Il Direttore Carlo Chatrian ci racconta come sarà il programma del festival del 2018. In programma dall’1 all’11 agosto, la rassegna propone autori da conoscere al fianco di registi affermati e di qualità come Hong Sang-soo o Bressane. Locarno esalta il piacere della scoperta, a chi toccherà quest’anno il ruolo di rivelazione? Al monumentale La flor di Mariano Llinás? Alberto Fasulo vincitore della Festa del Cinema di Roma con Tir, sarà al festival con Menocchio. Il Pardo d’onore alla carriera andrà allo scomodo e ruvido Bruno Dumont, mentre Ethan Hawke, premiato con l’Excellence Award, proporrà Blaze, la sua nuova prova registica. Da applausi la retrospettiva su Leo McCarey, necessari gli omaggi a Vittorio Taviani e Claude Lanzmann.

 

Alice T di Radu Muntean

 

I film proposti da Locarno 71 colpiscono per varietà e distanza fra di loro. Cosa ti ha guidato alla composizione del programma?

Alla base il programma risponde alle sollecitazioni che abbiamo avuto durante la selezione. Se esiste una regola è di non avere film che si assomiglino. Penso che oggi più che mai un festival debba darsi il compito non solo di scegliere i film migliori ma di mostrare che ci sono diversi modi di fare un film, che una storia può essere raccontata in tante maniere. A selezione conclusa mi ha colpito come diversi titoli avessero al centro dei personaggi femminili forti che in modi diversi cercano di affermare la loro identità: è il caso di Alice T di Radu Muntean e di Yara di Abbas Fahdel, di Likemeback di Leonardo Guerra Seragnoli e di Sibel di Cagla Zencirci e di Guillaume Giovannetti. Quando li vedrete vi renderete conto di quanto siano diversi tra di loro, e dunque del ruolo che la messa in scena, la scrittura cinematografica, lo sguardo del regista hanno.

 

Leo McCarey è stato sottovalutato dalla critica per anni. La vostra retrospettiva lo riporta finalmente al centro dell’attenzione. Che dobbiamo attenderci da questo capitolo del festival?

Non so dire se davvero McCarey sia stato sottovalutato, perché negli anni in cui ha lavorato era molto stimato da colleghi americani ed europei. Renoir ha detto che nessuno conosceva l’uomo meglio di lui. Poi forse è stato un po’ messo da parte. Di certo erano tanti anni che un museo o un festival non gli dedicava un omaggio. Noi abbiamo pensato a lui perché volevamo proporre un ciclo sulla commedia, volevamo ridere e far ridere, volevamo anche capire che lezione si può trarre dalle comiche, oggi che la serialità è tornata di moda ma con una tutt’altra declinazione. Infine volevamo mostrare al pubblico film come Love Affair, The Awful Truth o Make Way For Tomorrow, che per noi non hanno tempo.

 

Quali nuovi talenti potremo scoprire quest’anno?

Io spero molti, visto che anche il concorso principale accoglie voci nuove. Dire quali diventa difficile: fare una selezione equivale a far torto a qualcuno. Da un punto di vista geografico penso che la selezione asiatica sia molto forte, tanto nel concorso principale quanto in Cineasti del presente. E poi ci sono artisti o personalità che sono noti a che si confrontano per la prima volta con il film di finzione: è il caso di Kent Jones (critico e direttore del NYFF) che con Diane, al cui centro sta un’attrice straordinaria, Mary Kay Place, ci ha sorpreso e commosso. O Richard Billingham, fotografo inglese, che dopo aver raccontato la degradazione in cui sono vissuti i loro genitori in una serie di scatti, ha accolto la sfida di metterla in finzione. E il risultato è qualcosa di unico – con punte di comicità su uno sfondo di assoluta tristezza.

La flor di Mariano Llinás

 

Il film più spiazzante?

Ho una risposta doppia. Una è la serie televisiva di Bruno Dumont. CoinCoin et les Z’Inhumains dove è come se la fantascienza dei bmovie fosse letta attraverso il filtro di Bresson. Un film surreale, divertente ma anche a suo modo molto politico. Per altri motivi spiazzante sarà La Flor, il film più lungo mai incluso in un concorso internazionale da un festival maggiore. Dura 14ore ma è una vera vertigine di racconti che, divisi in episodi, rendono omaggio ai vari genre del cinema. In un certo senso potrebbe essere considerata la risposta del cinema alla serie tv.

 

Bellissima l’idea di premiare Kyle Cooper. Da dove nasce?

A Kyle Cooper daremo il Vision Award, un premio che è destinato a grandi artisti, il cui nome e attività non sono noti come i film a cui hanno messo mano. Nel caso di Kyle Cooper, tutto è partito dal suo lavoro per Se7en. Da quei titoli di testa siamo andati a indagare chi ci fosse dietro e abbiamo scoperto un artista a tutto tondo: capace di lavorare sui film Marvel (Spiderman, Hulk, Thor) e sugli ultimi film di Malick. Ci siamo detti che questo era per noi l’ospite ideale per Locarno un festival che può includere nel programma The Equalizer 2 e una comica con Stanlio e Ollio!

 

 Sei giunto alla fine del tuo percorso a Locarno. Facciamo un bilancio. Qual è la cosa che ti rende più orgoglioso del tuo lavoro?

Locarno71 sarà la mia ultima edizione, è vero, ma il festival deve ancora incominciare. Non è tempo di bilanci, dunque. Se c’è una cosa che mi rende orgoglioso e di cui in questi ho imparato a valutare la portata è il gruppo con cui lavoro. Si tratta di tante persone e a nominarle si farebbe torto a qualcuno ma se Locarno è davvero cresciuto in questi anni è grazie alla loro dedizione e al loro lavoro.

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