71yj6+1oZjLTutto quello che avreste voluto sapere sull’editoria e non avete osato chiedere. Ecco quello che si trova nell’imperdibile Uomini e libri di Mario Andreose (Bompiani pag. 259, euro 11). Protagonista da decenni della scena editoriale italiana, Andreose ha raccolto in volume gli scritti frutto della collaborazione alla Domenica del Sole 24 ore. Si tratta di gustosi racconti di vita (editoriale), ritratti di scrittori ed editori, intelligenti squarci di trattative dalle fiere del libro da Fracoforte a New York, da Londra a Parigi. E poi cronache di caccia ai nuovi talenti, genesi dei best seller, dietro le quinte da un mercato in continua evoluzione grazie anche all’irrompere delle nuove tecnologie.

 

 

 

 In generale si impara di più dagli editori o dagli scrittori?

E’ un bel mix. Bisogna sapere dosare gli influssi degli uni e degli altri. Nel mio caso, anche solo per la quantità di tempo passato insieme, gli editori hanno avuto un peso maggiore. Però ci sono stati certi autori che hanno vinto in incisività. Penso che il mio percorso sia stato felicemente differenziato. C’erano scrittori di grande prestigio, peso e personalità ai quali ci si avvicinava con atteggiamento differente rispetto agli scrittori della tua generazione, oppure ai nuovi, a quelli che rappresentavano una scomessa per il futuro. Si passava  un tempo “sulle spalle dei giganti” e poi si tentava di creare nuove leve. Nel mio percorso molto variegato ho fatto tutti i mestieri nell’editoria, certo lavorare con grosse personalità dal punto di vista del prestigio, dell’aura, ti dà formazione ed un’educazione al mestiere formidabile oltre che un arricchimento culturale. La mia fase iniziale mi ha visto come esordiente nel Saggiatore, dove c’era una squadra tutte di stelle (Paci, Cantoni, Argan, Formaggio…) chiamate da Alberto Mondadori per costituire collane di saggistica. Bisogna ricordare che siamo alla fine degli anni Cinquanta e si doveva ancora colmare il ritardo dovuto alla censura fascista e alla gumario DSCN5571-U10402684675626ShG-U1040268573837684G-252x215@LaStampa-NAZIONALEerra. Con la letteratura le cose erano andate meglio, gli editori si sapevano barcamenare con la censura. Si pensi solo a Valentino Bompiani che nel ’43 riesce a pubblicare Americana di Elio Vittorini. Un atto di grande coraggio che metteva disposizione dei lettori italiani una larga schiera di autori “nemici”.

 

Lei ha incontrato e consigliato molti dei protagonisti della scena letteraria del ‘900. E se dovessimo fare un brutale elenco?

 Ci metterei sicuramente quelli con cui ho lavorato: Moravia, Sciascia, Bufalino, Eco. Autori fra loro diversissimi a cui, con il passare del tempo si sono aggiunte figure forti delle generazioni successive come Veronesi, Tondelli, De Carlo. E poi i giovani americani, quelli che allora erano chiamati i minimalisti: Bret Easton Ellis e Jay McInerney.

 

 

ZA proposito di Eco: cosa vuol dire essere il suo editor? Sembra un’impresa impossibile…

Bisogna partire dal presupposto che con Eco non si può avere un rapporto paritario, è evidente che stare al livello di un genio non è possibile. Per altro per il mestiere di editor non è affatto necessario stare alla pari dello scrittore che si deve seguire. A volte può capitare. Ventino Bompiani era certamente allo stesso livello di molti suoi autori, in quanto lui stesso era un potenziale scrittore. Scriveva di teatro, era un eccezionale epistolografo. Dava agli autori la sicurezza di essere gestiti al meglio. L’editor non deve misurarsi in termini qualitativi con il suo autore, deve dare ciò che serve allo scrittore semplicemente “tutto il resto” come diceva Bompiani. Con Eco si è trattato di un incontro fortunato. Leggevo i suoi libri, seguivo i suoi interventi sui giornali, quindi non mi è parso vero di diventare una mattina il suo editor. Non per fare un parallelo che potrebbe suggerire una certa superbia, ma il rapporto fra Bompiani e Moravia era simile. Alberto definiva Valentino un “conoscitore” e gli inviava il testo da pubblicare. Non veniva toccata una riga, al limite si discuteva della copertina. Moravia era un autore diverso da Brancati, Alvaro, Savinio, Zavattini che chiedevano anche un contributo di merito. Il mio rapporto con Eco si configura in questi termini: gli ho sempre fornito ciò che si attendeva da me. Le prospettive mutano con i saggi illustrati. Queste antologie di testi richiedono un grande contributo iconografico. Lì nella ricerca di immagini il mio contributo è più robusto.

