È il buongusto, più che il buonsenso,  che mi impedisce di inviare alla redazione una serie di selfie che testimonino l’avvenuta visione della prima serata del Festival da usare come corredo iconografico al pezzo. Posso però descrivervi l’ambiente e i consumi, per darvi un’idea. Per portare a termine il primo quinto di questa missione, sono stati utilizzati: n.1 tutone di flanella color bordeaux acquistato nel 1987, fresco di bucato e ancora funzionale; n.1 divanetto a due posti con plaid quilt verde/giallo a supporto regalato da una prozia residente a Glasgow; n.1 paio di calzettoni bianchi interno spugna costretti dentro n.1 paio di havaianas fantasia camo con curioso effetto camel toe; n.1 lava lamp piacevolmente versicolore; n.1 televisore LED UHD 4K da 49”; n.2 lattine di Fanta; n.1 sacchetto di patatine allo zenzero da 150g; n.1 Danacol ai frutti rossi per far finta di contrastare il DHL; n.2 bottiglie di birra primo prezzo Lidl da 66cl.; N.1 barattolo di anacardi tostati e salati; n.1 bottiglia di whisky Laphroaig (utilizzata al 10% solo per far fronte ai momenti più difficili); n.1 computer portatile; n.1 iPhone; n.1 pacchetto di Lucky Strike morbide ancora chiuso (sto smettendo);  n.1 paio di occhiali a lenti progressive per avere il controllo totale dell’andirivieni schermo tv/schermo pc; n.1 flacone di Lorazepam Dorom (d’emergenza: sinora inutilizzato); n.1 piadina con erbette, formaggio e salsiccia, cucinata (si fa per dire) da me; n.1 copia del numero speciale Sanremo di TV Sorrisi e Canzoni per leggere i testi in caso di inintelligibilità degli stessi dovuta a imperizia degli esecutori (capita più spesso di quanto non si creda; a volte sarebbe persino meglio, ma lo zelo è d’obbligo); n.1 vasetto di Nutella large con corredo di grissini torinesi da pucciare (sorta di pantografia morettiana dei Mikado). Mi sono dilungato un po’, per amore di completezza, ma cercherò ora di essere più sintetico (seeeeeee…). Eccovi la cronistoria, con voti:

 

Primafestival: una cosa tipo Red Carpet per introdurci gaiamente alla kermesse. In studio Federico Russo e Tess Masazza (chi?). Inviato fuori dall’Ariston: Herbert Ballerina, che compare 40 secondi. Una roba di cui non si capisce il motivo: già il festival costa un botto. Ma forse è proprio per questo. Voto: S.V.

 

Partenza: clip iniziale interminabile con medley dei grandi successi non vincitori degli ultimi 50 e rotti anni (con Dalla, Battisti, Celentano etc.). Un bel modo per ricordare che sovente hanno trionfato i peggiori. Autogol al primo minuto: roba che neanche Alvaro Pereira in Copa America. Voto: 1

 

Prima dell’eurovisione (ma esiste ancora?): Altrettanto interminabile montaggio con spigolature (auto)ironiche dei Campioni dal volto umano: splendidi i veterani tipo Al Bano che candidamente confessano di non conoscere il 99%  dei loro rivali provenienti da talent e promossi a star. Una roba che alle 21.06 Un Posto Al Sole ha rischiato di fare il 32,4% di share. Voto: 0

Finalmente si comincia. Tocchiamo Ferro. Nel senso: Tiziano omaggia Luigi Tenco, l’unico uomo al mondo che nel 1967 era andato a Sanremo con una pistola in valigia, nel cinquantennale del suo discusso e presunto suicidio. Mentre canta Mi sono innamorato di te, la regia lo immerge in un originalissimo bianco e nero digitale. Esibizione senza infamia e  senza lode: si sente che è sincero, ma avvicinarsi a Tenco non è roba sua. Voto: 5

 

