10154233_10152436645254258_2037298403_nSe lo spettatore non va a teatro, lo spettacolo arriva a casa. Sicuramente una risposta alla crisi, ma anche un ritorno alle origini della sperimentazione (Tadeusz Kantor, durante la guerra, metteva in scena gli spettacoli a casa di amici) e una formula praticata, più o meno sporadicamente, da fior fiore di teatranti (Laura Curino, che già lo faceva a inizio carriera con il Laboratorio Teatro Settimo, Marcido Marcidorjs…). Per Elisa Bottiglieri è diventato un marchio di fabbrica e, dopo il successo del monologo Milena. Un cabaret suicida, si cimenta nuovamente con quello che è diventato un vero e proprio genere, il “teatro da appartamento” e, nella triplice veste di drammaturga, regista e interprete (suo il ruolo della Signora), porta in scena Le serve di Jean Genet. Nel ruolo delle sorelle Chiara e Solange, Martina De Santis e Woody Palmieri. L’abbiamo incontrata.

 

Come è nata l’idea di fare teatro a casa delle persone?

È una di quelle cose che nasce per necessità, e poi diventa virtù. Ho iniziato a lavorare in teatro più di 10 anni fa. Subito dopo il diploma all’Accademia Alessandra Galante Garrone di Bologna ho lavorato tanto, in compagnia con Paolo Rossi (andavamo in giro in 10 più 5 musicisti). Erano altri tempi e infatti, dopo qualche anno, è finito tutto, non solo per me, ma anche per i miei colleghi. Quasi tutti si sono orientati sui monologhi, però si sa che le dinamiche teatrali sono complicate, è un mondo molto chiuso, lavora soprattutto chi ha già un nome…

 

Anche tu, però, hai cominciato con un monologo…

Sì, cinque anni fa, ho lavorato a Milena. Un cabaret suicida con il drammaturgo, nonché grande amico, Raffaele Rezzonico. La Corte Ospitale di Rubiera, centro di produzione teatrale molto importante con cui avevo collaborato quando lavoravo con Paolo Rossi, ci ha concesso lo spazio di prova e lì abbiamo messo in piedi lo spettacolo. Il punto di partenza è stato Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, abbiamo iniziato a lavorare intorno all’ingenuità e al senso di vuoto che accompagnano tutto il film. Mi sono, quindi, ritrovata con questo monologo e a quel punto è spuntata fuori un’amica dei miei genitori, Fernanda Tucci, che da una vita – saranno trent’anni – ha aperto la sua casa alle compagnie che vogliono sperimentare e che mi ha invitato a metterlo in scena da lei. È stata una bellissima esperienza, l’ho portato da Fernanda altre volte, con pubblici diversi e da lì, attraverso il passaparola, sono stata da altri conoscenti e da amici di amici, poi sono usciti i primi articoli di giornale e questo mi ha permesso di andare in altre case.

 

Una vera e propria tournée…534229

Sì, ho fatto più di settanta repliche. Peraltro, dopo tutte queste esperienze in casa il lavoro è cresciuto, ci siamo sentiti molto più sicuri e, tre anni fa, abbiamo partecipato, vincendolo, al premio nazionale Intransito, a Genova, rivolto agli artisti under 35. A quel punto a Milano ci ha ospitato il Crt, il Franco Parenti, siamo stati in Toscana, a Genova…

 

Per Le serve hai cambiato modalità, non sei più da sola in scena, ma siete in tre.

A un certo punto mi sono detta che mi sarebbe piaciuto lavorare anche con qualcun altro, misurarmi con una regia (per Milena avevo lavorato con Raffaele). Mi stuzzicava l’idea di confrontarmi con altre due attrici, ma quando mi sono messa a lavorare sul testo – che ho sempre amato molto tant’è che per entrare in Accademia avevo portato un monologo tratto proprio dalla pièce di Genet mi sono resa conto che era molto più complesso di quello che potessi immaginare.

Avrai fatto dei tagli, visto che è particolarmente complesso.