 

Gordon Lish, editor della casa editrice Knopf, che taglia i racconti di Raymond Carver in modo estremo è un caso di scuola…2856172-9788817066969

Carver è un maestro di scrittura e trama che indirizza sul racconto (alcuni suoi allievi li abbiamo anche pubblicati). Lish aveva la competenza, la vicinanza letteraria con lo scrittore, la forza e la convinzione per tagliare i racconti anche del 70%, 80%. Pensiamo ora al clamoroso caso di T.S. Eliot con La terra desolata,  è noto che inviò il manoscritto all’amico Ezra Pound che lo tagliò quasi dei 2/3. E quella stesura ha posto Eliot ai vertici della poesia mondiale. Ma ci sono pure episodi alla rovescia. Il nome della rosa è uscito un anno prima del mio arrivo in Bompiani. A Eco fu chiesto di tagliare un centinaio di pagine, lui si rifiutò e intervenne Valentino Bompiani, che allora era presidente onorario, per sbloccare la situazione schierandosi al fianco dello scrittore.

 

Alberto Savinio, Corrado Alvaro e tanti altri grandi scrittori italiani sono sempre meno letti. Di chi è la responsabilità?

La colpa è diffusa. Tendenzialmente si produce ciò che si può vendere. Il resto svanisce. Si rischia di intaccare un patrimonio letterario che certamente non merita di scomparire. Tocca all’editore tenere vivo il catalogo: si alimentano le collane economiche, spesso in occasione di celebrazioni ed eventi come una riduzione cinematografica o il lancio di una serie tv. Poi ci sono le collane che si rivolgono ai collezionisti ( come i Meridiani Mondadori, i Classici Bompiani) che sono fondamentali per mettere un freno a questo depauperamento. Una volta ci dava un aiuto la scuola, soprattutto nei licei si leggeva molto durante l’anno. Oggi il focus è orientato verso altre materie e discipline rispetto alla tradizione classica.

 

Un suo grande colpo è stato portare in Italia American Psycho di Bret Easton Ellis…

In quel momento la Bompiani era a caccia di autori americani. Avevamo appena pubblicato Jay McInerney del quale si era invaghita Fernanda Pivano. In quel periodo ero negli Stati Uniti e intorno al romanzo c’era un enorme clamore. Quando mi sono recato dal suo agente a New York per avere una copia del dattiloscritto un’impiegata mi avvertì che bisognava attendere l’arrivo di un suo collega maschio perché lei quel libro non voleva nemmeno toccarlo. C’era una campagna di odio e di fanatismo impressionante, nel frattempo in Italia Mario Spagnol interpellato da La Stampa affermava che un libro del genere non andava comunque pubblicato. Giova ricordare che ci trovavamo in piena epoca reaganiana e il protagonista è uno yuppie che vive all’insegna di una frivolezza assoluta, di un consumismo sfrenato ed è anche un assassino seriale. Un romanzo  di grande qualità che con il suo eccesso narrativo precede l’arrivo di AmericanPsychoBookTarantino e delle sue iene di pochi mesi. American Psycho ha provocato dei malumori anche in casa editrice nonostante fosse partito subito forte. Pare che abbia rischiato il licenziamento. La questione si è chiusa bene grazie anche a un articolo di Furio Colombo che su La Stampa riportò la vicenda nell’ambito letterario.

 

 

 

 

 

 

 

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