51C’è questa vecchia battuta di John Zorn, sapete. Quella che diceva più o meno “Ripubblicate dieci LP separatamente e non me ne fregherà un cazzo, ma metteteli dentro una scatola e non saprò resistere alla tentazione di ricomprarli”. Più o meno. Risale a quel periodo antico in cui i dischi si vendevano, e in certi casi si stravendevano. A quell’era dimenticata in cui milioni di copie (32 per l’esattezza: nel 1995) regolarmente acquistate del VHS di Il re leone  risiedevano negli scaffali delle abitazioni di quattro quinti di mondo. A quel momento della storia in cui perfino una schifezza come il numero 1 di X-Force della Marvel saliva agli onori della cronaca con i suoi sei milioni di albi piazzati nelle sole edicole e fumetterie Usa. Alla meravigliosa età in cui statisticamente un cittadino del mondo su venti possedeva un pupazzetto di Guerre stellari e uno su cinquanta una cartuccia per il NES. Era il tempo della Merce, sapete. Di certa merce, perlomeno. Di quella che potremmo definire la nostra merce, a seconda delle affinità elettive. Che esiste ancora, beninteso. Ma sussunta, concentrata e sublimata tutta (o quasi) in un oggetto come il telefonino (oggi smartphone) che da status symbol per pochi è diventato silenziosamente il primo vero e inconsapevole cyber-prolungamento di sé. Musica, libri, fumetti, fotografie, video, giochi: in qualcosa meno del volume di un pacchetto di sigarette si possono trasportare decine migliaia di oggetti trasformati, ridotti alla loro pura essenza immateriale d’idea. Se il loro valore d’uso è probabilmente inalterato, il loro peso specifico è stato atomizzato. E la loro poesia si è irrimediabilmente perduta. Forse. Però. Prendete il cinema, e il sogno impossibile di possederlo tutto. Quello che ci ha fatto acquistare milioni di chilometri di nastro magnetico per registrare qualsiasi cosa facesse capolino nei palinsesti delle tv. Quello che solo un decennio fa (o poco più: quando torrent, streaming, vod, Netflix erano concetti o marchi ignoti) faceva teorizzare tutti noi, nessuno escluso, enormi sciocchezze come per esempio la residualità della fruizione nelle sale a vantaggio di quella domestica su supporto. Bene. Il supporto di massa non c’è più, la coda della teoria di Chris Anderson (dal mercato di massa alla massa di mercati) si allunga all’infinito e tutto diventa di nicchia.

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Le nicchie, tuttavia, resistono. E perpetuano, seppur con incidenza infinitesimale e parcellizzata, un ultimo anelito quasi commovente di feticismo della merce. Certo, bisogna esserci portati. Pensare (un pochino) da collezionisti. E soprattutto, ahimé, avere dei bei portafogli. I cd fanno la muffa sugli scaffali? Un vinile pubblicato in 2.000 copie e venduto al quadruplo del prezzo al pubblico del corrispondente cd va esaurito online in 24 ore. Dvd e blu-ray non si schiodano neanche a regalarli? Provate a trovare la steelbook a forma di walkman di Guardiani della Galassia a meno di 75 euro. È un mercato mutante, che prospera in una logica 2.0: vendendo pochi pezzi a cifre da nababbi anziché milioni di copie a prezzi “pop9612olari”. Ma torniamo alla battuta di Zorn, che in questo scenario descrive un piccolo e piacevole trend del momento per chi ancora gode nel maneggiare pezzetti di policarbonato anziché trasferire cartelle di file da un HDD a uno Smart-TV: quello dei box. Ovvero. Per esempio. Michael Haneke. Pubblicate singolarmente la sua filmografia in blu-ray e non me ne fregherà un C, ma mettetela dentro una scatola (magari aggiungendoci qualcosa di introvabile come Il castello da Kafka) e la musica cambierà. Lo ha fatto TF1 Video in Francia (Le cinéma de Michael Haneke, 12 dischi: da Il settimo continente ad Amour. € 80 circa; meno di 7 a film), per dire. E ha esaurito la tiratura. Oppure. Jim Jarmusch. Lo ha fatto ArtHouse in Germania (Jarmusch: The Complete Collection, 12 dischi: da Permanent Vacation a Solo gli amanti sopravvivono. € 100 circa; 8 e qualcosa a film). E idem. Werner Herzog. Lo ha fatto BFI in Inghilterra (The Werner Herzog Collection, 8 dischi -ma 18 titoli, con corti e docu rari-. Pure questo € 100, ma il rapporto quantità/prezzo è più vantaggioso, anche se non è una collezione integrale: si ferma al 1987, che comunque è già un bell’avere). E questo si trova ancora. Potrei fare altri esempi (magari dopo).

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Ma credo di aver reso l’idea. Possedere un singolo blu-ray in una anonima scatoletta di plastica, pagando magari 18/20 euro per un solo film, o un box, magari accurato e sexy nel packaging, piacevole da maneggiare ed esteticamente gradevole da esibire come oggetto alla stregua di un coffee-table book? Ci possono essere dubbi? Certo, c’è box e box. Le collection messe su alla carlona (non faccio esempi) con quei quattro/cinque film in croce di registi che hanno carriere da quaranta titoli sparpagliati su sette diverse etichette vanno evitate come la peste. Così come (ma se siete cinefili veri non c’è neanche bisogno di dirlo) quelle che sono accozzaglie tematiche composte da scorie di magazzino (invento: Adrenaline Collection, tipo tre film con Steven Seagal e Dolph Lundgren; Valentine’s Day Collection, tipo sei commedie di cui cinque con Hugh Grant e una con Drew Barrymore). In genere anche i box d250edicati agli attori non possono sconfinferare granché: ma Marilyn Monroe – Forever Marilyn (20th Century Fox, 7 dischi a € 34,90) o il sublime James Dean Ultimate Collector’s Edition (Warner Usa, 7 dischi a $ 99.99) parlano da soli. Ovviamente, dalla purezza del cinema “alto” o d’essai  all’imbastardimento pop/televisivo o alla follia da gadget il passo è breve: e chi vuole può baloccarsi coi malloppi di Il signore degli Anelli, Lo Hobbit, Indiana Jones, Harry Potter, Il Padrino, Lost, The Sopranos, Hunger Games e perfino Alvin e i chipmunks; o con la saga di Alien racchiusa in una testa di xenomorfo lunga un metro e quella di Die Hard  in una riproduzione del Nakatomi Plaza alta come un bambino dell’asilo. Ma queste sono quasi parafilie, e per il cinefilo duro e puro la logica del box è puramente e solamente completistica e autoriale. Guardo la parete del mio studio e le prime cose che vedo sono la Jacques Tati Collection (Studiocanal, 7 dischi), Alain Robbe-Grillet: 6 film 1963-1974 (BFI, 3 dischi), il Coffret Intégral Eric Rohmer (Potemkine Film, 52 dischi -!-), The Atom Egoyan Collection (Artificial Eye, 7 dischi, da Next of Kin a Il dolce domani), Charlie Chaplin (Curzon, 11 dischi, con tutti i lungometraggi), Tarantino XX (Lions Gate, 10 dischi), The Hayao Miyazaki Complete Collection (Studiocanal, 12 dischi) e infine lo splendido Friday the 13th Complete (Paramount, 10 dischi). Ehm. Com’è finito qui? Fate come se non vi avessi detto niente. Tanto chissà che scheletri avete voi, nei vostri armadi e sui vostri scaffali.        

 

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