Si è chiusa ieri al PAN – Palazzo delle Arti Napoli la mostra MUHAMMAD ALI – 100 fotografie immortalano la carriera e la vita del “Re del Mondo”. La rassegna a cura di Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi vive però nel bellissimo omonimo volume edito da Skira (pag.176, euro 38). Cento immagini, provenienti dai più grandi archivi fotografici internazionali quali New York Post Archives, Sygma Photo Archives, The Life Images Collection che colgono Ali in situazioni e momenti cruciali della sua vita non solo sportiva. Un irrinunciabile ritratto del più grande sportivo del Novecento, l’uomo che ha segnato un secolo con la sua boxe ma anche con le sue scelte politiche, sociali, religiose. Muhammad Ali è morto a 74 anni. Era malato da tempo, morbo di Parkinson, niente che gli abbia impedito negli anni ultimi e dolorosi di mostrarsi così diverso da come si mostrò in precedenza.Un portento, sul ring e fuori. Indimenticabile il suo modo di entrare nel dibattito pubblico con la forza del suo eloquio. Un maestro di comunicazione, un dio del linguaggio (che spesso parlava in rima, come un rapper, con decenni di anticipo). Consapevole della propria intelligenza, spavaldo fino alle estreme conseguenze,  a suo agio in mezzo alla folla (esistono migliaia di foto in cui è circondato, quasi soffocato dalla gente). In apertura: New Orleans, settembre 1978: incontro con stampa e tifosi prima del match contro Leo Spinks che darà a Muhammad Ali il titolo mondiale per la terza volta. Chuck Fishman/Getty Images

New York, 13 marzo 1963. Match contro Doug Jones. Bettmnann/Getty Images

 

La parola a Muhammad Ali

Dicono ai bambini che Gesù era bianco, così come gli apostoli e gli angeli. Il posto in cui vive il presidente si chiama Casa Bianca. Perfino Tarzan è bianco. Ma come? Bianco uno nato e cresciuto nella giungla?

Andate al college, state a scuola. Se possono ottenere la penicillina dal pane ammuffito, allora possono sicuramente fare qualcosa con voi.

Dentro a un ring oppure fuori, non c’è nulla di sbagliato nell’andare al tappeto. È restare al tappeto che è sbagliato.

Un uomo che osserva il mondo a cinquanta anni allo stesso modo in cui l’ha fatto a venti, ha sprecato trenta anni della sua vita.

L’uomo senza immaginazione non ha ali.

I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione.

Non contare i giorni, fa in modo che i giorni contino.

Fiumi, stagni, laghi e corsi d’acqua, tutti hanno nomi diversi ma tutti contengono acqua. Proprio come le religioni: tutte contengono delle verità.

Miami Beach, 1971. Allenamento nella palestra 5th Street Gym di Chris Dundee, fratello del manager Angelo. Chris Smith/Getty Images

Non c’è bisogno di stare in un ring di pugilato per essere un grande combattente. Finché si resterà fedeli a se stessi, si avrà successo nella propria lotta, per quello in cui si crede.

Non ho mai pensato di perdere, ma ora che è accaduto, l’unica cosa è farlo bene. Questo è il mio obbligo verso tutte le persone che credono in me. Noi tutti dobbiamo affrontare sconfitte nella vita.

Io sono l’America. Sono la parte in cui non ti riconosci. Ma abituati a me. Nero, sicuro di me, presuntuoso; il mio nome, non il tuo; la mia religione, non la tua; i miei obiettivi, non i tuoi: abituati a me.

Se sogni di battermi è meglio che ti svegli e chiedi scusa.

Per essere un grande campione è necessario credere di essere il migliore. Se non lo sei, fingi di esserlo.

Quando si tratta di amore, compassione e altri sentimenti del cuore, io sono ricco.

Se la mia mente può concepirlo e il mio cuore può crederlo, allora io posso compierlo.

Il modo migliore per realizzare i tuoi sogni è quello di svegliarsi.

Ho lottato con alligatori, Mi sono azzuffato con una balena. Ho ammanettato un fulmine e gettato un tuono in galera. Lo sai che sono cattivo. Proprio la scorsa settimana, ho ucciso una roccia, ferito un sasso, mandato in ospedale un mattone. Per così dire, io faccio ammalare le medicine.

Houston, 14 novembre 1966. Match contro Cleveland Williams. Vittoria per K.O.Tecnico al terzo round. The ring Magazine/Getty Images

 

 

Pugni chiusi

Il 28 aprile del 1967 inizia il combattimento Muhammad Ali vs governo degli Stati Uniti. Quel giorno si deve presentare all’ufficio di ammissione alla leva di Houston, dove è stato convocato per il reclutamento. Per entrare nell’esercito bisogna fare il proprio nome e un passo avanti. Ali quel passo non l’ha mai compiuto:” Rifiuto di essere coscritto nelle forze armate degli Stati Uniti perché pretendo di essere esonerato in quanto ministro della religione islamica”. Ali viene condannato a cinque anni di prigione e a una multa di diecimila dollari. nel giugno del 1971 la corte suprema gli dà ragione con verdetto unanime. Il fatto è che, dopo avere spedito k.o. Zora Folley a un mese dal rifiuto della leva, Ali non sale più sul ring pere tre anni e mezzo. Quella scelta gli costa, fra borse e sponsor, almeno dieci milioni di dollari. Ma, come egli stesso ha spiegato alla rivista Black Scholar, la sua priorità era un’altra:”Ero determinato a essere un nero su cui l’uomo bianco non metteva le mani. Un nero che non si lasciava sottomettere”. Gli tocca attendere il 1974 e l’incontro a Kinshasa, contro George Foreman per rientrare in possesso del titolo mondiale dei massimi. Dalla forzata inattività torna un Ali diverso. Meno veloce, costretto ad apprendere un nuovo modo di stare sul ring. Prima gridava sempre:”Non possono toccarmi”, ora deve incassare i colpi degli avversari. La scelta è obbligata ma rischiosa per la sua salute: nel 1977, dopo l’incontro con Shavers, il dottor Pacheco lascia il campione, visto che i suoi allarmati referti non vengono presi in considerazioe da Ali e dal suo entourage. Non vuole scendere dal quadrato, il più grande pugile della storia: sente di incarnare aspirazioni, tensioni, lotte sociali. La sua carriera ha sempre fatto corsa parallela con la storia statunitense. Nel febbraio del 1964, a vederlo trionfare contro Sonny Liston, in prima fila c’è Malcom X: è il viatico perfetto perché il ragazzino ventiduenne di Lousville (Kentucky), che il giorno seguente annuncia di essere un membro della Nation of Islam, faccia il suo ingresso sulla ribalta politica, prima nazionale e poi internazionale. Lo interrogano su tutto e lui risponde su tutto, si telefona con Bertrand Russell per parlare di pacifismo…Per l’FBI che l’ha schedato e messo sotto sorveglianza è un sovversivo. Viene costantemente attaccato dai giornali, ma le sue apparizioni ai talk show sono seguitissime. Negli anni Sessanta si impone, mentre nel decennio successivo è la sua visione del mondo a passare. Il perché ce lo racconta Norman Mailer:”Provi sempre una forte impressione quando lo vedi (…). Le donne emettono un udibile sospiro. Gli uomini abbassano lo sguardo. Si rammentano di nuovo del loro scarso valore. Anche se Ali non avesse mai aperto bocca per fare tremare le gelatine dell’opinione pubblica, ispirerebbe sempre amore e odio. Poiché Ali è il Principe del Cielo: così dice il silenzio che circonda il suo corpo quando egli è luminoso”.

Massimo Rota

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