Da non mancare. In tempi di pandemia c’è bisogno di una luce nel buio. Di un filosofo che si interroghi su ciò che accade. Subito in versione elettronica, con una modalità perfetta per seguire gli eventi in divenire. Slavoj Žižek si sta impegnando nell’impresa di scrivere un saggio in divenire. L’ebook di Virus – Catastrofe e solidarietà (Ponte alle Grazie) viene aggiornato via via con tutti i nuovi interventi dell’autore sull’argomento. Il lettore può riscaricare gratuitamente le edizioni successive a quella acquistata a euro 3,99. Il libro che conta per ora una decina di interventi, disegna scenari, riannoda i fili di una possibile nuova esistenza, si interroga  sui rapporti fra popolo e Stato, sulle relazioni internazionali:«Magari si propagherà un virus ideologico diverso e molto più benefico, e che ci infetti c’è solo da augurarselo: un virus che ci faccia immaginare una società alternativa, una società che vada oltre lo Stato-nazione e si realizzi nella forma della solidarietà globale e della cooperazione».

 

 

Per gentile concessione dell’editore Ponte alle Grazie pubblichiamo, in esclusiva, il primo saggio di Virus.

 

 

Elisabeth Kübler-Ross1 propose il famoso modello che articola in cinque fasi la reazione di chi scopre di avere una malattia terminale: la negazione (ci si rifiuta di accettare il fatto: «Non sta succedendo davvero, non a me»); la rabbia (che scoppia quando non si può più negare il fatto: «Perché proprio a me?»); la negoziazione (la speranza che il fatto possa essere posticipato o ridotto: «Che almeno viva abbastanza da vedere i miei figli laureati»); la depressione (disinvestimento libidico: «Presto morirò, allora perché mai dovrebbe interessarmi qualcosa?»); l’accettazione («Non posso combatterla, potrei pure prepararmi»). Successivamente, KüblerRoss estese queste fasi a qualunque forma catastrofica di perdita personale (perdita del lavoro, morte di una persona amata, divorzio, tossicodipendenza), e inoltre ebbe cura di sottolineare che non era necessario né che le fasi si presentassero nello stesso ordine né che ogni paziente le sperimentasse tutte e cinque. È possibile distinguere le stesse cinque fasi in ogni congiuntura che pone la società di fronte a una qualche rottura traumatica. Prendiamo la minaccia della catastrofe ecologica: per prima cosa, tendiamo a negarla (è solo una paranoia, niente di più che le solite oscillazioni delle condizioni climatiche); poi arriva la rabbia (contro le grandi imprese che inquinano l’ambiente, contro il governo che ignora i pericoli) seguita dalla negoziazione (se ricicliamo i rifiuti, possiamo guadagnare un po’ di tempo…) e dalla depressione (è troppo tardi, non abbiamo scampo…) e, finalmente, dall’accettazione: siamo di fronte a un grave pericolo e dovremo stravolgere il nostro modo di vita! Lo stesso discorso vale per il controllo digitale: per prima cosa, tendiamo a negarlo (che esagerazione, è una di quelle paranoie della sinistra, nessun agente può controllarci nelle attività di ogni giorno…), poi scoppiamo di rabbia (contro le grandi aziende e contro i servizi segreti di Stato che ci conoscono meglio di quanto ci conosciamo noi stessi e usano questa conoscenza per controllarci e manipolarci), e finiamo per negoziare (le autorità hanno il diritto di ricercare i terroristi, ma non quello di violare la nostra privacy…) e deprimerci (è troppo tardi, abbiamo perso la nostra privacy, è finita l’epoca della libertà), e, finalmente, si perviene all’accettazione: il controllo digitale minaccia la nostra libertà, dovremmo rendere l’opinione pubblica consapevole del controllo sotto ogni aspetto e impegnarci per contrastarlo!

 

