Non poteva esserci cornice migliore, al festival di Bologna Il Cinema Ritrovato, per il film di avvio della retrospettiva sulla cinematografia coreana. Una giornata dedicata sin dal mattino alla prima donna criminale del cinema, Irma Vep (anagramma di Vampire), che vestita di sola calzamaglia nera trasformò chi la indossava, Musidora, prima in “decima musa” dei surrealisti, e poi, dopo gli incubi borghesi per l’amor fou, in icona transfemminista dal ’68 in poi. Anno in cui in Germania, l’altro paese diviso in due come la Corea dalla guerra fredda del “secolo breve” (e c’è una sezione di film tedeschi anche su questo momento cardine della sua storia), usciva Neun leben hat die katze (t.l. Il gatto ha nove vite, 1968) di Ula Stöckl, pioniera del cinema femminista oltre che del nuovo cinema tedesco. Anche qui donne che solidarizzano o si combattono intorno ai loro uomini da una sola vita, e non nove come loro. Così, nel mezzo di questo percorso ideale di proiezioni, si è ben collocata la diabolica cameriera di Kim Ki-young (The Housemaid, t.o. Hanyeo, 1960), il film forse più rappresentativo della carriera di questo regista, anche perché il primo di una trilogia chiusa solo nel 1982 con un remake di Donna di fuoco (t.o. Hwanyeo) del ’71, a cui era seguito nel 1972 la Donna insetto (t.o. Chungnyeo). Pur mantenendo un punto di vista maschile, queste donne non sono incubi di loro, ma sono al contempo vittime e artefici di un processo di trasformazione radicale, violenta e rapidissima di una società rimasta feudale sino alle soglie del secolo scorso.

 

Hanyeo (1960)

 

La famiglia confuciana nella cultura tradizionale coreana è un valore assoluto, che richiede il sacrificio di tutti dinanzi agli antenati, anche dei figli o degli anziani, abbandonati sulle montagne come in Goryeojang (altro film di Kim Ki-young in rassegna). Con maniere che potremmo paragonare all’espressionismo Kim Ki-young coglie la centralità della donna in questa trasformazione, ne mette in luce tutta la contraddizione, senza volerla risolvere, perché la tradizione non è affatto una risposta, ma apre a incubi ancora peggiori. Come il patto tra cameriera e moglie per salvare l’onore della famiglia, tra omicidi e sottomissioni sessuali dello stesso uomo, o come il suicidio di coppia, quale rito che dovrebbe legittimare anche le passioni meno lecite, una svolta narrativa che accomuna questo film a uno dei generi più prolifici del cinema giapponese. Solo che qui viene demistificato in un finale che risolve brillantemente l’eccesso grottesco dell’horror con una soluzione da commedia. Il modo in cui questo film vira costantemente tra generi e stilemi lo rende uno dei classici del cinema sudcoreano. Entra ed esce in questa casa attraversando senza soluzioni di continuità finestre costantemente battute dalla pioggia. Gli stessi vetri dietro cui compare, facendo sobbalzare, la figura minacciosa e vampiresca della cameriera. I suoi appetiti sessuali possono ricordare il cinema surrealista di Buñuel, ma la cornice narrativa è quella di una popolare commedia, con spunti realistici sull’urbanizzazione a Seoul. Per esempio con il montaggio per analogie dai titoli di testa con i bambini in famiglia che giocano con un filo di cotone alla fabbrica tessile con la catena di montaggio femminile. Siamo nel 1960, questo è il film più datato della retrospettiva.