Carlo e Maria: lui abito nero su carnagione nera; lei abito nero su carnagione nivea. Sembrano Wess e Dori Ghezzi 2.0. Lui, che comunque è un professionista ineccepibile e transsociale, non ha mai in ogni caso brillato per ritmo. Lei, regina dell’understatement, entra senza scendere le scale (ché sulle scale è abituata a sedercisi, e infatti gli autori le scrivono la battuta ad hoc) e il suo eloquio (anche a causa dei sei litri di tachipirina che ha in corpo) ne rallenta ulteriormente i ritmi che conosciamo. Ed è già chiaro che la locuzione “conduzione frizzante” anche per quest’anno ce la sogniamo. Nel corso della serata si cercherà di tamponare alla mancanza di vallette con uno spaesato Raoul Bova e risultati ancora più mosci: Voto complessivo alla conduzione: ZZZZZZZZZ

 

Inizia la gara. I criteri di sommatoria di voto delle varie giurie sono come sempre più incomprensibili del teorema di Zeckendorf, ma in fondo chissenefrega. Tanto dicono già tutti che vincono Mannoia, Comello e Gigi D’Alessio. Ma sappiamo bene che sono i soliti depistaggi. Sorvoliamo. Andiamo a cominciare.

 

Giusy Ferreri – Fa talmente male. Titolo semiboomerang con criptosciarada. Attacco con lyrics killer: Se fuori piove / è l’illusione che ancora qualcosa si muove / i sintomi dell’amore sono altrove. Qualcuno deve pur aprire le danze: e col  senno di poi (vedrete) neanche il peggiore. Vestita con un abito nero stampato di enormi rossetti che però per forma e burbanza la fanno sembrare uno spot occulto della Lelo. Nel 2010, l’orchestra gettò gli spartiti dopo l’esclusione dai primi 3 posti di Malika Ayane. Quest’anno devono avere buttato via prima quelli di Giusy, perché sembra che stiano improvvisando un patchwork di suoi pezzi vecchi a caso con qualche svisa paracountry&western. Lei tiene a freno il tipico timbro nasale per cui la deridono ed è tesissima. Ma a me sta simpatica, ed è brava. Ciònonostante. Musica 2, testo 4, interpretazione 6. La media fa 4.

Fabrizio Moro – Portami via. Titolo boomerang #1. Lui vinse nel 2007 con Pensa, che non era male. Ha fatto quattro Sanremo e non ha più infilato una hit come quella, ma a Conti basta e avanza per farlo gareggiare tra i Campioni. La canzone invoca un amore come condizione salvifica per sfuggire a un presente difficile di ostilità e paure. Ideona, eh? Musicalmente, lo hanno detto tutti e mi accodo, sembra un pezzo un po’ in scia d’ispirazione a La cura di Battiato ma con più enfasi di crescendo e un la la la (land) centrale un po’ sventrato. Niente di che. Musica 4, testo 4, interpretazione 5. La media fa 4,33333333333333333333333.

 

A questo punto della serata, penso: “se fossi in sala all’Ariston starei già smanettando l’iPad per vedere di trovare in streaming Silence di Scorsese e tirarmi un po’ su il morale.” Ma sono a casa, e apro una birra. The show must go on.

 

Elodie – Tutta colpa mia. Titolo boomerang #2: anche gli autori hanno le loro responsabilità. La presentano come Elodìììì, allungando la i, senza rendersi conto che fa molto congiuntivo Fantozzi. Nella mia stanza l’odore di noi / che non passa mai. Inoltre: Ti sorrido distrutta / sono pazza lo ammetto / Amore amore amore andiamo via. La parola “amore” si ripete in 3 minuti per altre 25 volte. Marisa Sannia (1984) non è passata invano. Fatta salva la pregnanza del testo, la musica sembra quella di uno scarto da Schiena di Emma (che scrive e produce, quindi forse lo è) e anche la vocalità viaggia su quella falsariga. Pura carta carbone, e vecchia: se mi dicessero che è una cover di Nicola Di Bari ci crederei. Bella presenza scenica, comunque, malgrado i capelli rosa. Musica: 2, testo 1, interpretazione 4. La media fa 2 e rotti. Facciamo 3, che ho la bocca piena di anacardi.