Si può dire lo stesso di quanti hanno subito il trauma della presidenza di Trump: hanno cominciato col negarla (non preoccupiamoci, è tutta scena, se Trump prenderà il potere non cambierà niente), per poi arrabbiarsi (contro i poteri occulti che gli hanno permesso di prendere il potere, contro i populisti che lo hanno sostenuto e minacciano la nostra sostanza morale…), quindi negoziare (non è ancora tutto perduto, forse Trump si può contenere, proviamo a tollerare alcuni dei suoi eccessi…), deprimersi (siamo sulla strada del fascismo, negli Stati Uniti la democrazia è perduta), e infine accettare: c’è un nuovo regime autoritario negli Stati Uniti, i bei tempi della democrazia americana sono finiti, affrontiamo il pericolo e predisponiamo con calma un piano per sconfiggere il populismo di Trump… A ben guardare, non è proprio questo il modo in cui stiamo affrontando l’epidemia di coronavirus scoppiata alla fine del 2019? Anzitutto c’è stata la negazione (non sta succedendo niente di grave…); poi è subentrata la rabbia (di solito sotto forma di razzismo o anti-statalismo: la colpa è di quei luridi cinesi, il nostro Stato è inefficiente…); segue allora la negoziazione (va bene, si contano alcune vittime, ma possiamo limitare i danni…); se però non funziona, insorge la depressione (non ci prendiamo in giro, siamo tutti spacciati)… Ma che forma potrebbe assumere in questo caso l’accettazione? Magari, non sarebbe poi tanto male: dovremmo accettare che ci saranno epidemie su scala mondiale che le quarantene o qualunque altro provvedimento severo dettato dal panico non riuscirebbero a contenere – dovremmo accettarlo nella consapevolezza che il tasso di mortalità è relativamente basso e che forse ne usciremo un poco più saggi… In termini più generali, la cosa da accettare, con cui riconciliarci, è che c’è un sostrato di vita, la vita nonmorta, stupidamente ripetitiva, pre-sessuale dei virus, che da sempre sono qui e che staranno per sempre con noi come un’ombra oscura, insidiando la nostra sopravvivenza, manifestandosi all’improvviso quando meno ce lo aspetteremmo. E su un piano ancora più generale, le epidemie virali ci rammentano la contingenza ultima e l’insensatezza della vita: per quanto spettacolari possano essere gli edifici spirituali che noi, il genere umano, fondiamo, una stupida contingenza naturale come un virus o un asteroide può decretarne la fine… per non citare la lezione dell’ecologia, ossia che noi umani, senza nemmeno rendercene conto, possiamo contribuire a questa fine. Il primo passo verso una tale accettazione dovrebbe consistere nell’instaurare un minimo di fiducia fra il potere dello Stato e la popolazione. Li Wenliang, il dottore che ha scoperto per primo l’epidemia in corso ed è stato censurato dalle autorità, è stato un autentico eroe dei nostri giorni, una specie di Chelsea Manning o Edward Snowden cinese, non meraviglia quindi che la sua morte abbia provocato una rabbia diffusa. La reazione prevedibile al modo in cui lo Stato cinese ha fronteggiato l’epidemia è resa al meglio dall’articolo di Verna Yu Se in Cina la libertà di espressione fosse un valore, non ci sarebbe nessuna crisi del coronavirus:

 

A meno che la libertà di espressione e altri diritti elementari dei cittadini cinesi non vengano rispettati, di crisi del genere ne seguiranno altre. […] Potrebbe sembrare che il rispetto dei diritti umani in Cina non riguardi poi molto il resto del mondo, eppure, come vediamo durante questa crisi, può esserci una catastrofe quando la Cina ostacola le libertà dei suoi cittadini. È certo giunta l’ora che la comunità internazionale si occupi della questione con maggiore serietà.2

 

È vero, si può dire che il funzionamento complessivo dell’apparato statale cinese contraddica il vecchio motto di Mao «Fiducia nel popolo!» – si basa sulla premessa che non si debba avere fiducia nel popolo: va amato, protetto, accudito… ma non gli si deve accordare fiducia. Questa diffidenza rappresenta solo il culmine della posizione manifestata dalle autorità cinesi nell’occuparsi delle reazioni alle proteste ambientaliste o ai problemi della salute dei lavoratori. A innescare una reazione talmente confusa e allarmata nella dirigenza del partito è stato senza dubbio lo spettro di una rete auto-organizzata basata sui diretti legami orizzontali fra gruppi di studenti e operai e fondata sul marxismo. La Cina si ritrova a pagare lo scotto che una tale posizione comporta:

 

L’epidemia di coronavirus potrebbe estendersi a quasi due terzi della popolazione mondiale se non si riuscisse a controllarla, secondo Gabriel Leung, epidemiologo a capo della sanità pubblica di Hong Kong. La gente doveva avere fiducia e credere nel governo mentre la comunità scientifica scioglieva le incognite della nuova epidemia, ha detto, «e, si capisce, se si mescolano social media, fake news e notizie autentiche, se la fiducia è nulla, come si può combattere l’epidemia?» Occorre una dose in più di fiducia, ancora più solidarietà, più buona volontà, ma sono tutte completamente esaurite.3

 

