Un pomeriggio del febbraio 2015, Manuel Chiche e Bruno Poli della società di distribuzione francese La Rabbia realizzano Sorcerers, documentario sulla conversazione tra due registi, il “Maestro” William Friedkin e l’“Allievo” Nicolas Winding Refn: oggetto dello scambio di battute, per l’appunto, il film Sorcerer (Il salario della paura), realizzato da Friedkin circa quarant’anni fa. Camera fissa, dinamica espressiva tarata quasi esclusivamente sul gioco del campo-controcampo, fotografia in bianconero e il dialogo serrato a imporre tempi e ritmi del racconto (con invisibili tagli per snellire il tutto dai 90 minuti effettivi a circa 75). Nasce così un reperto di straordinaria forza espressiva e tematica, che anche dopo tre anni resta rilevante grazie alle continue riproposizioni in Blu-ray (l’ultima è quella inglese della Eureka edizioni) e alle clip rilanciate attraverso YouTube e altri canali. La conversazione è apparentemente basata sulla semplice rievocazione dell’iter che ha portato Il salario della paura dai fasti delle aspettative e di una lavorazione complessa ma soddisfacente (“mi sono divertito molto” ammette Friedkin), all’infamia dell’oblio e dell’insuccesso commerciale e critico, fino all’insperata riscoperta degli ultimi anni. Lo svolgimento è infatti lineare e ripercorre con perfetto ordine cronologico tutti i passaggi dalla creazione alla lavorazione, fino all’uscita del film.

Ma fin da subito si chiarisce che la posta in gioco va al di là del semplice ricordo e diventa un rispecchiamento tra due modi diversi di intendere il cinema che si intrecciano a un modo abbastanza simile di intendere la vita. Refn lo chiarisce subito: si presenta come “una versione giovane” dello stesso Friedkin, ostentando con aria divertita l’ego smisurato che ha reso celebre il regista de L’esorcista. Dichiara con provocatorio orgoglio che Drive è un capolavoro al pari di 2001: Odissea nello spazio e Quarto potere per suscitare l’ilare reazione del collega (la scena diventa naturalmente il tormentone privilegiato di YouTube). E ha alle spalle l’insuccesso di Solo Dio perdona – relativo, chiarisce, perché i costi erano molto bassi, diversamente da Sorcerer con cui Friedkin ha avuto a disposizione il budget più alto della sua carriera – e istiga il maestro americano a spiegare cosa si prova a passare dalla gloria alla polvere per un film in cui nonostante tutto credeva.

 

 

Friedkin “recita” la parte del veterano che le ha viste tutte e, pur restando fortemente (e giustamente) convinto del valore della sua opera, cerca di minimizzare e sfuggire alle lusinghe del giovane collega, che cerca di veicolare la discussione verso l’elaborazione dell’insuccesso – verosimilmente perché si rivede nella stessa situazione, sebbene non lo ammetta mai in modo palese. La situazione rispecchia quella dello stesso Friedkin alle prese con Raoul Walsh – da lui raccontata nel 2003 al Torino Film Festival – in cui il regista de La furia umana considerava gli autori della nascente New Hollywood “infantili”: Friedkin infatti pensa lo stesso della situazione attuale e si accanisce in particolar modo contro i film di supereroi (“io non credo agli eroi”). Si crea pertanto una vertigine emotiva tra passato e presente e fra due personalità forti che cercano di imporre il rispettivo punto di vista, pur ostentando modi difformi. Refn dosa molto bene le parole, è mosso da una solennità che ha il sapore della devozione verso l’uomo che ha di fronte, ma vuole imporre la sua visione, vuole cercare di carpire il segreto che porta a superare e elaborare il trauma della caduta, quella “fallibilità” che è poi il tema stesso del film e dell’intera opera di Friedkin. Il maestro americano, invece, nicchia, spesso smonta con divertita asprezza le trappole retoriche del danese, quasi sembra mal sopportarne l’insistenza, ma in ultima istanza è lusingato dell’attenzione e dichiara infine di provare grande stima per lui che, nei suoi insuccessi, ha rischiato con soldi propri (un ovvio riferimento alla vicenda di Fear X raccontata nel documentario Gambler). Refn è consapevole delle dinamiche che innesta, cita testualmente l’intervista di Friedkin a Fritz Lang, richiamata anche dall’uso del bianconero, e la vertigine si amplia, in un clima sereno, ma consapevole della forza degli argomenti portati avanti. Il confronto si configura pertanto come una sorta di divertito psicodramma in cui due personalità creative riflettono sulle dinamiche dell’arte (da sempre care a Refn) e del mercato (con cui Friedkin ha lottato tutta la vita, chiarisce infatti che “a Hollywood l’unico criterio che conta è il risultato al box office”). Il punto di fuga di una caduta che evidenzia la fallibilità dell’uomo è la straordinaria capacità rigenerativa dell’arte, che permette a un’opera del passato di poter diventare testo fondamentale per la posterità, come accaduto appunto a Sorcerer, oggi portato in trionfo da un pubblico che all’epoca non c’era. Qualcosa che non sanerà la delusione e i mali del passato, ma che permette a Friekdin di ribadire al suo “giovane se stesso” l’importanza di portare comunque avanti le proprie idee.

 

 

 

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