CeVCZoxWsAMsLJpLa bellezza del gioco prima di tutto. La filosofia che ha rovesciato l’universo del pallone si è imposta nell’Olanda degli anni Settanta e aveva il fisico elegante e le gambe lunghe di Joahn Cruijff (unico fin dal cognome visto che si può scrivere anche Cruyff come risultava sul passaporto del padre). Era un genio ed era consapevole di esserlo. Lo ha sempre accompagnato la voglia di stravolgere le regole, di rivoluzionare il mondo fuori e dentro il rettangolo di gioco. Johan è nato ad Amsterdam nel 1947, è cresciuto nel quartiere di Betondorp: edilizia popolare, tanto cemento. Un padre fruttivendolo, una madre lavandaia e pochi sogni. Lui e il fratello Heini giocano a calcio sull’asfalto tutto il giorno. In quelli condizioni Johan impara a governare il pallone fra rimbalzi impossibili e volate palla al piede. Vive a pochi metri dal De Meer il vecchio e glorioso stadio dell’Ajax. Va a vedere gli allenamenti e diventa il protetto del magazziniere Henk. Poi, a 13 anni, rimane orfano. Il padre muore per un attacco cardiaco. Interviene l’Ajax che assume la mamma al bar dello stadio e inquadra Johan e il fratello nelle giovanili. Che lui sia un fenomeno se ne accorgono tutti, tanto che a 17 anni debutta già in prima squadra. Nel gennaio 1965 l’Ajax va malissimo. Per questo viene esonerato l’inglese Buckingham e arriva il 36enne Rinus Michels, ex giocatore dei lancieri. Amsterdam è la culla della controcultura e in quel clima anche l’utopia calcio totale dell’Ajax può crescere e affermarsi, come ricorda Ruud Krol:”giocavamo a pallone ma stavamo dentro quel mondo. tanti giocatori erano di Amsterdam e CeU-UXxWIAEgepvaltri come me vivevano là da anni. C’era poca differenza d’età, avevamo amici comuni che facevano rock, ci frequentavamo anche fuori dal campo”. Fra il 1966 e il 1970 l’Ajax vince 4 campionati, poi nel ’71 si apre la campagna europea che porta 3 Coppe dei Campioni. Nel  ’73 Johan lascia Amsterdam per raggiungere il suo maestro a Barcellona, trionfa anche lì (lo farà anni dopo anche come allenatore) e poi, sempre con Michels, scrive la storia della Nazionale arrivando secondo a Germania ’74. E rivendica quel piazzamento, quella non-vittoria:”Se nel 1974 fosso stata l’Olanda a vincere la finale della Coppa del Mondo contro la Germania, forse nessuno avrebbe parlato ancora oggi di quella partita, di quanto fossimo stati bravi e della perfezione del calcio che giocavamo. La leggenda può trarre linfa anche da una sconfitta, soprattutto se giochi bene e se lasci un buon sapore in bocca ai tifosi…anche quando perdi, il bel calcio perdura nella memoria”.

 

 

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Leader e pensatore

Elaborare un pensiero differente in un mondo conformista come quello del calcio è un’impresa (quasi) impossibile. Cruijff lo ha fatto dal primo giorno. Da quando, visto che non si trovava una maglia, ha ceduto il suo n.9 al compagno Muhren e lui si è preso il n.14. Un’infrazione clamorosa in un periodo nel quale i numeri erano fissi dall’1 all’11. Gioca ovunque, ha un fiuto del gol immenso, fa l’ala, il centravanti, il trequartista e pure il playmaker davanti alla difesa. Sia da allenatore che da giocatore esalta la fedeltà al proprio stile, la ricerca dello spettacolo, del gioco rivoluzionario. Misteriosamente riesce a sposare il suo enorme egocentrismo con le esigenze collettive. Una rockstar (amata e odiata) che fa anche la guerra ai colossi dell’industria sportiva. Nel ’74 l’Adidas si accorda con l’Olanda per la fornitura delle divise di gioco. Johan, che è sponsorizzato dalla Puma, si rifiuta di indossare la maglia. Si trova un compromesso: Cruijff si fa tutto il Mondiale con una maglia con due strisce anziché le classiche tre marchio Adidas. Ha vinto ancora.

 

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Quattordici passaggi

Per quanto mi riguarda il momento più sublime della storia del calcio è rappresentato dal primo minuto della finale dei mondiali del 1974. In Il mondiale è un’altra cosa (Bompiani), che ho scritto con Franco Dassisti, abbiamo provato a spiegarlo.

 

L’Arancia meccanica marchia l’inizio degli anni Settanta. Quella di Stanley Kubrick rivoluziona il cinema portando in scena l’ultraviolenza, quella di Rinus Michels il rettangolo verde con il calcio totale (così detto perché comporta l’occupazione di ogni zona del campo). Reduce da 5 vittorie e un pari in 6 partite, l’Olanda deve affrontare nella finale di Monaco la Germania Ovest. Cruijff e Beckenbauer si scambiano
i gagliardetti e fanno un mezzo sorriso. Il sorteggio lo vince l’Olanda che però ha un piano: tenersi il pallone per sempre. Un incipit che è il paradigma di un’epoca. C’è chi li ha contati e sono quattordici. Quattordici passaggi dal calcio d’inizio al rigore fischiato dall’inglese Taylor per l’entrata fuori tempo di un frustrato Hoeness su un principesco Cruijff. Per oltre 40 secondi i tedeschi vedono transitare il pallone nei paraggi ma non ci possono fare niente. Peggio, sono spettatori come quelli sulle tribune. Surbier, Van Hanegem, Krol, Neeskens, Rep, sulla Germania si abbatte un ciclone fatto di corsa, movimenti, interscambi e passaggi. Nel dopo-partita Hoeness ha raccontato di avere detto a un compagno: “adesso basta, questo torello deve finire”. Ma il grimaldello trovato per scardinare quella trama di passaggi si chiama calcio di rigore e non è una gran soluzione. Sul dischetto si presenta Neeskens e Maier può solo guardare la rete gonfi arsi. 1-0 per l’Olanda al primo minuto con gli avversari che in un Olympiastadion raggelato e silente toccano la palla solo per raccoglierla in fondo alla loro porta. Una cosa mai vista in una finale mondiale e che non si ripeterà mai più. In un mondo perfetto la finale avrebbe dovuto concludersi qui, la rivoluzione aveva vinto, l’utopia si era imposta. Perché continuare?

 

Qui sotto due gol leggendari di Cruijff

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