In una società sana dovrebbe esserci più di una sola voce, ha detto il dottor Li dal letto di ospedale appena prima di morire, e questo bisogno così urgente di altre voci da ascoltare non va tradotto necessariamente nel modello occidentale della democrazia multipartitica, è soltanto la richiesta di uno spazio aperto che permetta di ascoltare le reazioni critiche dei cittadini. Per confutare l’idea che lo Stato debba controllare le dicerie per prevenire il panico dilagante, si può argomentare anzitutto che proprio il controllo sparge diffidenza e, anzi, moltiplica le dicerie su presunti complotti – soltanto la fiducia reciproca fra la gente comune e lo Stato può essere efficace. In un’epoca di epidemie è necessario uno Stato forte, perché i provvedimenti su larga scala devono essere attuati con disciplina militare (come la quarantena). La Cina ha saputo mettere in quarantena decine di milioni di persone, e dovremmo solo provare a figurarci un’epidemia delle stesse proporzioni negli Stati Uniti – lo Stato saprebbe imporre le stesse misure? Migliaia di libertari armati combatterebbero pur di scappare, spinti dal sospetto che la quarantena sia un complotto dello Stato… Allora, sarebbe stato possibile arginare l’imperversare dell’epidemia preservando il diritto di espressione, o non sarà che la Cina al momento si trova a sacrificare lo Hubei per salvare il mondo? In un certo senso, tutte e due le ipotesi sono vere, e quel che peggiora le cose è il fatto che non esiste una strada facile per separare la libertà di parola «buona» dalle voci «cattive». Quando le voci critiche si lamentano che «la verità sarà sempre trattata come una diceria» dalle autorità cinesi, si dovrebbe aggiungere che i mezzi d’informazione ufficiali e il vasto ambito delle notizie dal mondo digitale sono già pieni di voci infondate. Un caso estremo di dicerie ce lo offre una delle principali reti televisive russe, Channel One, che ha inaugurato una rubrica, all’interno del telegiornale serale Vremja («Tempo»), dedicata regolarmente alle teorie complottistiche sul coronavirus. La trasmissione ha un’impronta ambigua, si direbbe che intenda smontare quelle teorie, eppure, allo stesso tempo, lascia nello spettatore la sensazione che contengano un briciolo di verità. Il messaggio (in definitiva bisogna condannare le fosche élite occidentali e in specie gli Stati Uniti per le epidemie di coronavirus) è così fatto passare per una voce poco probabile: è troppo assurdo per essere vero, eh, però, chi lo sa…4 La sospensione della verità reale stranamente non ne annichilisce l’efficacia simbolica.

 

E poi, non dovremmo nemmeno sottrarci alla possibilità che, qualche volta, rinunciare a dire tutta la verità al pubblico possa prevenire in maniera efficace il panico che potrebbe mietere altre vittime. Su questo piano, il problema non può essere risolto – l’unica via d’uscita è la fiducia reciproca fra la gente e gli apparati statali, e proprio questo manca tristemente alla Cina. Dovesse diffondersi in tutto il mondo l’epidemia, siamo consapevoli che i meccanismi del mercato non sarebbero sufficienti a frenare il caos e la fame? I provvedimenti che oggi alla maggior parte di noi sembrano «comunisti» dovranno essere presi in considerazione su scala globale: il coordinamento della produzione e della distribuzione fuori dalle coordinate del mercato. Si dovrebbe richiamare a questo proposito la Grande Carestia degli anni Quaranta dell’Ottocento che devastò l’Irlanda, con milioni di morti e di persone costrette a emigrare. Lo Stato britannico conservò la fiducia nei meccanismi del mercato, e l’Irlanda continuò a esportare cibo persino quando in milioni pativano la fame… Una soluzione così crudele non è più accettabile oggi, ci si augura. È difficile non cogliere l’ironia del fatto che bisognerà ricorrere a misure comuniste per combattere una malattia che è esplosa in un Paese governato da un partito comunista. È arduo il compito che ci si prospetta: dovremmo abbandonare ogni nostalgia per il vecchio comunismo del XX secolo che tutto sommato si è rivelato addirittura peggiore del capitalismo per come ha ignorato i danni collaterali sull’ambiente causati dalla produzione industriale, e inventarci nuove forme di attività comunitarie. Sarà un’utopia? La vera utopia è che sia possibile salvarci senza farlo. Si può leggere l’attuale epidemia di coronavirus come una versione rovesciata della Guerra dei mondi di H.G. Wells (1897), la storia di come i marziani abbiano conquistato la Terra, nel cui finale il disperato protagonista e voce narrante scopre che tutti i marziani sono stati uccisi dall’attacco di agenti patogeni terrestri contro i quali non avevano difese immunitarie: «annientati, dopo il fallimento di tutti gli sforzi umani, dalla più umile creatura che il Signore nella sua saggezza ha posto su questa Terra».5 Sarà interessante notare che, secondo Wells, la trama era il frutto di una discussione con il fratello Frank sugli effetti catastrofici dell’arrivo degli inglesi per gli indigeni della Tasmania. Cosa accadrebbe, si chiese, se i marziani facessero agli inglesi quello che gli inglesi hanno fatto ai tasmaniani? Ai tasmaniani, tuttavia, mancavano gli agenti patogeni letali per sconfiggere gli invasori.6 Forse, l’epidemia che minaccia di decimare l’umanità andrebbe trattata all’inverso rispetto alla storia di Wells: gli «invasori marziani» che senza pietà sfruttano e distruggono la vita sulla Terra siamo proprio noi, il genere umano, e, dopo che hanno fallito tutti i mezzi impiegati dai primati evoluti per difendersi da noi, siamo ora minacciati «dalla più umile creatura che il Signore nella sua saggezza ha posto su questa Terra», gli stupidi virus che si riproducono alla cieca – e mutano.

