GLOW è l’acronimo di “Gorgeous Ladies Of Wrestling” e dal 1986 al 1990 è stato un programma che documentava la vita reale delle lottatrici di wrestling (come ricorda il documentario del 2012 di Brett Whitcomb dal titolo GLOW: The Story of the Gorgeous Ladies of Wrestling). Invece la serie GLOW, disponibile su Netflix dallo scorso 23 giugno, prende le mosse da qui, ma per raccontare la storia di un gruppo di donne, quattordici, variamente disperate che, nella Los Angeles di metà anni 80, rispondono all’annuncio per un’audizione e si ritrovano a diventare, loro malgrado, lottatrici. Sono tutte piuttosto determinate e spinte dalle ragioni più disparate. La protagonista è Ruth (Alison Brie, la Trudy Campbell di Mad Men), petulante aspirante attrice che viene chiamata ai provini dalla sua agente perché rappresenta la ragazza “normale” di modo tale che i produttori si rendano conto, vedendola, che è meglio prendere qualcuno che non sia “normale”. In un secondo tempo arriva a far parte del gruppo la sua ex migliore amica Debbie (Betty Gilpin), che ha conosciuto un breve momento di notorietà grazia a una soap opera, ma che ha abbandonato le scene per occuparsi del figlioletto, salvo poi ritrovarsi con un marito fedifrago. E poi ci sono Carmen (Britney Young), che appartiene a una dinastia di celebri wrestlers, ma il padre cerca di impedirle di seguire le sue orme perché la vuole vedere sposata, Sheila la donna-lupo (Gayle Rankin), Cherry (Sydelle Noel), di professione stuntgirl che presto viene promossa ad allenatrice, Melanie (Jackie Tohn), la figlia di papà che gira in limousine, la regale Tammé (Kia Stevens, l’unica vera wrestler professionista del cast), la vietnamita Jenny (Ellen Wong), la mascotte Justine (Britt Baron), le amiche parrucchiere Stacey (Kimmy Gatewood) e Dawn (Rebekka Johnson), l’indiana Arthie (Sunita Mani) che accetterà di interpretare un ruolo scomodo per esigenze di copione, la colta Rhonda (Kate Nash) e la sportiva Reggie (Marianna Palka). A dirigere il tutto Sam Sylvia (Marc Maron), regista di B-movies cocainomane che, dopo aver immaginato uno scenario postapocalittico per le sue ragazze, deve scendere a patti con il giovane produttore Bash (Chris Lowell) e accettare che ognuna di loro interpreti un personaggio che la caratterizzi e permetta di identificarla facilmente.

Creata da Liz Flahive e Carly Mensch, GLOW che comprende 10 episodi della durata di circa mezz’oravede come produttrice esecutiva Jenji Kohan – già ideatrice della pluripremiata serie Orange Is the New Black –  e sta raccogliendo consensi entusiastici ovunque tanto che già si parla di una seconda stagione. I dialoghi sono brillanti, ma soprattutto i personaggi sono ben costruiti. Ognuno di loro ha alle spalle una storia non facile, che viene accennata nel corso dei vari episodi, senza ricorrere al flashback, suggerendo piuttosto che mostrando, in modo da lasciare allo spettatore la ricostruzione del background. Molto interessante anche il sistematico ribaltamento degli stereotipi imperanti (si veda la scena iniziale del provino di Ruth) che fa da filo conduttore a tutta la serie e che viene esplicitato nel momento in cui le lottatrici iniziano a interpretare il loro personaggio. Anche l’effetto nostalgia dovuto all’accurata ambientazione Eighties – dall’abbigliamento (i costumi in stile Jane Fonda, le capigliature), alla musica – contribuisce al successo. E naturalmente il cast, azzeccassimo anche nei ruoli minori. Le attrici hanno davvero imparato a lottare e non hanno fatto ricorso a controfigure. D’altra parte non si poteva fare altrimenti perché, come ha spiegato Carly Mensch in un’intervista a Hollywood Reporter: «Sapevamo fin dall’inizio che GLOW sarebbe stata una serie sui corpi e sulle donne che usano il loro corpo in un modo diverso da come lo hanno usato fino a quel momento, e anche in un modo che il pubblico non aveva mai visto. Era importante quindi raccontare la storia in maniera onesta, e mostrare come davvero le donne reali affrontavano questa esperienza». Una serie di lotta (e di lotte), da tutti i punti di vista.

 

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