Separare i festival dai verdetti delle loro giurie può essere un esercizio utile, anche se frustrante. Prendete Venezia 76: una buona Mostra, priva di folgorazioni, è vero, ma sostanzialmente percorsa in tutte le sue sezioni da opere di alto livello, con un Concorso in cui, se nessuno dei grandi autori convocati ha dato il meglio di sé, tutti insieme hanno saputo tenere elevato il contesto complessivo della manifestazione. Del resto si veniva da un’edizione di Cannes letteralmente miracolosa e i miracoli, si sa, sono tali perché non si ripetono: sul Lido si trattava di tenere la barra e fare bene, compito che Alberto Barbera ha, ancora una volta, svolto egregiamente. Poi arriva il gran finale, coi premi che, volenti o nolenti, sono quelli che mandano agli annali i festival e rischiano di rinchiudere nella gabbia del palmarès le tante argomentazioni di una selezione. Se poi ti ritrovi tra le mani una Presidente di Giuria che alla vigilia si prende libertà di parola inconcepibili e mette un po’ tutti – se stessa per prima – in imbarazzo, le cose si complicano alquanto. Ma a questo è meglio non pensarci, altrimenti di rischia di leggere vincitori e vinti sulla scia di dietrologie che lasciano sempre il tempo che trovano, e non è il caso. C’è però un Leone d’Oro andato al Joker di Todd Phillips che francamente non convince troppo. Non perché il film sia privo di ragioni e qualità, ma perché il premio ha oggettivamente qualcosa di opaco, che sta tra la soluzione di compromesso di una giuria priva di unanimità e il solito – e ormai solido – piazzamento della Mostra in zona Oscar. Vi chiederete: se non Joker, allora chi? Qualcuno risponderebbe il Polanski di J’accuse, se non fosse per le intemerate della Martel, ovviamente poi in imbarazzo nel consegnare al film il Gran Premio della Giuria.

Altri si sarebbero orientati sul Pablo Larrain di Ema, film perfettamente disfunzionale, spiazzante e appassionante, che è cresciuto di giorno in giorno nelle valutazioni dei festivalier, ma evidentemente non in quelle della Giuria, che l’ha bellamente ignorato. Altri ancora guardavano in direzione dell’Australia dell’esordiente Shannon Murphy, che con Babyteeth ha convinto sotto molti aspetti, ma che ha portato a casa un pur sacrosanto Premio Mastroianni al suo giovane interprete, Toby Wallace (chissà poi perché non anche alla coprotagonista, l’altrettanto meritevole Essie Davis). Inutile pensare a James Gray, il cui Ad Astra è rimasto ampiamente incompreso sul Lido, né al Kore-eda di La verité, troppo presto dimenticato, o al Soderbergh di The Laudromat, snobbato dai più. Ci sarebbe stato anche l’eccellente Baumbach di Marriage Story, ma l’etichetta Netflix sul Leone veneziano per il secondo anno di seguito sarebbe stata forse fuori misura…E così è stato il turno di Joker, che poi è anche un buon film, d’accordo, a patto che sia chiaro che non sta certo al livello dei due Leoni da Oscar precedenti, Roma e La forma dell’acqua: Todd Phillips non è né Cuaron né, men che meno, Guillermo Del Toro… La domanda potrebbe essere anche un’altra: se in un siffatto contesto Martin Eden meritasse qualcosa in più della pur opportuna (per una volta!) Coppa Volpi a Luca Marinelli. La risposta è: indubbiamente sì… Se non l’Oro (ma forse anche…), almeno l’Argento del Gran Premio della Giuria o quello per la Regia, che invece è andato sotto naftalina al Roy Andersson di About Endlessness. Vera e propria topica della Giuria, inciampata poi anche in un insignificante Premio per la Sceneggiatura a Yonfan per No. 7 Cherry Lane e in una poco opportuna Coppa Volpi a Arianne Ascaride, che in Gloria Mundi di Robert Guédiguian di certo non esalta le sue pur innegabili qualità. L’entusiasmo generale del Lido per La mafia non è più quella di una volta, insieme al viatico illustrativo di sicuro garantito dal giurato italiano Paolo Virzì, hanno fatto il resto e hanno garantito al film di Franco Maresco un Premio Speciale della Giuria che di sicuro non sfigura. In zona concorso Orizzonti, intanto, la Presidente Susanna Nicchiarelli ha indiscutibilmente fatto centro, premiando l’eccellente Atlantis dell’ucraino Valentyn Vasyanovych, così come Emir Kusturica non ha certo sbagliato consegnando il Premio Venezia Opera Prima a You Will Die At 20 del sudanese Amjad Abu Alala. In tutto questo, va detto, il vero vincitore resta l’evento nel suo complesso: la 76ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica è stata un successo: sotto il profilo mediatico, sotto quello logistico e organizzativo, non da ultimo sotto quello artistico. Ormai si può dire: Alberto Barbera e Paolo Baratta hanno fatto il miracolo di salvare e portare a nuovo successo una manifestazione che non troppi anni fa rischiava seriamente di avere gli anni contati. La loro Mostra è non solo viva ma anche vivace, serena e accogliente. Intano la notizia è che le date annunciate per la 77ma Mostra, quella del 2020, sono 2-12 settembre, ovvero una settimana più avanti del solito. Si tratta di capire se è una sfida diretta a Toronto o solo di un aggiustamento del calendario internazionale dei festival. Stay tuned…

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