Sì, è un testo molto lungo e complicato, pieno di ripetizioni. Credo che l’intenzione di Genet fosse quella di far capire le dinamiche di tira e molla che si ripetono all’infinito, questo gioco costante tra le due sorelle. Ho scelto di tagliare dei pezzi e rendere in maniera più fisica alcune situazioni piuttosto che continuare a ripeterle, anche perché la casa impone un tempo massimo di un’ora e mezza: le persone si siedono dove capita, per terra, non c’è l’apparato scenico, né tantomeno le luci, le scenografie… Tutto è ridotto all’osso.

 

Come nelle intenzioni di Genet che, nelle indicazioni per la rappresentazione, dice che se lo si vuole recitare a Epidauro è sufficiente che le attrici «si mettano d’accordo, sotto gli occhi degli spettatori» su come strutturare la scena.

Esatto, in realtà è un testo che si può fare ovunque e poi c’è un’unità di luogo fortissima data dalla stanza della signora che, in casa, si presta perfettamente perché un salotto può benissimo essere trasformato in una camera da letto. Per noi è più una sorta di cabina-armadio perché abbiamo tutta una serie di vestiti su uno stand, tante scarpe, una piccola toelette con cipria, profumi… Tutto semplice, ma efficace. I vestiti, però, sono meravigliosi. Ce li ha prestati, e lo ringrazio, lo stilista di alta moda Avaro Figlio per i video promozionali che abbiamo realizzato e, in alcune occasioni, li useremo anche in scena.

 

Come hai lavorato sul testo?

Volevo capire cosa ci fosse dietro le dinamiche – di invidia, cattiveria… – tra queste tre donne. Le serve è basato sul guardare e sullo spiarsi, quindi, per attualizzarlo, ho aggiunto la presenza di un telefonino con cui le due serve si fotografano, si riprendono, si fanno dei video quando la signora non c’è. Questa dinamica accomuna, in realtà, tutti e tre i personaggi. Semplicemente, la signora è più ricca e ha più possibilità, ma le tre sono molto simili, si scrutano alla ricerca di un modello di bellezza che non sanno bene quale sia. È un tentativo di ognuna di loro di raggiungere un femminile molto vacuo, fatto di nulla, di vestiti, di trucchi…

 

Facendo gli spettacoli a casa delle persone, che tipo di pubblico ti trovi davanti?

Ogni volta hai a che fare con un pubblico completamente diverso ed è un aspetto che mi affascina e interessa sempre molto. Con lo spettacolo precedente mi è capitato di essere invitata a una festa di laurea dove gli ospiti, 30-40 ragazzi poco più che ventenni, sono rimasti immobili ad ascoltare e si sono divertiti tantissimo. Poi finito lo spettacolo, sono andata via e la festa è continuata, non so cosa sia successo. Oppure sono stata a casa di alcuni psichiatri che lo hanno analizzato da altri punti di vista e me lo hanno letteralmente frantumato. O ancora nella casa, completamente rosa, di una ragazza che ascoltava musica heavy metal…

Quindi non va inteso come lo spettacolo da “salotto buono”…

Assolutamente no. Tra l’altro, non bisogna per forza avere una casa grande. Prima dello spettacolo faccio un sopralluogo, capisco cosa si può o non si può fare, ed è stimolante e divertente anche per noi recitare in spazi sempre diversi. Le serve si svolge tutto nella stanza della signora, ma il contesto che usiamo è la casa. Non parliamo sempre frontalmente, anzi le battute si dicono da una stanza all’altra e lo spettatore finisce per trovarsi nella stessa situazione dei personaggi perché ha l’impressione di essere lì a spiare. Lo spettacolo ha un taglio molto noir e l’aspetto voyeuristico è forte, a tratti inquietante, perché c’è di mezzo un tentativo di omicidio. Quindi, trovarsi a spiare dal buco della serratura può essere un’esperienza divertente per chi guarda.

 

www.facebook.com/spettacololeserve/

per contatti: spettacololeserve@gmail.com

Scrivi