Cita esplicitamente gli esercizi per giovani pianisti scritti da Igor Stravinsky con intento pedagogico, ma ribaltandone l’assunto e, di riflesso, il film di Bob Rafelson del 1970, il lavoro di Milo Rau presentato al Teatro dell’Arte di Milano all’interno della bella rassegna “Now” ideata da Zona K. “Cinque pezzi facili” per ricostruire uno dei fatti di cronaca più terribili della storia recente ovvero il rapimento, stupro e uccisione di quattro bambine in Belgio nel 1995-96 a opera del pedofilo Marc Dutroux, soprannominato dai media “il mostro di Marcinelle” (al momento del suo arresto altre due ragazzine vennero liberate dalla cantina in cui erano segregate). In scena sette bambini tra i 9 e i 13 anni che, con la passione per il teatro e con la serietà che contraddistingue i piccoli quando giocano, decidono appunto di “stare al gioco” – d’altra parte to play così come jouer significano sia “giocare” che “recitare” – e di seguire le indicazioni di un regista (interpretato da Hendrik Van Doorn) per parlare senza mezzi termini di un dramma nazionale, ma anche di identità e di cosa significhi fare teatro. Uno spettacolo «fatto dai bambini» che, come dice lo stesso Rau, «doveva essere rischioso, senza precedenti e virtualmente impossibile».


Proprio come nel film di Rafelson, il rapporto tra un padre e un figlio, è al centro della prima scena che si focalizza sulla figura di Victor Dutroux, il padre del serial killer. Lo spettacolo di Rau mette in campo molte questioni, prima tra tutte la libertà e lo fa rievocando la figura di Patrice Lumumba, l’eroe che si battè per l’indipendenza del Congo. Proprio qui si trasferì Victor Dutroux, dove venne raggiunto da moglie e figlio di pochi mesi. A seguito dell’indipendenza, la famiglia tornò in Belgio e i genitori si separarono. L’uomo è ormai un vecchio solo e ai margini, devastato dalla consapevolezza di essere ricordato esclusivamente come il padre del mostro. Nella seconda scena, dal titolo “Cosa significa recitare” viene fuori una disquisizione su cosa si è disposti a fare per creare un personaggio, su cosa sia la finzione e su quale distanza va tenuta. Qui il focus è sul poliziotto che ha condotto le indagini e che ricostruisce gli spostamenti di Dutroux dando spazio alle polemiche di cui fu oggetto la polizia per non essere riuscita a catturare prima il mostro.
“Saggio sulla sottomissione” mette, invece, in scena una delle vittime e la sua straziante lettera ai genitori, non lesinando sui particolari più crudi della prigionia. Qui, come dichiarato all’inizio, si capisce tutta la portata del teatro della crudeltà, lo stesso spettatore diventa suo malgrado voyeur e assiste impotente allo strazio a cui è sottoposta la piccola vittima (Rau si è basato su testimonianze dirette e documenti reali). In “Soli di notte” sono i genitori di Julie Lejeune a diventare protagonisti e in particolare il padre della vittima che racconta gli ultimi momenti con lei, il giorno della scomparsa e la lunga attesa nella speranza di riabbracciarla fino al tragico ritrovamento delle sue ossa.


L’ultima scena “Cosa sono le nuvole?” cita direttamente l’episodio di Capriccio all’italiana diretto da Pier Paolo Pasolini quasi a significare che queste piccole vittime rinchiuse in cantina e private della libertà sono come le marionette interpretate da Totò e Ninetto Davoli che vedono le nuvole solo nel momento in cui stanno andando verso la discarica.
Uno spettacolo profondamente politico, tutto giocato sul doppio: a partire dal titolo (i “pieces” sono anche le cinque “pièces” in cui è suddiviso), il piano di realtà (la cronaca) e quello della finzione (la ricostruzione in scena con tanto di ciak), le azioni interpretate dai bambini e quelle proiettate su schermo e interpretate da personaggi adulti che compiono gli stessi gesti, amplificandoli in un cortocircuito che chiama direttamente in causa gli spettatori. Un dramma che ha segnato un’intera nazione e che, come dice ancora Rau, «sembra un’allegoria del declino dei poteri occidentali, coloniali e industriali». Alla fine sembra di sentire riecheggiare le parole della Canzone del maggio di Fabrizio De André: «Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti». E vale per ognuno di noi.

 

Fotografie ©Phile Deprez

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