Hanyeo (1960)

 

Se si conosce la storia della Corea si rinnova la sorpresa per l’esplosione di una così florida cinematografia in un paese che non aveva avuto una vera cinematografia nazionale ed era stato per decenni sotto l’occupazione giapponese e poi in guerra. Anche per questo i suoi film sono stati a lungo ignorati e purtroppo nemmeno conservati in patria. Questa è la prima retrospettiva sul cinema coreano di una manifestazione a Bologna giunta alla sua 33.ma edizione. Il pretesto è che cento anni fa, nel 1919, in Corea aveva luogo la prima proiezione di una pellicola, usata in realtà come fondale per un evento teatrale (i successivi film degli anni ’20 sono disperatamente cercati tra Giappone e la stessa Corea del Nord, con cui molti dei suoi primi registi si schierarono e di cui si è persa ogni traccia). Un centenario che si è prestato quale occasione per far scoprire, in tutto il mondo, una cinematografia rimasta ai più sconosciuta ed emersa grazie al suo recupero, prima in patria a ridosso del centenario mondiale del cinema, con la nascita, nel 1996, del Busan International Film Festival, subito impegnatosi in queste riscoperte, con ricerche, proiezioni e pubblicazioni, e dopo con ancor più forza anche all’estero, grazie all’azione di restauro e digitalizzazione del Korean Film Archive che sul suo canale Youtube ne mette a disposizione due centinaia di titoli (per altro sottotitolati anche in italiano). Nulla di facile se si pensa che questi due enti negli anni recenti sono stati privati del sostegno statale, ma sono tornati dal 2017 a essere operativi, insieme al Korean Film Council, dopo imponenti manifestazioni (quasi due milioni di persone solo a Seoul) che hanno messo fine al governo reazionario di Park Geun-hye (figlia del dittatore Park Chung-hee assassinato nel 1979). Un’azione quindi mondiale, che anche in Italia fa seguito a quella di Udine dei mesi scorsi, e si bissa al suo interno un capolavoro di cui si è già scritto su Duels.it, quello di Lee Man-hee A Day Off (t.o. Hyuil, 1968) in programma sia Mercoledì 26 giugno, sia sabato in chiusura. Al Far East Film Festival di Udine si spaziava sui tre decenni di dittatura militare, invece a Bologna si è scelto di concentrarsi sul primo decennio degli anni ‘60 da molti indicato come l’epoca d’oro del cinema sudcoreano, in un paese appena uscito dalla guerra che divise il paese in due, ma che vede nascere una vera floridissima industria cinematografica, finanziata dallo stato sul modello hollywoodiano, ma sottoposta a rigide leggi di controllo e censura, che probabilmente hanno costretto gli autori a ingegnarsi. Sono probabilmente queste le ragioni che ci fanno pensare ad una sorta di “classicità” che oggi affascina e seduce, ma rischia di non far scorgere gli elementi di originalità. Come per il cinema delle Majors americane tra gli anni ’30 e ’40 ci troviamo di fronte ad un cinema fortemente industrializzato nelle sue pratiche, con registi che dirigono anche decine film l’anno, e che quasi sempre passano dal cinema di propaganda per l’esercito a quello commerciale (la legge imponeva una produzione di 15 film l’anno per poter ottenere fondi oltre che il diritto di poter importare un film straniero). Dentro questa maglia di film di genere (dal melodramma al noir, dal film d’azione a quello storico) emergono alcune pratiche d’autore che non sempre rispettano questa rigida divisione e che rapidamente evolvono verso una scomposta modernità. Ne abbiamo visto l’esempio nel primo e nel più retrodatato dei film della retrospettiva, The Housemaid, che al melodramma famigliare, al realismo e alla commedia di costume, associa non solo un espressionismo da film horror che vira verso il grottesco da cinema postmoderno (ma la tradizione del teatro popolare comico coreano è spesso rivendicata e riveduta da registi che uniscono sempre la loro autorialità ad una voluta popolarità), senza poi farci mancare la suspence hitchcockiana con una bella, esplicita citazione del bicchiere di latte avvelenato portato lentamente su per le scale di casa del Il Sospetto del 1941. Un film davvero di culto, anche se considerato un classico.

Hanyeo (1960)

 

 

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