«Un padre e un figlio sono a qualche metro l’uno dall’altro in uno spazio grande e vuoto. […] il figlio e il padre non si guardano quasi mai. Solo il figlio parla, le prime frasi che dice sono lette da un foglio di carta o dallo schermo di un cellulare, cerca di rivolgersi a suo padre ma, non sappiamo perché, è come se il padre non potesse sentirlo. […] Il fatto che sia solo il figlio a parlare è una cosa violenta per entrambi: il padre è privato della possibilità di raccontare la sua vita e il figlio vorrebbe una risposta che non otterrà mai». Comincia così lo spettacolo che Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno tratto da Chi ha ucciso mio padre, il romanzo, saggio sociologico-politico, pamphlet, pièce teatrale… – il genere volutamente non è definibile – che Édouard Louis ha pubblicato nel 2018, vero e proprio caso editoriale in Francia come già le sue due precedenti opere (Farla finita con Eddy Bellegueule e Storia della violenza, editi in Italia da Bompiani). Nello spazio «grande e vuoto» del Teatro delle Passioni di Modena, dove lo spettacolo ha debuttato lo scorso 21 febbraio in prima italiana all’interno di Vie Festival, Francesco Alberici è un’ombra scura che si muove tra sacchi della spazzatura, già in scena quando il pubblico entra in sala. Quando inizia a parlare si rivolge al grande assente, il padre («Tu appartieni a quella categoria di uomini a cui la politica riserva una morte precoce»), si fa narratore della storia («Il figlio cerca di rivolgersi a suo padre») e, in alcuni momenti, nei gesti diventa il padre (quando prende a pugni il muro o quando si accascia tra i sacchi della spazzatura e rotola a terra, rifiuto tra i rifiuti, o quando indossa berretto, sciarpa e piumino trasformandosi nello spazzino «per 700 euro al mese», lavoro fatto dal padre dopo l’incidente in fabbrica).

 

 

 

Nel corso dello spettacolo assistiamo alla ricostruzione di un rapporto complesso e problematico: quello tra un padre che mal tollera un figlio “diverso” (durante una cena, il figlio ha voluto preparare uno spettacolo con gli altri bambini presenti, imitando il gruppo pop Aqua e ritagliando per sé il ruolo della cantante e la domanda torna a più riprese: «La sera del finto concerto ti ho ferito perché avevo fatto la ragazza?») e di un figlio che tiene le distanze da chi lo rifiuta («Fare la storia della sua vita è scrivere la storia della mia assenza» o ancora «Per tutta l’infanzia ho sperato nella tua assenza»), ma con momenti di grande vicinanza («Hai detto che eri fiero di me»). Una ricostruzione che passa anche per gli oggetti: appartengono ormai al passato, sono nei sacchi della spazzatura, ma sono fondamentali perché «ci sono più oggetti che persone nei nostri ricordi». C’è il sacco che contiene gli oggetti che normalmente si trovano in un’auto (il cric, il vecchio bloster, il giubbotto giallo riflettente, la tanica di benzina…) a rievocare l’incidente della sera di Natale in cui i regali svaniscono nel nulla, il sacco con i giochi da bambino: L’allegro chirurgo, il gioco preferito, regalato dal padre a un vicino perché «C’est la vie», il tiro al bersaglio, la moto di peluche, una scatola di latta ma anche il tanto desiderato Titanic, in edizione deluxe, il copricapo da indiano che rievoca sia un costume di carnevale sia il fatto di essere sempre e comunque ai margini, in una riserva per l’appunto o la radio senza filo che alla fine trasmette, con un suono distorto, le notizie. Molto efficace la suddivisione dello spazio con, in primo piano, un mondo incolore che acquista potenza grazie al fumo di una sigaretta che aleggia creando volute imprevedibili o si raffredda quando si accendono neon da fabbrica e, sullo sfondo, un passato che diventa letteralmente sempre più infuocato a mano a mano che procede l’elaborazione e l’avvicinamento del figlio al padre al punto da diventare tutt’uno con quest’ultimo nella scena finale in cui il figlio (molto intensa l’interpretazione di Francesco Alberici), di spalle al pubblico, si rivolge per l’ultima volta al padre.

 

 

 

Si rivive questa relazione e insieme si assiste alla ricostruzione di una società mentre diventa sempre più esplicita anche l’attrazione di Deflorian/Tagliarini per Édouard Louis, l’allievo di Didier Eribon e Pierre Bourdieu che ha un debito di riconoscenza verso Annie Ernaux per aver indicato una strada in controtendenza rispetto alla corrente borghese della letteratura francese, e che in Chi ha ucciso mio padre (titolo che crea un parallelo inevitabile con J’ai tué ma mère di Xavier Dolan, a cui non a caso il libro è dedicato), cita esplicitamente Ruth Wilson Gilmore sul razzismo che altro non è se non «l’esposizione di certe popolazioni a una morte prematura», L’essere e il nulla di Jean-Paul Sartre per il determinismo («La tua vita prova che non siamo ciò che facciamo, al contrario siamo ciò che non abbiamo fatto perché il mondo, o la società, ce lo hanno impedito»), i verdetti di Eribon («si sono abbattuti su di noi, gay, trans, donna, nero, povero, e hanno reso alcune vite, alcune esperienze, alcuni sogni, impossibili») e Infelicità senza desiderio di Peter Handke per parlare della madre. Dal sociale al politico il passo è breve: «Per noi la politica era una questione di vita o di morte», dice il figlio. Così, ottenere 100 euro in più di sussidio per l’acquisto di materiale scolastico si trasforma in un’occasione di festa, e vedersi togliere 5 euro dallo stipendio, perché per chi governa «non sono nulla», è drammatico. E allora bisogna fare i nomi e i cognomi degli “assassini”: «Voglio far entrare i loro nomi nella Storia per vendetta» perché con i loro provvedimenti hanno fatto a brandelli il corpo del padre. I nomi sono noti, anche se a qualcuno potrebbero non dire niente: «Hollande, Valls, El Khomri, Hirsch, Sarkozy, Macron, Bertrand, Chirac. […] La storia del tuo corpo accusa la storia politica». E così, come sempre succede con Deflorian/Tagliarini, la storia del singolo si fa collettiva e parla di/a ognuno di noi.

 

Foto di Luca Del Pia

 

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