La serie in otto episodi prodotta dalla Lucasfilm e distribuita sulla piattaforma streaming Disney+ è la prima live action ambientata nell’universo di Star Wars. A idearla è stato Jon Favreau, già regista di Iron Man (2008) e Iron Man 2 (2010), che ha avuto la geniale intuizione di costruire la storia attorno a personaggi che rievocano direttamente due tra le figure più amate della saga, ovvero Boba Fett e il maestro Yoda.  Il mandaloriano protagonista della serie, ambientata cinque anni dopo le vicende narrate ne Il ritorno dello Jedi (1983) e venticinque anni prima de Il risveglio della Forza (2015), è infatti un cacciatore di taglie la cui corazza e il cui elmo richiamano subito alla mente l’enigmatico personaggio che ne L’Impero colpisce ancora (1980) riesce a mettere sotto grafite niente meno che l’imprendibile Han Solo. Nella trilogia originale, la prima in termini di produzione, il personaggio di Boba Fett non viene mai indicato come mandaloriano (sono le serie animate The Clone Wars e Rebels a offrire maggiori informazioni su questi alieni). In realtà i mandaloriani non sono una razza, bensì una tribù che segue un credo, la Via. Un codice etico che rimanda ai pistoleri solitari dei film western, ai samurai senza padrone dei Jidai-Geki, i drammi storici giapponesi. Già nei primi minuti del Capitolo 1 veniamo catapultati in una tipica ambientazione western, un saloon in cui il nostro protagonista fa irruzione per raccogliere una taglia. Il lavoro seguente il mercenario lo riceve direttamente dal Cliente, oscuro faccendiere seguito da quelle che un tempo erano guardie imperiali, magistralmente interpretato dal regista Werner Herzog, il quale gli affida un compito che pare quasi impossibile, ovvero catturare un “cinquantenne” non meglio identificato. Il mandaloriano parte allora alla volta del pianeta desertico Arvala-7, dove, dopo uno scontro ad accerchiamento alla Butch Cassidy, recupera la taglia.

 

 

Ed ecco il secondo protagonista della serie, il misterioso “cinquantenne” (non tutte le razze invecchiano allo stesso modo): The Child, Il Bambino, quello che i fan hanno da subito ribattezzato Baby Yoda. Non v’è dubbio alcuno circa la somiglianza con il maestro di Luke Skywalker, sia da un punto di vista estetico sia per ciò che concerne le sue abilità, infatti già nel secondo episodio risulta chiaro che nel piccoletto la Forza scorre potente. Così come George Lucas decise di non rivelare nulla del personaggio di Yoda, per accrescere l’interesse dei fan, così Favreau mantiene la linea e crea un personaggio che è già leggenda. È proprio la dimensione leggendaria, la dimensione epica, ad attraversare tutta le serie in una convergenza di citazioni e omaggi che fanno vibrare lo spettatore alla stessa maniera in cui vibrarono gli animi di fronte alle avventure della Principessa Leia, Luke Skywalker, Obi-Wan Kenobi e Han Solo. Tutto in The Mandalorian punta verso la prima trilogia: le taglie sotto grafite sulla Razor Crest, i saloon interspecie, i droidi dalle goffe movenze umane, l’estetica da “futuro usato” delle scenografie, il capitolo ambientato sul pianeta Tatooine, i Jawa e la loro fortezza mobile, fino al droide combattente IG-11, praticamente identico a quell’IG-88 che si scorge per pochi fotogrammi ne L’Impero colpisce ancora insieme a Darth Vader e Boba Fett. Tutto punta alla prima trilogia perché tutta le serie è animata da quelli che sono stati gli archetipi su cui lo stesso Lucas ha costruito il mito: i mondi di frontiera, le atmosfere da spaghetti western, la figura dell’Uomo senza nome interpretato da Clint Eastwood nella Trilogia del dollaro, l’etica dei samurai dei film di Akira Kurosawa.

 

 

Allo stesso tempo, e questa è la novità, la serie rappresenta un unicum nell’universo di Star Wars, poiché qui la lotta tra Impero e Ribelli, tra Nuovo Ordine e Resistenza, è del tutto assente. La timeline non la prevede. Omaggia la trilogia originale ma al tempo stesso si distacca dalla dimensione a conduzione famigliare di quello stesso universo, ampliando con successo la percezione della galassia. Sono i dettagli della quotidianità, inoltre, a rappresentare l’esaltante peculiarità di The Mandalorian, come l’utilizzo della vecchia moneta imperiale, le corazze degli stormtrooper ormai ammaccate e sporche, la riconversione di una nave-prigione un tempo usata per i ribelli e controllata ora dalla Nuova Repubblica. Tutto è perfetto in The Mandalorian: lo sono le musiche del premio Oscar Ludwig Göransson, incalzanti e allo stesso tempo mesmerizzanti come tamburi che accompagnano una cavalcata; lo sono i titoli di coda che scorrono su meravigliose illustrazioni che ripercorrono i momenti salienti degli episodi; lo sono i comprimari, come il già citato Herzog, o Carl Weathers, che come l’Apollo Creed della saga di Rocky, compie un twist caratteriale; lo sono i richiami pop come la scelta di Giancarlo Esposito (Breaking Bad) per il personaggio del Moff Gideon e la citazione a Terminator 2 nell’episodio finale. Ogni singolo episodio, ad essere onesti, meriterebbe un’analisi approfondita. Come non citare la commistione tra I sette samurai (1954), evidente fonte di ambientazione e trama del Capitolo 4: Il rifugio, e il richiamo alla fiaba evocato dall’AT-ST (i walker bipedi dell’Impero per gli attacchi di terra) dagli “occhi” rossi di drago che sembra muoversi di vita propria? Ma l’ammirazione per la perfezione di ogni singolo aspetto di The Mandalorian e l’esaltazione per l’aver ridato nuova linfa all’universo creato da George Lucas, non sono gli unici sentimenti che la serie evoca. C’è infatti qualcosa di ancora più profondo e radicato nel mito di Guerre Stellari, nelle dinamiche che si creano tra il personaggio del Mandaloriano e del Bambino e che vengono affrontante qui in un’ottica opposta a quanto avvenne per Luke Skywalker e Darth Vader: la delicata e struggente nascita del rapporto tra un padre e un figlio.

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