1442406214494.jpg--l_uomo_dell_ultima_notteIn un presente distopico fatalmente orwelliano e dunque perversamente burocratizzato in cui le ore di luce del giorno sono state ridotte al minimo da non meglio precisati eventi climatici e la neve cade senza soluzione di continuità, l’ex-proprietario di una sala cinematografica fa i conti con i traumi del suo passato e la sua nuova dimensione di bounty hunter. Ma benché braccati da tanti cacciatori di taglie professionisti come lui, sono i serial killer le vere star mediali nella megalopoli distopica New Heliopolis, conglomerato apparentemente anni Cinquanta epperò squarciato da volute incongruenze tecnologiche (i film si proiettano su pellicola, i notiziari via megaschermi digitali; gli smartphone hanno design art déco, i mezzi di locomozione uno streamlining da far invidia a Raymond Loewy) che è il set principe e “coprotagonista” della nuova attesissima serie Bonelli Morgan Lost (100 pp., € 3,50). Dire di più non è possibile: non solo perché nelle prime 94 pagine di storia è stipata una quantità stordente di eventi e personaggi, ma anche perché la struttura narrativa dell’esordio del nuovo eroe di via Buonarroti prevede, come nell’epoca dei film non digitali, uno svolgimento cliffhanger in due atti significativamente annunciato con un “fine primo tempo” proprio in basso a destra dell’ultima tavola di L’uomo dell’ultima notte.

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12096037_1028328007219085_85627043202909782_nQuesta ”ultima notte” del titolo è quella sbagliata, quella finale, quella che cambia la vita del protagonista (come la tradizione del noir insegna), quella che sconvolge gli affetti, lacera le anime, modifica il corpo (l’eroe sembra indossare una “maschera”: ma in realtà un tatuaggio. Detto abbastanza), ridimensiona (o sovradimensiona) il futuro. È la notte eterna, archetipale, tanto del romanzo hard boiled che del fumetto “adulto”, ma soprattutto del cinema di genere, elemento di cui per ora sembra principalmente nutrirsi l’immaginario evocato. Thriller, horror, pulp, fantascienza ucronica: Morgan Lost (cognomen omen) è una nuova avventura editoriale di cui bastano due sole pagine per perdersi inesorabilmente rapiti nella concatenazione di ribaltamenti della prassi che la innervano. E il  “secondogenito” (così lui stesso lo definisce in un post Facebook proprio di questa mattina) di Claudio Chiaverotti dopo il fondamentale Brendon (e una imprecisata quantità -oltre 50, e tutte significative- di storie di Dylan Dog scritte dal 1989 all’altro ieri) gioca già benissimo carte che potrebbero portarlo a essere (glielo auguriamo) quel vero caso fumettistico “rinnovatore della tradizione” mai pienamente conseguito dalla Bonelli da Dylan Dog in qua. Il progetto estetico, ancor prima di quello tematico, è di rilievo: dopo le sperimentazioni cromatiche di Orfani e Ringo  (le prime serie di via Buonarroti specificatamente pensate a colori, ecco una narrazione interamente declinata in rosso, nero e scale di grigio: una tricromia che cerca paragoni smooth con l’estremismo di Sin City, ma che “personalizza” soggettivamente la forse gratuita oggettività allucinatorio/visionaria di Frank Miller. Morgan Lost è daltonico: percepisce la realtà in sfumature di bianco e nero con l’unica concessione del rosso nel suo spettro visivo, e questa singolarità della visione trasforma tutta la narrazione in una sua proiezione percettiva degli accadimenti, anche di quelli non vissuti in prima persona.

 

 

 

Troppo facile dire che è il colore del sangue, benché il prezioso fluido già scorra copioso sin dalle prime pagine: perché il rosso è anche il colore della rabbia, e della passione, elementi che s’intuiscono sin d’ora non secondari nella costruzione psicologica del personaggio. Il bianco e nero pastoso è invece quello del cinema classico, benché i fatali (ma non soverchianti) rimandi cinefili lascino intendere frequentazioni non meno pesanti ma cronologicamente più vicine e un’impostazione di base che mira scopertamente ad avvicinarsi quanto più possibile a una forma di cinema disegnato (tant’è che il progetto è stato presentato anche con un vero e proprio tr12112487_1030056973712855_2502729225460168970_nailer). Watchmen, Blade Runner, Arancia meccanica, Basic Instinct, Immortal ad Vitam, La terra dei morti viventi, Doctor Giggles (forse…), Il silenzio degli innocenti, Hugo Cabret, Brazil, Metropolis, I figli degli uomini, Marlene Dietrich (utilizzata nel suo ruolo di presunta spia in una meta-vignetta fulminante) e perfino i Rabbits di Lynch: l’ordine è quasi cronologico (cioè di apparizione dentro le tavole) e sono solo le più evidenti (ci starebbe anche una forma di omaggio perverso allo squalo 3D di Ritorno al futuro II, ma può essere sia solo una mia deformazione mentale) tra le tante citazioni della settima arte disseminate nell’arco del primo episodio, oltre ovviamente a quelle figurative (come Nighthawks di Hopper e un Urlo di Munch in cui a gridare è Nosferatu…), letterarie (l’inevitabile Svastica sul sole di Philip K. Dick) e altre più prettamente fumettofile, da Cybersix a Batman, passando inconsciamente, ovvio, anche per Dylan Dog. Ma laddove in Dylan Dog (soprattutto nei primissimi episodi della serie) i riferimenti (soprattutto cinematografici) erano spesso curiosamente funzionali allo sviluppo delle storie, in Morgan Lost sembrano per ora essere microdigressioni (spesso ironiche, talora serissime) per il settaggio progressivo del mood di una narrazione che si intuisce già articolata nei minimi (e probabilmente cruciali) dettagli. I disegni dei primi due episodi sono del sempre più bravo “zagoriano” Michele Rubini (a cui in un paio di tavole è stato letteralmente chiesto l’impossibile: a pag. 84 c’è un bell’esempio) mentre tra i futuri pennelli della serie sono già certi i nomi di Lola Airaghi, Max Bertolini, Val Romeo, Giovanni Talami. Storie, immagini, desiderio, ossessioni. Materia di cui sono fatte tante cose. Come il cinema e l’arte, ma anche la vita. E i fumetti. Intervallo.

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