Emanuele Valenti (Punta Corsara): Il cielo in una stanza per fare i conti con la storia italiana

La non-scuola di Marco Martinelli (straordinaria esperienza raccontata nel libro Aristofane a Scampia) è all’origine della nascita di Punta Corsara, compagnia pluripremiata che, dopo l’iniziale direzione artistica dello stesso Martinelli e di Debora Pietrobono, dal 2010 è guidata da Emanuele Valenti e Marina Dammaco e conta su un gruppo consolidato di attori e tecnici. Attualmente la compagnia è in tournée con gli spettacoli di repertorio e con il nuovo lavoro, dal titolo Il cielo in una stanza, che segna un cambiamento nel percorso della compagnia di Scampia. Ne abbiamo parlato con Emanuele Valenti che dello spettacolo è regista, drammaturgo e interprete.

 

Partiamo dalle novità. Per la prima volta scrivi uno spettacolo con un drammaturgo esterno a Punta Corsara…

Sì l’ho scritto con Armando Pirozzi, amico storico con cui ho cominciato a fare teatro a Napoli vent’anni fa. La novità riguarda anche il fatto che, rispetto al mio percorso come regista e drammaturgo all’interno della compagnia, in questo caso è una scrittura completamente originale quindi non c’è un riferimento a un classico come succedeva in Amlet Travestie o Petitoblok o con Molière (Il signor di Pourceaugnac, ndr.). È una storia che nasce dal desiderio di raccontare una trasformazione dell’Italia, in qualche modo partendo proprio dalla trasformazione urbanistica del dopoguerra. È la storia di un palazzo, della sua costruzione e del suo crollo, e delle vite che poi lo abitano e lo continuano ad abitare anche dopo il crollo. Si comincia negli 50 ed è un po’ un fare i conti con la storia italiana. I personaggi alla fine rappresentano proprio la possibilità di guardare in qualche modo al passato, di riscattarsi e del modo in cui farlo.

 

La questione della speculazione edilizia continua a essere purtroppo di grandissima attualità. Da questo punto di vista c’è una volontà di inchiesta sociale?

Oltre alla questione della speculazione edilizia in realtà c’è proprio la questione della casa, sempre molto attuale. Lo era negli anni 60 con il boom economico e il sogno della casa, lo è ora ancora, forse al contrario, con la difficoltà di riuscire a mantenere una casa gravata da mutui… Di fatto mi sembra sempre una questione centrale. Più che un’inchiesta sociale, in qualche modo il lavoro ha un aspetto politico che viene raccontato appunto da personaggi nei quali, come sempre nei nostri lavori, convivono il bene e il male, perché, secondo me, è così in tutti noi.

 

Da dove siete partiti?

Fondamentalmente da un lavoro di inchiesta su alcuni eventi storici (legati alla ricostruzione del dopoguerra) e poi da una serie di cronache storiche che ci avevano ispirato (come la vita degli emigranti italiani a Berna, in Svizzera). Mettendo assieme gli elementi abbiamo costruito la nostra storia che è inventata, ma ispirata a fatti storici. Un po’ come l’incipit di Le mani sulla città, poi, però, la nostra diventa una storia assolutamente più surreale, ci sono anche eventi magici, in particolar modo c’è un personaggio un po’ mitico, magico, che porta avanti la sua posizione all’interno di questa riunione di condominio, davanti ai condomini, in mezzo alle rovine.

 

Il palazzo è a tutti gli effetti un personaggio.

Assolutamente sì. Quando, racconto lo spettacolo comincio a dire: «È la storia di un palazzo, della sua costruzione e del suo crollo» e quindi di cinquant’anni della storia d’Italia perché il palazzo rappresenta in qualche modo l’Italia. La scenografia è fondamentale, l’ha firmata Tiziano Fario, scenografo romano che ha lavorato, tra gli altri, con Carmelo Bene e Davide Jodice. Con pochi elementi è risucito a restituire perfettamente la sensazione di questo luogo crollato, di questo buco che noi chiamiamo “tafagno”, pochi elementi con i quali noi giochiamo perché, come sempre accade nei nostri spettacoli, le scenografie sono utilizzate e modificate in scena dagli attori e sono al loro servizio.

 

Il titolo cita Gino Paoli, ma «questa stanza non ha più pareti» va inteso alla lettera…

È un titolo ironico che da una parte riporta a quegli anni, al sogno di boom economico, ma anche al boom nel senso del cielo che entra nella stanza, al boom sonoro del crollo di un palazzo. E sono i personaggi a dover fare i conti con questa stanza senza più pareti…

 

Quando avete iniziato con la non-scuola di Martinelli avresti immaginato di arrivare a questo punto?

A essere sincero no, non a questo punto. Nel senso che quando abbiamo cominciato a seguire Marco nel lavoro di adolescenti per il progetto Arrevuoto non immaginavo assolutamente di arrivare qui. L’obiettivo era quello di fondare una compagnia, ma era lontanissimo perché eravamo consapevoli che sarebbero potute accadere tante cose. Devo dire che mi stupisco del fatto di stare insieme dopo sette anni di compagnia, dieci di progetto, con un gruppo che comunque è numeroso (ora siamo otto più una serie di persone che circuitano attorno). Sono stupito e gratificato, così come lo sono gli altri, perché il gruppo ha ormai un suo centro, da cui magari ci si può allontanare, ma questo centro alimenta fortemente la creatività e la possibilità di dire delle cose. Forse è una realtà un po’ anacronistica perché, nel teatro italiano, non è tanto il momento dei gruppi, però guardando il percorso fatto, mi trovo a dire che è stata proprio la scelta giusta.

 

Sicuramente in controtendenza, ma è tutto il vostro percorso a non essere scontato…

Decisamente. Tra l’altro è bello vedere che gli attori della compagnia sono cresciuti, li vediamo continuamente al cinema, nelle serie e nonostante ognuno di noi si alimenti anche fuori, ci teniamo a mantenere una continuità di lavoro con la compagnia. Si provano delle strade solitarie ma poi, alla fine, si torna sempre e questo è un arricchimento per tutti.

 

Avete dato vita ha un progetto decisamente eccezionale. 

Speriamo che continui a esserlo. È faticoso portare avanti un gruppo in Italia, ma ne sentiamo la necessità. Per quanto mi riguarda, anche se questa volta lo spettacolo nasce in maniera un po’ diversa, avere la possibilità di costruire uno spettacolo, scrivere su degli attori che già si conoscono, per un drammaturgo è una grande possibilità. È quello che facevano le compagnie di una volta. Senza ovviamente volersi paragonare, ma è quello che facevano Eduardo De Filippo o Molière che costruivano i personaggi anche sulle caratteristiche degli attori. È bellissimo e crea forse quella cosa per cui a volte sembra che regia e testo siano quasi indistinguibili.

 

Foto di Giusva Cennamo

 

Milano                      Teatro Franco Parenti          30/11 – 3/12

Lumezzane (BS)   Teatro Comunale Odeon            16 gennaio 2018

Cosenza                     Teatro Morelli                              28 gennaio 2018

Bologna                     Arena del Sole                              11 aprile