 

Con un folle coup de théatre, Carlo e Maria chiamano sul palco una rappresentanza di eroi quotidiani. Irrompe il sociale, l’hotel Rigopiano, la retorica degli eroi da 1.200 euro al mese celebrata da chi guadagna 1.200 milioni all’anno. Guardia di Finanza, Protezione Civile, Croce Rossa, Vigili del Fuoco. Sembra un gesto preventivo: e se ora della fine della serata servissero tutti anche lì? Le fiamme gialle per il bagarinaggio, crocerossa e protezione civile per le eventuali vittime, e anche i vigili del fuoco nel caso qualcuno cercasse di appiccare incendi per rappresaglia. Finisce la prima birra. Nel frattempo, voci non confermate danno Patrizia e il dittatore (1937) con Vivien Leigh su Retecapri temporaneamente al 12.4% di share.

 

Lodovica Comello – Il cielo non mi basta. Ragazza eclettica: Violetta, poi uno show tv, una parte nell’ultimo capolavoro di Brizzi. Ovviamente scelta per la bontà di una canzone che inneggia beckettianamente a un istante di complicità e un deserto di felicità, e che sul piano melodico non poteva sembrare altro che un pezzo da titoli di coda di un cartoon Disney di quelli brutti. Voce anonima. Ampie possibilità di vittoria col  televoto dei bimbiminkia. Vestita in un modo orribile, con un abito a ricami di mani che le coprono il seno che sembra un incubo di Margot Robbie in Suicide Squad. Musica 0, testo 1, interpretazione 2. La media fa 1.  [Terribile un tweet, che spigolo mentre attacco le chips allo zenzero, sulla dimensione delle tette: “Ma non c’ha manco la prima: c’ha la retro.”]

 

Arriva Crozza, ma su videowall, ché con pelosa autoironia fa il comico dislocato e vista l’accoglienza anticomunista dello scorso anno pensa bene di interagire da chissa dove neanche fosse bin Laden. Le risate e gli applausi che incorniciano le sue quattro battute sono palesemente a comando, e forse frutto di mix con preregistrazioni come nelle sitcom sgrause degli anni Ottanta. Non a caso, il pubblico non viene MAI inquadrato durante l’esibizione. Non gli è bastato sbatterci il muso una volta. Lui non è più Cairo, ma CarloMariaMaurizio riuniti sullo stesso palco fanno quell’effetto ecumenico di non belligeranza tra pubblico e privato che sotto Sanremo è come sempre terribile e sublime. Voto: 0

Intanto, sono morti anche i tempi morti. Ma fremo scrutando la scaletta, ché tocca alla Mannoia. La onoro con due dita di whisky torbato.

 

Fiorella Mannoia – Che sia benedetta. Ultima volta al festival 29 anni fa, quando sembrava avesse 29 anni più di quelli che ha ora. In una sospensione d’incredulità alla Benjamin Button attacca, visibilmente emozionata e incapace di trasmettere alcunché fino al ritornello, un brano di Amara (scuderia Amici, nuova proposta nel 2015 con Credo) e Salvatore Mineo, che non sono paragonabili ai grandi autori tipo Fossati e Ruggeri che le hanno scritto i pezzi veramente killer. Il brano è un inno alla vita, ma il testo è troppo a effetto ecumenico (e infatti nella notte del dopofestival incasserà il tweet plaudente di un porporato, lei così compagna), la musica è stranamente legnosa e il pilota automatico sembra quello gonfiabile di L’aereo più pazzo del mondo. Che poi lei possa rendere credibile anche una versione black metal di C’è da spostare una macchina è fuori discussione, ma la canzone è veramente una delle più brutte che abbia mai scelto. Handicap supplementare: Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta. Con che coraggio si possa portare a Sanremo un pezzo con una frase così nell’era dei social, di Lercio e dei meme ha del misterioso. E infatti Belén ha già annunciato una cover: Che sia benedoca. Musica 4, testo 5, Interpretazione 7. La media fa 6 meno meno meno meno meno meno meno meno.

