Mentre si accendevano le luci al termine della proiezione stampa di There Is No Evil di Mohammad Rasoulof – l’ultima della competizione della Berlinale 70 – è parso subito chiaro che quel film avrebbe sparigliato le carte di un Concorso che sino a quel momento si avviava a lavorare su un Orso d’Oro conteso tra Undine di Christian Petzold e le Favolacce dei Fratelli D’Innocenzo, per molti aspetti i due film più rimarcabili e soprattutto sorprendenti di una selezione ufficiale ricca di titoli d’alta qualità ma povera di vere e proprie accensioni. Evidente che un film come quello di Rasoulof arrivava nella competizione berlinese allestita da Carlo Chatrian in una collocazione destinata a lasciare il segno nella giuria di Jeremy Irons: un regista di rango internazionale, vessato dal regime iraniano e trattenuto in patria, un film sulla pena di morte che accende tensioni internamente antagoniste e suggerisce riflessioni universalmente umanitarie, soprattutto un’opera dotata di una forza d’urto drammaturgica altissima e di una lucidità espressiva tanto essenziale quanto potente.

 

Risultato: una giuria combattiva (a dir del presidente) ma compatta ha assegnato l’Orso d’Oro per il Miglior Film a There Is No Evil di Mohammad Rasoulof (che per la cronaca sarà distribuito in Italia da Satine), spingendo gli altri due favoriti sull’argento di due Orsi che comunque calzano a pennello alle rispettive opere: quello per la Sceneggiatura ai Fratelli D’Innocenzo di Favolacce (che in effetti tra i suoi tantissimi pregi ha anche quello di una scrittura eccellente) e quello per la Migliore Attrice alla limpida e fluida Paula Beer di Undine di Christian Petzold. Va detto che entrambi i film avrebbero calcato con orgoglio il cammino di Orsi di levatura un po’ più alta, ma i giurati hanno voluto assegnare il premio per il Miglior Regista al sempre lodevole Hong Sang-soo di The Woman Who Ran (Domangchin yeoja) e il Gran Premio della Giuria a Never Rarely Sometimes Always di Eliza Hittman, che, a poche settimane dal suo esordio al Sundance, ha lasciato il segno nella Berlinale 70 grazie all’understatement drammaturgico con cui ha raccontato il lungo e semplice viaggio di una ragazzina verso l’interruzione della gravidanza nell’America trumpiana. Chiudono la narrazione del palmarès sciorinato in una Potsdamer Platz che accoglieva le proteste degli ambientalisti mentre il mondo era in subbuglio per il Covid-19, l’Orso d’Argento per il Miglior Attore consegnato con merito all’Elio Germano di Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, l’Orso d’Argento del 70mo della Berlinale al simpatico Effacer l’historique di Benoit Delepine e Gustave Kervern e l’Orso d’Argento per il contributo artistico (giunto a rimpiazzare in extremis l’ormai imbarazzante premio intestato al fondatore della Berlinale, Alfred Bauer, ormai negletto per i suoi trascorsi nazisti) a Jürgen Jürges, ottimo direttore della fotografia del francamente sopravvalutato DAU. Natasha di Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel.

 

A fronte di questi premi resta un festival che ha saputo tenere banco nonostante il modo attorno fosse distratto dai timori virali che, in una Potsdamer Platz giunta clamorosamente in ritardo all’appuntamento con il 70mo anniversario del festival berlinese, evocavano scenari romeriani (senza la h…) amplificati dalla sovrabbondanza di spazi commerciali, stazioni della metro e luoghi pubblici cantierizzati e desertificati. La neodirezione artistica di Carlo Chatrian si è fatta comunque valere, anche se chiaramente ha bisogno di ulteriore tempo per limare qualche sbavatura e fortificare la propria posizione. Il nuovo direttore ha impresso un chiaro segno di qualità filmica alla selezione, che ha offerto una lista di opere quasi sempre di livello elevato o comunque adeguato, nonostante qualche evidente e comprensibile cedimento alle esigenze nazionali (Berlin Alexanderplatz di Buran Qurbani, My Little Sister di Stéphane Chuat e Véronique Reymond), qualche sopravvalutazione (il russo DAU. Natasha, più interessante per il progetto che per il suo esito), e l’oggettiva carenza di momenti autenticamente corali, di quelli che servono ad animare un festival metropolitano come questo. L’introduzione, di per sé ottima, del concorso parallelo “Encounters”, che allinea la Berlinale con la duplicazione delle competizioni messa a punto dai grandi festival europei di categoria A, se ha portato una selezione di opere di ottimo livello, ha finito anche con lo spiazzare il baricentro della Berlinale, storicamente collocato al centro della tripartizione tra Selezione Ufficiale, Panorama e Forum. Il quadrilatero che si è venuto così a creare ha finito col disperdere la narrazione complessiva del festival, soprattutto perché (per problemi logistici ma soprattutto per errori di programmazione quotidiana che andranno affrontati e risolti) ha reso impossibile seguire sia il Concorso ufficiale che “Encounters”. Resta comunque un festival che ha lavorato con orgoglio e convinzione su un cinema di autori amati e consolidati (Garrel, Tsai Ming-liang, Rithy Panh, Abel Ferrara, Hong Sang-soo, Sally Potter, Christian Petzold, Giorgio Diritti) e ha saputo fare spazio a personalità emergenti o dalla storia meno nota (i D’Innocenzo, Kelly Reichardt, Eliza Hittman, Rasoulof, Delépine & Kervern, Falardeau e l’intera schiera di “Encounters”). Il punto di equilibrio c’è. Ora va forse va cercato un po’ di disequilibrio per agitare le acque…

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