore d’oro musicale e poetico, che sa usare le parole con la potenza e l’asciuttezza di Flannery O’Connor e Walt Whitman e le strumentazioni come un compositore per il grande schermo. Fin dai tempi di Nebraska, ma anche negli album con la band, la scrittura di Springsteen ha sempre una spiazzante capacità di immedesimarsi con i personaggi più distanti. Sa riconoscersi nell’altro, come i più grandi poeti. Come i profeti.
Le canzoni – fin dal titolo dell’album e dalla fotografia del cavallo che campeggia in copertina – rimandano a un universo western degno della letteratura di Cormac McCarthy e di Larry McMurtry o del cinema di Ford (per temi e personaggi) e Sergio Leone (per i richiami alle partiture di Ennio Morricone). Ogni canzone è così evocativa, vivida e potente da apparire come un piccolo film in parole. Se c’è un limite di questo album forse è l’eccesso di orchestrazioni (viene da pensare quanto sarebbe più bello ascoltare Hello Sunshine in versione demo e con meno archi). Forse Bruce ha peccato di eccesso di cura, di eccesso di amore, o forse semplicemente la voglia di cambiare ancora e trovare vie nuove porta anche all’errore (il pop di There Goes My Miracle). A tratti, e solo a tratti (in Sundown, ad esempio), le orchestrazioni eccedono un po’ e schiacciano pezzi che sarebbero perfetti in versione più ruvida (sarebbe interessante anche un album Western Stars, Naked). Stones, ad esempio, è impeccabile con il suo tappeto sonoro in crescendo, ma l’acustica e rough Somewhere North Nashville spicca nell’album come un gioiello scarno. La certezza è che Springsteen ha miracolosamente conservato il proprio spirito creativo, la capacità di cambiare pelle e rinnovarsi ancora e, soprattutto, la capacità di sapere mettere a fuoco come nessun altro il cuore dell’America e delle persone che ne popolano le notti.

 

 

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