 

Alessio Bernabei – Nel mezzo di un applauso. O dell’idea di pop dance melodico di Carlo Conti, risalente forse a quando faceva il deejay e metteva su i dischi di Den Harrow, Tracy Spencer e Jock Hattle. Terza volta consecutiva, seconda da solista dopo l’esordio coi Dear Jack. Il testo andrebbe riportato per intero, ma vi basti l’incipit (tutto maiuscolo, non badiamo a spese): STANOTTE HO APERTO UNO SPIRAGLIO NEL TUO INTIMO /NON HO BUSSATO PERO’ SONO ENTRATO PIANO / ASPETTERO’ CHE TU TI SENTA UN PO’ PIU’ AL SICURO / NEL FRATTEMPO TI CANTO UNA CANZONE AL BUIO. Ma il meglio deve ancora venire. Ed è “E non c’è pioggia e non c’è vento che / può spostare l’epicentro dei miei occhi su di te.” Non fate la fatica di andare a cercare su un dizionario il vero significato di “epicentro”, tanto è una licenza. E non è quella media. Per riprendermi, ho fatto fuori tutta la seconda birra in un fiato. Ed era più intonata l’emissione susseguente dei miei gas. Musica 0, testo 0, interpretazione 0. La media fa… uhm. Un tweet gli dice “Alessio T.V.U.M.D.B”. Spero che stia per Ti Vergherei Un Miliardo di Bastonate.

Carlo annuncia “Tra poco torna Tiziano Ferro”. Sempre così, a metà serata iniziano le minacce.

Ma poi Tizianone fa due pezzi dal suo ultimo album, di cui uno in coppia con una Carmen Consoli che sembra la versione lifting di Marinella Venegoni. E finalmente si sentono due canzoni. Il che mi fa pensare che oggi, per sapere se un pezzo è buono bisogna mandarlo a Carlo Conti. Che se vi chiama a Sanremo state messi male e se vi scarta siete a cavallo. Questi brani, per esempio, potrebbero benissimo essere stati bocciati per cinque/sei edizioni a fila. Mica capolavori eh? Ma se non altro canzoni. Voto: 6

 

Annunciano il Carrisi proprio mentre tolgo dalla piastra la piadina. Segno del destino. Le buone cose di una volta. Ascolto a bocca piena. 

Al Bano – Di rose e di spine. Toh. Una romanza d’amore sugli alti e bassi del sentimento. E chi se lo aspettava? Io ti amo sempre più / Io ti amo ancor di più / Di questo amore senza fine, di rose, di spine. Il ritornello lo avrà scritto per Romina o per Trump? Non è bello burlarsi di un leone che si fa un infarto con la stessa souplesse con cui Guccini si faceva un fiasco di lambrusco di Sorbara e dopo due mesi onora il suo impegno festivaliero. Non solo però il brano, classico/vecchio (non è la nefandezza di Amanda è libera, per intenderci), non è di quelli che in illo tempore avrebbero fatto venir giù il teatro, ma stavolta (con tutte le attenuanti del caso) anche quella voce non arriva come al solito. Musica 5, testo 4, interpretazione 6. La media fa 5, ma ad honorem.

 

Samuel – Vedrai. L’ex cantante dei Subsonica, che nel 2000 fecero il balzo dal nostro povero underground al nostro misero mainstream con Tutti i miei sbagli. Istintivamente mette simpatia, anche se poteva trovare un look che lo rendesse meno simile a Neffa. Però,  Samuel, ascolta un cretino: anche se canti l’unione come panacea al mondo brutto (tipo siamo soli nell’immenso vuoto che c’è, però insieme), l’arrangiamentino Daft Punk modello Random Access Memories magari incanta Giorgio Moroder presidente della giuria qualità, ma con me non attacca. Se poi ci canti sopra una roba che fatti i dovuti distinguo poteva anche essere un pezzo scritto per Alexia nel 2003 non ci siamo mica davvero. Comunque dignitoso, malgrado la fredda logica dei numeri e dei voti: e infatti musica 4, testo 3, interpretazione 6. La media fa 4 tendente al 3. Ma poi la serata finale te la alzo, dai.

 

Ancora comici. Per lanciare un remake (Mamma o papà? di Milani), Albanese e la Cortellesi si fingono cantanti estromessi dalla gara e attaccano uno sketch citazionista-musicale vecchio come il cucco. Non una grande idea di marketing. Mi rendo conto che non è professionale, ma una telefonata inattesa mi astrae dal contesto. Abbasso il volume e assisto alla cinequestua mascherata da numero di varietà eclettico completamente senza audio. Ma passa tristezza uguale. Voto: S.V.