 

Certo, dovremmo analizzare in maniera approfondita le condizioni sociali che hanno reso possibile l’epidemia di coronavirus – si pensi solo a come, nel mondo oggi interconnesso, un inglese che abbia incontrato qualcuno a Singapore ritorni in Inghilterra e da lì vada a sciare in Francia, dove finisce per contagiare altre quattro persone… i soliti sospetti aspettano in fila di essere interrogati: il mercato capitalistico globale ecc. (Se all’origine dell’epidemia di coronavirus c’è la trasmissione dai pipistrelli, allora è evidente la mediazione sociale dell’epidemia: gli esseri umani invadono l’habitat forestale dei pipistrelli, li costringono a sopravvivere vicino all’uomo, per di più li cacciano per procurarsi cibo, esponendosi così ai nuovi virus). Tuttavia, dovremmo anche resistere alla tentazione di trattare l’epidemia attuale come se rivestisse un significato più profondo: la punizione crudele ma giusta dell’umanità per lo sfruttamento implacabile delle altre forme di vita sulla Terra o cose del genere… Ma se cerchiamo un messaggio nascosto, restiamo premoderni: trattiamo il nostro universo come un interlocutore nella comunicazione. Anche se la nostra stessa sopravvivenza è a repentaglio, c’è qualcosa di rassicurante nel fatto che veniamo puniti – l’universo (o persino Qualcuno lassù) ci guarda… La cosa davvero difficile da accettare è il fatto che l’epidemia in corso sia il risultato di una contingenza naturale allo stato puro, che sia semplicemente avvenuta e non celi nessun significato riposto. Nel più ampio ordine delle cose, siamo una specie che non conta. Di fronte al pericolo della diffusione del coronavirus, Netanyahu si è precipitato a offrire aiuto e coordinamento alle autorità palestinesi – non certo per bontà e considerazione umana, ma per il semplice fatto che lì è impossibile separare ebrei e palestinesi: se viene contagiato un gruppo, anche l’altro sarà colpito inevitabilmente. È questa la realtà che dovremmo tradurre nelle politiche – è giunto il momento di abbandonare lo slogan «Prima l’America (o chiunque altro)». Come disse Martin Luther King più di mezzo secolo fa: «Possiamo essere giunti qui con navi diverse, ma ora siamo tutti sulla stessa barca». Se non cominciamo a comportarci di conseguenza, potremmo finire tutti su una barca chiamata Diamond Princess (la nave tenuta in quarantena su cui è esplosa l’epidemia).

 

 

1. Coronavirus 1. Vedi Elisabeth Kübler-Ross, La morte e il morire, Assisi, Cittadella, 1976 (1969). 2. https://www.theguardian.com/world/2020/feb/08/if-chinavalued-free-speech-there-would-be-no-coronavirus-crisis. 3. https://www.theguardian.com/world/2020/feb/11/coronavirusexpert-warns-infection-could-reach-60-of-worlds-population. 4. https://www.bbc.com/news/world-europe-51413870 [N.d.T.]. 5. H.G. Wells, La guerra dei mondi, traduzione di Vincenzo Latronico, Roma, minimum fax, 2016, p. 243 [N.d.T.]. 6. Vedi https://en.wikipedia.org/wiki/The_War_of_the_Worlds.

 

 

 

 

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