Clamore e spaesamento: chi c’era, nel 1998, ricorderà senz’altro i sentimenti provati di fronte all’uscita nelle sale dei primi titoli DreamWorks Animation (Z la formica e Il principe d’Egitto). Forte del nuovo Studio che aveva fondato con Steven Spielberg e David Geffen, l’ex capo reparto animazione della Disney, Jeffrey Katzenberg, andava infatti a sfidare la casa del topo direttamente sul suo terreno. Lo faceva, si badi, non con l’entusiasmo arrembante di un Don Bluth (che sicuramente ricorderà ancora oggi il pur ingiusto flop di Brisby e il segreto di NIMH), ma con la volontà imprenditoriale di chi intende offrire una proposta organica e continuativa di nuovi lungometraggi animati, secondo la stessa logica che aveva fatto la fortuna del colosso di Burbank. Da questo versante, i due titoli citati erano già un interessante biglietto da visita: Z la formica guardava direttamente negli occhi il coevo A Bug’s Life della Pixar rovesciandone il modello secondo un umorismo più sottile, mentre Il principe d’Egitto, unendo animazione tradizionale e ritocchi digitali, provava la strada del grande kolossal storico, mescolando reminiscenze demilliane all’ambizione di una animazione adulta e priva di ammiccamenti musicali e ironici. L’accoglienza fu mista, ma da lì partì quella diversificazione dell’offerta che oggi vede attivi e riconoscibili nel mercato anglofono dell’animazione anche la Illumination Entertainment, i Blue Sky Studios, Sony Animation e via citando. Cosa resta, dunque, di quella promessa dopo ventisei anni di attività, gli ottimi incassi, gli Oscar vinti e un’organizzazione aziendale che spazia dal mercato cinematografico a quello televisivo?

 

Z – la formica (1998)

 

Ancora il clamore e lo spaesamento, a conti fatti, perché l’uscita di ogni titolo DreamWorks Animation difficilmente sposta le convinzioni di quegli addetti ai lavori che l’accusano di “mancanza di ispirazione” e “aridità d’immaginario”. Non appare dunque inconsueto che il primo saggio italiano sullo Studio di Glendale arrivi soltanto adesso, molto dopo i volumi da sempre dedicati alle altre realtà – e aggiungerei che neppure all’estero va tanto meglio, sebbene il numero delle pubblicazioni sia “gonfiato” dai numerosi artbook collegati ai vari film. Il saggio di Matteo Mazza e Simone Soranna, pubblicato da Bietti Heterotopia (pag.290, euro 22) sceglie per questo la strada più difficile: non solo far luce su una realtà ancora poco indagata criticamente, ma ribadire come, in barba alle apparenze, il progetto sia solido, coerente e validissimo dal versante artistico. “Imprevedibile, indifferentemente meraviglioso e bizzarro”: proprio le caratteristiche che hanno sempre causato diffidenza sono quelle che gli autori abbracciano con entusiasmo, ponendole a chiave di volta di un rovesciamento di prospettiva sulla produzione dreamworksiana. Una “strategia di ribaltamento che rovescia l’ordine del consueto rinunciando a un certo semplicismo manicheo”. Il lavoro di Mazza e Soranna, insomma, invita a riflettere sull’identità quale autentico nucleo tematico della produzione DreamWorks Animation.

 

Shrek (2001)

 

Attraverso un’analisi puntuale e una mole di precisi rimandi a fonti d’epoca, gli autori sottolineano così la coerenza di storie fatte da protagonisti in cerca della propria identità, similmente a quanto Katzenberg provava a fare nel confronto con l’ingombrante modello disneyano. Che siano le galline in fuga dal pollaio o il panda amante delle arti marziali, gli antieroi DreamWorks devono prevalere in un mondo di valori tradizionali dove la loro presenza rappresenta immancabilmente la sfida e l’eccezione. Le loro peculiarità finiranno così per fornire una prospettiva ribaltata, con cui dimostrare la propria unicità. La saga di Shrek, in questo senso, diventa lo spartiacque per ricontestualizzare questi temi in una formula che capovolge proprio il modello della favola disneyana, giocando “per antitesi su dettagli e scelta dei personaggi”, rimanendo però “fedele alla parabola di un eroe convenzionale” che deve “compiere un impervio cammino per ritrovare il proprio equilibrio”. Merito del volume è poi l’aver diviso una filmografia ben lunga e articolata (39 lungometraggi fino a oggi) in percorsi più definiti. Si parte con un capitolo introduttivo che getta una visione d’insieme sul panorama animato degli anni Novanta: il centro della scena è ovviamente per Katzenberg, dal suo addio alla Disney alla voglia di affrancarsi dalla sua formula. Una volta stabiliti i presupposti, si prosegue con i vari nuclei tematici: i “luoghi del mondo animato” in opere come Z la formica, Shark Tale, La gang del bosco, Bee Movie, Turbo, propedeutici a comprendere la dinamica di interazione/opposizione fra i personaggi DreamWorks e i loro piccoli/grandi universi. Poi il “Neoclassicismo” delle opere in animazione tradizionale, la collaborazione con la Aardman Animation fino all’approdo alle saghe più celebri: , Kung Fu Panda, Dragon Trainer. Infine un focus sugli outsider e le sperimentazioni sui generi (dove svetta il magnifico Le 5 leggende). L’operazione di ribaltamento e al contempo mimesi rispetto ai modelli consolidati riassume così bene la dicotomia sogno/lavoro esplicitata dallo stesso nome nome DreamWorks, e ci restituisce una realtà attenta sia alla vendibilità dei suoi prodotti, quanto alle loro possibilità artistiche. L’analisi di Mazza e Soranna è in questo senso rivelatoria e, sebbene l’ansia della riscoperta porti a qualche comprensibile esemplificazione dei meriti altrui (non tutto in Disney è così “manicheo” e “semplicistico” come gli autori scrivono), il lavoro si dimostra interessante e curato dal versante editoriale.

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