Re sdegnoso. Interprete mascherato. Menestrello sublime. Bob Dylan torna in Italia a distanza di quasi tre anni dall’ultima volta, con la novità di un Nobel (per la Letteratura) ad arricchire il suo passaporto da fuoriclasse e una scaletta che ammicca agli ultimi sapidi dischi da atipico crooner (Shadows in The Night, Fallen Angels, Triplicate). Per il resto, il Never Ending Tour è terra di conferme: dalla maniacale puntualità sfoggiata dall’artista (il concerto dell’8 aprile al Palabam di Mantova è cominciato addirittura con qualche secondo di anticipo, e così è stato anche per un paio di tappe romane) all’attitudine di stravolgere gli arrangiamenti delle canzoni, evitando così che pubblico (adorante a prescindere da ogni dispetto) le canticchi. Le scenografie sono di strepitosa semplicità, esaltate da luci calde e rétro che, riflettendosi su spessi tendaggi, dipingono cromatismi marroni, giallo ocra e neri: ne deriva un’atmosfera da saloon di fine ‘800 o da jazz-hall anni Venti. Un universo che attende di essere acceso e che infatti si anima quando le prime note evocano la singolare mistura di folk, blues e poesia che definisce l’unicità del quasi 77enne bardo di Duluth, la buona novella che egli ha diffuso nel mondo intero dagli anni Sessanta in poi.

 

L’inizio del concerto milanese è letteralmente da Oscar, con Things Have Changed, che vinse l’Academy Awards 2001 per la miglior canzone: era nella bella colonna sonora del non irresistibile Wonder Boys, che Curtis Hanson adattò da un romanzo di Michael Chabon. Si spiega così la presenza, ai margini del palco, della celebre statuetta dorata che ha disorientato non pochi spettatori. Non è bizzarra trovata, e nemmeno ostentazione: Dylan non concede nulla più che la sua voce nasale, graffiata e la musica suonata da una band di qualità mostruosa, ma non si atteggia mai a divo, non sente il bisogno di farti capire in ogni momento chi è e cosa ha fatto; in fondo, non ne ha davvero bisogno. Lo show è carezza e balsamo, con pagine antiche ed altre nuove. Attinge da capitoli risalenti, soprattutto Highway 61 Revisited, di cui viene eseguita la title-track, quindi quella Desolation Row che è entrata nel repertorio del sommo Faber e del “principe” De Gregori con il titolo Via della povertà, infine Ballad Of A Thin Man. Rockeggia con Early Roman Kings, poi pesca soprattutto nel repertorio degli ultimi anni. Curioso, semmai, che in un live molto chitarristico, Bob stia incollato al pianoforte, che lascia solo per omaggiare alla sua maniera Frank Sinatra (Melancholy Mood), Tony Bennet (Once Upon a Time) e Prévert/Kosma/Montand (Autumn Lives). Tra gli encore arriva Blowin’ In The Wind, il brano del 1962 che ha dato il via a un epoca di impegno che la musica non aveva praticamente mai conosciuto prima; nella sua versione italiana era cantata perfino nelle chiese, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso: si fatica a riconoscerla, sempre in virtù del modo in cui Bob nasconde i pezzi dietro ritmi e sonorità inconsuete, ma resta il marchio di fabbrica che sigilla l’ennesima memorabile performance dylaniana.

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