Massimo Carlotto è un autore spesso frequentato dal teatro (e lui stesso non disdegna di comparire in scena). In particolare Niente più niente al mondo, scritto nel 2004, è forse il suo romanzo più rappresentato, anche per la forma: è breve ed è un monologo, o meglio una confessione, che si svolge davanti agli occhi del lettore (e dello spettatore). Lo ha scelto anche Fabio Cherstich, regista ormai affermato e di casa al Franco Parenti, per il suo debutto nel 2013. E il teatro milanese lo ripropone fino al prossimo 29 gennaio.

 

La scena è volutamente scarna: seduta davanti a un tavolo che sembra quello di un macello, su cui è conficcato un coltello di grandi dimensioni, una donna (Annina Pedrini, perfetta nel ruolo) racconta la sua storia, fatta di grandi aspettative e di cocenti delusioni, fino al tragico epilogo che ha appena avuto luogo. Nelle sue parole, passato, presente e futuro si confondono, i contorni non sono nitidi e i ruoli si invertono.

In meno di un’ora di spettacolo viene tratteggiato il ritratto di una donna che ha riposto tutte le sue aspettative prima nel matrimonio e, successivamente, nella figlia (interpretata da Annalisa Urti, presenza fantasmatica di impatto), quella che lei e il marito Arturo si ostinano a chiamare “bambina”, ma che ha ormai vent’anni. Anche lei l’ha delusa perché anziché sfruttare la sua bellezza per una comparsata in televisione che avrebbe potuto cambiarle la vita («anche Costantino viveva in un quartiere come questo e poi è riuscito ad andarsene e l’ho visto sul giornale in vacanza in Costa Smeralda»), ha scelto un lavoretto precario e mal retribuito che le permette a malapena qualche svago («Usciva il venerdì sera per la pizza o il panino da Macdonald e il sabato se ne andava in discoteca»). Un destino segnato il suo: così facendo la ragazza non può che ripercorrere le orme della madre, una donna incattivita, costretta a fare le pulizie in casa delle signore dal lunedì al venerdì da quando il marito metalmeccanico è stato licenziato «dopo sedici anni di lavoro» e si è dovuto adattare a un lavoro da magazziniere. Carlotto sceglie come ambientazione la periferia di Torino e quindi il lavoro alla Fiat, sogno infranto per molti. Nello spettacolo la connotazione geografica non è esplicitata: è una periferia non meglio identificata che corrisponde a molte periferie d’Italia dove i riferimenti sono gli stessi e gli epiloghi spesso si assomigliano. Una regia, quella di Cherstich, al servizio del testo che non appesantisce la vicenda, ma anzi la ripopone in tutta la sua violenza.

Un dramma feroce, che continua a rimanere attuale – e qui sta la forza di Carlotto che restituisce alla perfezione il disagio e il degrado di un mondo che anche oggi vive di falsi miti, prodotti principalmente dalla televisione, e non sembra avere alcuna possibilità di riscatto. E allora il vermouth diventa l’alleato fedele della donna («tre bottiglie, a volte anche quattro a settimana… dipende da come mi sento»), unica via di fuga da un presente che non può offrire nulla. «Niente più niente al mondo» viene ripetuto a più riprese dalla donna. Di “Il cielo in una stanza”, la canzone di Gino Paoli che ha fatto da colonna sonora al suo matrimonio, quando tutto sembrava possibile, rimane solo la negazione totale e definitiva. «Allora pensavo di avere un futuro, di potermi giocare la vita. Ero giovane. Invece in ventidue anni ‘sto cazzo di cielo non l’ho mai visto».

 

Milano                  Teatro Franco Parenti          fino al 29 gennaio

Giovedì 19/1 h.18.45  incontro con Massimo Carlotto

www.teatrofrancoparenti.it

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