«Go hard like Iverson playin’ with hurt ankles…»
(Talib Kweli ft. Kanye West & Roy Avers – In the Mood)

Alcuni ragazzini di colore – crani rasati o treccine cornrows, torsi nudi o canotte da basket addosso, i calzoncini oversize – giocano su un playground d’asfalto. È il campetto di basket del centro Boys & Girls Club of the Virginia Peninsula, che aiuta i ragazzi in difficoltà a diventare uomini. Quel campetto è stato donato da Allen “The Answer” Iverson, ex MVP e stella Hall of Fame della NBA, vera leggenda dei Philadelphia 76ers e del basket in generale. L’intervistatore chiede ai ragazzini cosa pensino di Iverson. «Il migliore sul campo…», «…But with really baaaaaaad attittude». «…Brutto carattere!», ripetono in coro. Sembra quasi replichino fedelmente discorsi sentiti, durante la loro breve vita, da tanti adulti delusi dal non aver vinto l’anello…Titoli di testa. Scorrono dettagli dei muscoli e dei tatuaggi di A.I.: mani giunte in preghiera tatuate sul corpo, il nickname “The Answer” inciso in idiogramma cinese sul petto….

 

 

I frammenti del puzzle del fisico dell’atleta afroamericano sono accompagnati dalle note di Don’t Let Me Be Misunderstood nella versione originale e struggente della divina Nina Simone. È la prima sequenza del documentario Iverson diretto da Zatella Beatty (visibile su Netflix). Il messaggio è chiaro: questo film cerca di fare luce e di non lasciare “misunderstood” – incompreso, frainteso, non capito – il monello per eccellenza della pallacanestro, il ribelle più ribelle che abbia mai segnato il gioco del basket. Dentro e fuori dal campo. Solo contro tutti, anche contro se stesso. Pur mostrando luci (tante) e ombre (poche, ma vischiose), sarà un film “di parte”. Non una celebrazione, ma la voce e lo sguardo di qualcuno che, tra i tanti, ama da impazzire il gioco e la mentalità fuori schema di A.I. La classe di gioco sconfinata, le azioni memorabili, il crossover da rookie in faccia a Sua Altitudine Michael Jordan (la tecnica crossover imparata dal basket di strada). Gli infiniti canestri decisivi sulla sirena, i Lakers battuti a L.A. nell’illusoria gara 1 delle Finals 2001….Ma anche la ribellione alle convenzioni, gli eccessi (tatuaggi ovunque, in un’epoca in cui ancora nessuno se li faceva, treccine cornrows), i rapporti conflittuali d’amore e odio con i coach (su tutti il grande Larry Brown) e con la Lega NBA, che fu costretta a imporre un dresscode ai giocatori. E ancora, gli allenamenti saltati e il ritornello diventato tormentone ovunque, in qualsiasi sport: «We ain’t talkin about practice!».

 

 

Infine, il flop come rapper con il nome di battaglia di “Jewels” (ha influenzato molto più la cultura hip-hop in “tutto il resto” che con l’album peraltro mai pubblicato). Zatella Beatty mostra tutto, senza censure. Racconta la giovinezza difficile, l’arresto per rissa (accusa ingiusta e di evidente marca razzista) e il carcere. Il suo doc concentra in 88 minuti tutta la classe, la vita fuori schema, le vittorie, le sconfitte, gli errori, il genio e la fragilità dell’eroe sportivo per eccellenza di “Philly”. Eroe per eccellenza dopo Rocky Balboa, ma Rocky era un personaggio (quasi) inventato, A.I. maledettamente vero. Anche la vita di The Answer – NBA All Star per 11 volte – pare immaginata da uno sceneggiatore USA, eppure è fottutamente reale. Nato e cresciuto senza padre a Hampton, Virginia, scarsa simpatia per gli studi scolastici, ancora giovanissimo diventa una stella del football e quello sembra il suo destino. Poi la madre lo iscrive a un corso di basket che Allen frequenta a malincuore («Mi sembrava uno sport da femminucce, troppo poco contatto fisico…»). Il resto è storia. Storia di un tipo così motivatamente tosto che da matricola NBA aveva come slogan «I gotta respect nobody…», «Non devo rispettare nessuno…». Già da rookie, nessun timore reverenziale, nemmeno per M.J. Testa bassa ad attaccare il canestro. Ad aggredire chiunque sul campo. Un uomo dall’altezza dichiarata di 1.83 (quella reale pare sia 1.76), eppure capace di zigzagare per il campo con la velocità di un quarterback, schivando colossi alti il doppio di lui. Giocate da prestigiatore, i canestri incredibili quasi da dietro al tabellone. Senso della posizione, eleganza di movimenti, una pulizia di tiro da manuale. Vi mancano le partite NBA? Anche a noi, come non mai. Per non patire troppo l’assenza, vi consigliamo di recuperare il documentario Iverson su Netflix, al quale si può abbinare lo speciale sempre su “The Answer” disponibile su SkySport. In attesa di tornare a vedere la NBA e di tornare a giocare su campi o campetti, non ci resta che riammirare la perfezione agonistica di A.I. e la sua vita fuori schema. Per dirla con The Answer: «Non voglio essere Jordan… voglio essere Allen Iverson…».

 

 

 

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