Sul cinema e altre imperfezioni. 15 saggi di Ezio Alberione

A undici anni dalla scomparsa di Ezio Alberione la raccolta di saggi Sul cinema e altre imperfezioni (Bietti Heterotropia, € 19) ripropone quindici suoi scritti sul cinema. Dagli autori più amati (François Truffaut, Steven Spielberg, Robert Bresson, Orson Welles) a temi più trasversali (la felicità, la lingua, il tempo, la sceneggiatura, la televisione, i fratelli). I curatori Fabio Vittorini e Marì Alberione sono stati mossi «da un’intenzione precisa: non tanto commemorare il passato, quanto riprenderlo in mano e sottoporlo alla prova del presente».

 

Il libro verrà presentato martedì 9 maggio alle ore 19 alla libreria Verso di corso di Porta Ticinese 40 (Milano). Per noi che ricordiamo con tenerezza e gratitudine gli anni passati a lavorare, ridere, giocare al fianco di Ezio è un’occasione preziosa per nutrire il nostro bisogno di consolazione (per dirla con Stig Dagerman). E la consolazione è davvero una necessità, è come respirare, è un modo per trattenere Ezio con noi. Un modo per spremere amore dal nostro dolore. Questo affetto si trova fuori dal tempo e nega ogni relazione fra il tempo e la vita. Ezio c’è oggi e ci sarà domani, sempre al nostro fianco, sempre col suo sorriso.

 

Per gentile concessione della casa editrice pubblichiamo la prefazione di Gianni Canova.

 

C’è una differenza di fondo fra i critici e gli artisti. I critici, quasi sempre, assomigliano alla loro scrittura, gli artisti quasi mai. Mi è capitato spesso di sentirmi rapito da un film, o da un libro, e poi di essere deluso dopo aver conosciuto di persona l’uomo o la donna che quel libro o quel film l’avevano realizzato. Ho incontrato opere vibranti e appassionate scritte da uomini suscettibili, rancorosi, solipsisti, permalosi. Uomini diversi, molto diversi, dalle loro creature (o creazioni…). Con chi esercita il mestiere del critico, invece, mi è successo quasi sempre il contrario: a una scrittura sgradevole e saccente corrisponde quasi sempre un individuo sgradevole e saccente, a una scrittura affascinante (peraltro rara avis, fra i critici…) corrisponde quasi sempre una persona affascinante. Voglio dire che il critico – nel bene e nel male – è quasi sempre una persona che coincide con la propria scrittura. Con la qualità e il tono delle proprie argomentazioni. Con il respiro dei propri ragionamenti. Chi mi ha aiutato a mettere a fuoco per la prima volta questa differenza fra critici ed artisti è stato Ezio Alberione. Ezio coincideva totalmente con la propria scrittura e tuttavia lasciava anche che la vita – la sua vita – tracimasse oltre la scrittura, che esondasse fuori dalla pagina, che allagasse la vita. È questo che mi ha sempre, da subito, colpito in lui. Che mi ha punto. La sua capacità di essere tutto dentro le parole e le frasi che scriveva ma – al contempo – anche di essere altrove. Spesso dove non ti aspettavi di trovarlo.

 

Scriveva veloce, Ezio. Pensava veloce. Viveva veloce. Tra i ricordi più belli che ho di lui c’è un corso su Spielberg che facemmo insieme alla Iulm di Milano. Fine anni Novanta, se non ricordo male. Ezio aveva curato una monografia a più voci che doveva servire da libro di testo. All’inizio, diligentemente, ci dividevamo le lezioni. Io facevo un film, Ezio un altro. Poi, a un certo punto, senza averlo mai consapevolmente deciso, abbiamo iniziato a entrare in aula in due. E a far lezione in due. Botta e risposta. Senza esserci preparati prima. Ragionando in diretta sulle immagini, azzardando interpretazioni, replicando alle argomentazioni dell’altro. Ping pong. Velocissimo. Trasformando il canonico monologo della lezione universitaria in un dialogo dal vivo. Un esercizio di intelligenza critica e di pratica ermeneutica davvero unico. Perché Ezio era un intellettuale vero: uno di quelli che anche se non sei d’accordo con lui (e a me capitava spesso di non essere d’accordo con lui) ti obbligano a pensare meglio, a essere più chiaro, a capire e spiegare più lucidamente le ragioni e i motivi del tuo dissenso. Chi c’era – lo confermano ancora oggi molti degli studenti di allora – ricorda quel corso su Spielberg come un’esperienza irripetibile: eravamo entrambi giovani, eravamo divorati dalla passione, godevamo nell’esercizio dell’intelligenza, ci stimavamo l’un l’altro anche se forse ci divertivamo anche un po’ nel gioco competitivo di mettere in scacco l’altro. Ci veniva talmente bene, il gioco, che per una breve stagione (breve perché Ezio venne a mancare troppo presto) portammo in giro i nostri match dialettici in una sorta di “pugilato” itinerante nei cinema d’essai e nelle biblioteche del nord Italia. Ricordo uno dei pezzi forti del nostro repertorio: lo scontro su La tigre e la neve di Benigni. Ezio lo amava e lo difendeva, io no. Io lo detestavo. Eppure, quanto più mi accaloravo nel cercare di dimostrare che quel film segnava una crisi profonda nella capacità creativa dell’autore, tanto più sentivo che anche Ezio aveva ragione nel difendere una sua intima e segreta poeticità. Una volta mi confessò che capitava lo stesso anche a lui: non condivideva quello che dicevo, ma capiva le mie ragioni. Le capiva a tal punto che – quasi per gioco – cominciammo a scambiarci le parti e a presentarci in pubblico io fingendo di essere lui e lui fingendo di essere me: io cercando cioè di adattare a me le sue ragioni e lui facendo lo stesso su di sé. Relativismo fine a se stesso? Affatto. Anzi: ginnastica della mente, sperimentazione di punti di vista e di prospettive diverse, vaccino contro ogni forma di fanatismo e di integralismo. Amavo questo, in Ezio: il rigore con cui difendeva le sue ragioni senza però mai pensare che fossero le uniche ragioni possibili, senza farne dogmi, o verità assolute. Rara avis, in una professione – quella di critico – dove non sono pochi quelli che si sentono piuttosto un Giudice o un Boia (e magari ne godono anche…), delegati non si sa da chi a emettere sentenze inappellabili e definitive.

 

I testi raccolti in questo volume sono la conferma del rigore esuberante di Ezio Alberione: rigore perché dietro ogni frase, perfino dietro ogni parola che egli scrive senti che c’è studio, ricerca, verifica, precisione. Ma anche esuberanza perché senti che a volte le parole non bastano, e che ci vorrebbero la sua voce, il suo sorriso, il suo sguardo per completare il senso di quello che la parola scritta non sempre riesce a comunicare. C’è un’idea alta di critica, in queste pagine. Assieme alla consapevolezza che la critica non è, e non può accontentarsi di essere, solo una pratica di conoscenza e di giudizio del mondo, ma esiste, e si fa leggere, se e solo se esprime anche un profondo e appassionato sentimento della vita.