Una tendenza poco analizzata del cinema horror recente, è quella che vede le registe recuperare un certo gusto fantastico in abbinamento a malesseri interiori profondi: la rappresentazione del dolore, quindi, abbandona il realismo stucchevole dei survivalism e del torture-porn per riesumare, invece, la cifra più immaginifica di un genere che, da sempre, è stato soprattutto un incredibile ricettacolo di creature. Jennifer’s Body, Babadook, e ora The Bye Bye Man sembrano perfetti veicoli per la creazione di un nuovo immaginario mostruoso che rinnovi la grande tradizione dei villain. Il fatto che a impossessarsi del nuovo impeto creativo siano delle donne non ci appare casuale, a fronte di una predilezione spiccata che l’horror ha sempre nutrito per l’esplorazione del femminile, coniando alcune fra le protagoniste più tenaci del cinema – basti pensare alle tante eroine nel cinema di Wes Craven, Nightmare in primis. La proliferazione di creature in agguato nell’ombra ci dice di una capacità di giocare con l’aspetto più fiabesco del genere, che da un lato sembra trascinare lo stesso verso una dimensione più infantile – si pensi ai nomi onomatopeici di volta in volta attribuiti a questi spettri – e che rende ancora più sorprendente, invece, la cifra adulta delle storie e la rispettiva ricognizione psicologica. The Bye Bye Man, di Stacy Title, è un altro esempio di questa interessante deriva: da un lato c’è la creatura diafana interpretata dal corpo significante di Doug Jones, che permette di gettare un ponte con il cinema di Guillermo Del Toro, imprescindibile per tracciare le coordinate del moderno cinema mostruoso.

D’altro canto, però, l’azione del boogeyman non è tanto incentrata sullo slash nei confronti dei malcapitati protagonisti, quanto nel far emergere il rimosso e il senso di afflizione latente nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Vittime del mostro sono infatti coppie apparentemente solide, famiglie con gli affetti e i piedi ben piantati in terra, che di fronte alle allucinazioni provocate dalla creatura lasciano emergere tutte le diffidenze e i timori reciproci fino alla deflagrazione finale. Da questo versante, il campo d’azione diventa coerentemente immateriale: il Bye Bye Man agisce a un livello inconscio, a metà fra la realtà e il sogno, distorcendo le percezioni e creando un mondo alternativo che dona forma alle paure, istillando non solo la paura di quel che potrebbe essere, ma anche il dubbio su ciò che si vede. Un teatro degli orrori personale cui si può opporre unicamente la resistenza della non-creazione, con i personaggi che si impongono ossessivamente di non pensare e non nominare il mostro. L’aspetto più interessante dell’opera sta proprio in questa dicotomia fra una rappresentazione in grado di creare un villain ben definito, e una tensione narrativa che cerca invece di tendere al divieto dell’affabulazione. Dal versante squisitamente narrativo, la gestione del plot risente perciò di una certa farraginosità, ma il film riesce a creare momenti genuinamente inquietanti, sia da un punto di vista schiettamente orrorifico, sia scavando in paure universali che ci dicono di una capacità di andare al di là del semplice spettacolo. Luci e ombre, insomma, di un progetto che non a caso nasce da una raccolta di leggende metropolitante (il libro The President’s Vampire: Strange-but-True Tales of the United States of America, di Robert Damon Schneck) e che la distribuzione in sala ha liquidato con una certa sbrigatività. A permettere il recupero sono ora le edizioni Blu-Ray Disc e DVD di Midnight Factory/Kock Media, dove accanto al film e alle interviste ai realizzatori, troviamo anche un booklet con apparati critici in grado di esaltare la natura peculiare del film.

 

 

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