Ron – L’ottava meraviglia. Al festival per la settima volta. Il brano si chiama L’ottava meraviglia. L’ottava meraviglia del mondo / siamo io e tesiamo io e te. Il più grande spettacolo dopo il big bang, ma sotto Valium. Come cover giovedì  magari avrebbe fatto la Nona di Beethoven (spoiler: è uno dei tre eliminati della prima serata). Io però durante la canzone ho fatto la siesta. E mi rincresce molto che un artista un tempo ammirato e ammirabile ma ormai fuori anche dal suo stesso tempo (vedi la magra dell’ultima partecipazione al festival coi due brani in gara dove già gli trombarono una pappetta tipo questa a favore della inascoltabile Sing In The Rain) non capisca che forse è ora di tirare i remi in barca. E magari di chiudere anche la barca in rimessa. Musica 3, testo 3, interpretazione 3. La media fa 3.

 

Un pochino sento i fumi della birra di prima. Sicché l’apparizione di due ragazzini con una felpa rossa con scritto sopra MABASTA preceduti da un pippotto di Maria sul bullismo in puro stile fake drama da C’è posta per te, mi sembrano quasi un’allucinazione. È il secondo momento di utilità sociale della serata. Tra il pubblico credo serpeggi la voglia di fare del monito della maglia una specie di slogan/invocazione perché la serata finisca in tempi brevi. E su questa convinzione ebbra faccio una piccola pausa di escrezione di tossine a mezzo uretra, conscio che non perderò alcunché di speciale almeno fino alla fine del prossimo spot. Voto: BOH.

 

Ristabilita la pressione vescicale, attacco un Danacol. Ma più che un livellatore del colesterolo sento che avrei bisogno di una pomata per le piaghe da decubito. E infatti i prossimi due brani decido di vederli in piedi.

 

Clementino – Ragazzi fuori. In Inghilterra, hanno il grime. Noi abbiamo i comunisti col Rolex. E vabbè. Poi ci sono degli outsider, come Clemente, come Rocco Hunt, personaggi dal basso che però quando si avvicinano a queste altezze sbagliano. Il brano dell’anno scorso di Clementino era simpatico, ma qualcuno (il nordico Marracash, coautore del brano?) deve avergli fatto notare che non sono più tempi in cui all’Ariston l’uso del dialetto fa venir fuori il tifo delle delegazioni partenopee ormai ottuagenarie. E quindi: che resta di un rapper campano (è di Avellino) se gli togli il rap e il napoletano? Una specie di filastrocca con ambizioni sociali, ma troppo politically correct con immagini diluite e buoniste superate a destra e sinistra da qualunque realtà urbana. Quindi, praticamente niente. Anche se a dirla tutta, quando Clementino canta melodico è quasi meglio di quando rappa a flow frenato. Musica 4, testo 5, interpretazione 4. La media fa 4 e un pezzetto.  

 

Devo sedermi di nuovo. La seconda superstar musicale è Ricky Martin: come a dire ai gay “ricordatevi che qui siete ospiti”. Il suo medley di successi è accolto con ovazioni. Incredibile:per ultima canta Maria, anche se fino in fondo si tenta di evitare senza successo la gag con l’omonimia della De Filippi. La sua presenza giubilata è ancora una volta la prova provata che Sanremo resta l’unico posto al mondo dove un cantante straniero dalla carriera alle cozze e con hit risalenti a minimo vent’anni fa due sere prima canta in un piano bar di Tecate e due sere dopo pare che gli hai portato lì David Bowie risorto. E comunque, invecchiando, somiglia a Chuck Norris da giovane. Coreografie da lezione di zumba per frequentatori di villaggi a Phuket. Voto: 1

 

Arriva l’ultimo campione in gara. Mi attacco a un’aranciata mentre finisco gli anacardi. Sento distintamente la mia flora intestinale che sta per entrare in sciopero.

 

Ermal Meta – Vietato morire. Titolo boomerang #3, tipo lanciare il sasso e nascondere la mano. Il suo nome da droga sintetica (cit. Federico Pedroni) mi ricorda che in caso estremo c’ho sempre lì il Lorazepam. Ma non servirà. Di tutti quelli sin qui ascoltati, è l’unico che ha un testo, per quanto poeticistico e facile, che azzarda un tema e lo porta fino in fondo. In attesa della mamma di Gigi D’Alessio domani sera, lui canta di una madre brutalizzata che cerca anche di salvaguardare un figlio dagli abusi del suo compagno. Peccato che musicalmente il brano sia una copia abbastanza sbiadita di quello dell’anno scorso; ma ha buone chance di incastrarsi nell’airplay. Musica 5, testo 6, interpretazione 7. Miracolo. Fa 6 pieno.

 

La gara (per stasera) è finita, e anche io non ho quasi più niente tranne grissini e Nutella. Attacco quelli, mentre mi accorgo di non aver fumato neanche una sigaretta. Lo faccio ora, mentre mi rendo conto con orrore che adesso Carlo e Maria devono riempire i tempi dell’elaborazione dei voti e non hanno più molte frecce all’arco del palinsesto. E infatti arrivano sul palco in rapida successione:

1)Diletta Leotta, ovvero l’agognata quota etero. Perché credete sia lì? Perché Maria attacchi il pippotto #2 sulla violazione della privacy e su quelli che Renato Zero chiamava “i rischi di questi internet”. Che è un po’ il modo per essere sul pezzo della tristemente famosa Bibbia 4.0 di Facebook a spese di una sventurata che si è fatta incautamente rubare un set di foto soft che usciva le minne. Straordinario il commento integralista su Twitter di Caterina Balivo: Non puoi parlare della violazione della privacy con quel vestito e con la mano che cerca di allargare lo spacco della gonna! No comment.

 

2) Ubaldo Pantani (non preoccupatevi: è un imitatore ma non è necessario che lo sappiate) che fa Bob Dylan parlando toscano. Dovrebbe essere un momento Tale e Quale ma il trucco rende il poveretto più somigliante a Franco Gatti dei Ricchi e Poveri vestito da Al Bano. In regia non hanno più neanche la forza di azionare le risate registrate di Crozza. Non sarebbero credibili. Voto: 0

 

3) Raoul Bova che viene raggiunto da Rocío Muñoz Morales. L’unica scaletta possibile a questo punto è quella di salvataggio. Voto: 0 meno.

 

4) I Clean Bandits (vale quanto detto per Pantani, anche se pare abbiano venduto 476 fantastilioni di singoli). Fanno un brano che nel ponte sembra un plagio di Francesca Michielin. In playback. Roba forte. E infatti se la sono tenuta per l’uscita dalla fascia protetta. Voto: ci vorrebbero i numeri negativi.

5) Due giganti non meglio identificati e imbarazzatissimi, tali Marco Cusin e Valentina Diouf,  campioni di qualche sport che non saprei dire, giusto per tirare il minutaggio. Lui, due metri e rotti, di fianco alla De Filippi, fa l’effetto di un volgarissimo meme di Game of Thrones che circola in rete da giorni e che vi lascio il piacere malizioso di scoprire. Voto: basta.

 

E finalmente, dopo il consueto Rocco Tanica dalla sala stampa sulle orme di Gianni Ippoliti e a micce per ora bagnate (voto 5),  sappiamo chi va fuori: in un crescendo di suspense interrotto solo dal russare molesto delle prime cinque file, subiscono la prima eliminazione e si giocheranno tutto venerdì sera in un torneo a sei da cui saranno ripescati in due (se ho capito bene: le modalità di recupero sembrano una parafrasi di Quarantaquattro Gatti) i signori Ron (ve l’avevo già detto prima), Clementino e Giusy Ferreri. Nessuno fischia. Buon segno.

Ite, missa est. Titoli di coda.

[Per il dopofestival il sito non mi paga. Ma a parte Ron incazzatissimo che dice “La  musica non è tutto” (un momento WTF? altissimo), Savino che rifà l’imitazione di Maurizio Costanzo offscreen, la Gialappa’s che non fa la Gialappa’s, la cinequestua post-eurovisione Albanese/Cortellesi, e i giornalisti sempre attenti a non offendere nessuno (tranne un poveretto che ha dato giustamente 4 alla Mannoia e viene bonariamente linciato) tutto è anodino e non scorre sangue. Quindi direi che per oggi possiamo chiudere qui. Anche perché se vi dico che io sono stato su anche a vedere lo speciale Sanremo di Marzullo poi mi prendete per scemo e un po’ avete ragione.
Arrivederci a domani.

                                                

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