Per 20 settimane a partire dal 13 maggio la città di Londra profumerà di rock grazie a uno dei suoi musei più rappresentativi, il Victoria & Albert a South Kensington, che ospita una mostra destinata a diventare un evento culturale senza precedenti: The Pink Floyd Exhibition, Their Mortal Remains, dedicata a una delle band più influenti (e amate) dell’intero pianeta. Per i 50 anni compiuti da Arnold Layne, il primo singolo dei Pink Floyd, il V&A ha deciso di fare le cose in grande, ingaggiando per l’allestimento della mostra un team che ha collaborato fianco a fianco con i membri della band in carne e ossa e in particolare con il batterista Nick Mason, l’unico presente all’inaugurazione tra fan comprensibilmente in delirio. Tra i grandi nomi citiamo anche Aubrey Powell di Hipgnosis, il design studio che ha creato molte delle cover album più conosciute nella storia della musica, tra cui quella di The Dark Side of the Moon e Wish You Were Here, entrambe ammirabili alla mostra nella forma di poster fotografici originali. Che lo zampino dei Pink Floyd in persona sia presente nel layout espositivo della exhibition è manifesto dall’inizio alla fine dello straordinario percorso multisensoriale che della mostra è l’essenza. Dalle sale d’apertura, dominate da un’atmosfera e luci psichedeliche che combaciano perfettamente con gli esperimenti sonori di inizio carriera – i mitici anni Sessanta della counter-culture e della Pop Art – si passa gradualmente, con le sale centrali, alla rottura con il passato marcata dall’uscita sul mercato discografico di Atom Heart Mother che catapulta lo spettatore in un universo musicale e visivo nuovo, volutamente rinnovato ed alterato dalla band: quello dei mastodontici live show degli anni Settanta e dei loro giganteschi pupazzi e oggetti stravaganti, tutti esposti alla mostra. Frutto maturo di una mente collettiva – anche se spesso caratterizzata dallo spiccare di una personalità creativa sulle altre, si pensi ad esempio a Waters in Animals o a Gilmour in A Momentary Lapse of Reason – che non ha mai smesso di mettersi in gioco, di improvvisare e sperimentare senza eguali nella storia della musica. Tanto è vero che, in un’intervista proiettata da un pannello della mostra, il musicista Howard Goodall parla di The Dark Side of The Moon, icona e cifra stilistica più ricordata del gruppo, come di un album senza precedenti, all’interno del quale – parafraso le sue parole – qualsiasi minuto tu voglia ascoltare, non importa quale, non lascia dubbi che provenga da quell’album e da quel gruppo soltanto (lo stesso Gilmour afferma poco dopo nell’intervista che, quando ai tempi lo riascoltò per la prima volta dopo la registrazione, aveva esclamato «We have done something really fantastic here»).

 

The Pink Floyd Exhibition offre all’occhio del visitatore un range eclettico di articoli, molti dei quali mai esposti prima al pubblico, che tracciano in modo esaustivo il percorso biografico e musicale della band: la riproduzione in scala raddoppiata del Bedford van, il furgone bianco e nero dipinto e utilizzato agli inizi della loro carriera per trasportare gli strumenti, quando si chiamavano Tea Set ed erano ancora freschi dei loro studi di architettura; varie lettere dei membri scritte a fidanzate o alla famiglia: curiosa in particolare quella di Gilmour ai genitori per rassicurarli sulla sua recente adesione ai Pink Floyd nel ’68, in un’epoca in cui entrare in una underground band era spesso sinonimo di contatti ravvicinati con le droghe; e poi vinili, oggetti personali, i circular screens dei live dal 1974 in poi, strumenti musicali, amplificatori e sintetizzatori che hanno articolato in tappe il loro sviluppo artistico dal 1965 a oggi. Una collezione che per la sua eterogeneità non fa che ribadire l’originalità e l’innovazione che hanno sempre contraddistinto la storia del gruppo, evidenti soprattutto nelle profonde differenze tematiche delle loro canzoni: il folklore popolare degli inizi, la poesia cinese di A Saucerful of Secrets, la natura umana trattata in tutti i suoi aspetti da The Dark Side of The Moon, dalla nascita alla morte, dall’avidità al consumismo, e ancora il tema dell’assenza (di Sy Barrett) in Wish You Were Here e la critica alla guerra di The Final Cut. Ciò che più impressiona della band, e che la mostra mette in evidenza con maestria, è che le orecchie dei suoi membri sono sempre state tese ed attente a carpire i frastuoni rivoluzionari e gli echi culturali del secolo come quelle di nessun altro: così, quando il visitatore si trova davanti al maialino gonfiabile icona di Animals, non può che pensare ad Orwell e al suo romanzo Animal Farm pubblicato circa tre decenni prima, i cui personaggi allegorici sono continuamente richiamati dall’album in canzoni quali Dogs e Sheep e il cui spirito di denuncia è sottilmente riprodotto dalle parole sprezzanti dei testi. Allo stesso modo, di fronte ai pupazzi e alle animazioni realizzati da Gerald Scarfe per il tour di The Wall, lo spettatore si ricorderà del live album che Waters, dopo la prima uscita nel 1979, registrò appositamente nel 1990 per rimarcare la caduta del muro di Berlino avvenuta un anno prima.
Pink Floyd e cultura si sono vicendevolmente influenzati, sono come l’oggetto e il soggetto in Kant, l’uno non può sussistere senza l’altro: lo spirito culturale rivoluzionario li fa crescere e conferisce loro un’identità discografica ben precisa, e i musicisti dal canto loro rendono il favore imprimendo alla cultura musicale una direzione nuova, esercitando su di essa un’influenza inarrestabile. Per questo, il percorso audio-video che il visitatore, cuffie alle orecchie, intraprende, è cronologico solo sulla carta: ogni tappa della mostra infatti non è mai completamente a se stante, ma rimanda a un’esperienza precedente o successiva, che intrappola dolcemente in un labirinto di flashback e flashforward.

 

Come per le gigantesche maschere di pietra di The Division Bell, posizionate di profilo in una sala della mostra come nel tour di allora (1994), per dare l’impressione che si stiano parlando, così i Pink Floyd insieme ai curatori del V&A ingaggiano con il pubblico una comunicazione silente, fatta di impressioni visive e uditive che lo investono di sensazioni. Le voci dei protagonisti e le basi che hanno fatto la storia, ascoltabili con le cuffie fornite dal museo, le luci, le fotografie, le chitarre, i colori: tutto è costruito appositamente per un percorso che va al di là della semplice esposizione dei resti di una band immortale (i remains che danno titolo il titolo alla mostra) e che fa invece riflettere su tematiche universali, sull’importanza di comunicare con le persone e sui suoi limiti, che la stessa convivenza turbolenta all’interno della band testimonia. Spesso segnati da dissensi e divisioni profonde (fino alla rottura e separazione dal gruppo di Barrett prima e Waters poi), è significativo notare come i membri superstiti non si ritrovino tutti insieme neppure all’inaugurazione dell’evento che li celebra. Forse, come qualche critico ha osservato, fu proprio l’acceso diverbio ad alimentarne l’irraggiungibile creatività, espressione del cambiamento come unica costante della loro musica, di “un’anima” – per usare le parole di Learning to Fly – “in tensione che sta imparando a volare/legata alla terra per condizione ma determinata a tentare”. Il percorso artistico dei Pink Floyd è un fiume in piena che non si arresta mai, l’endless river che dà il nome all’ultimo album della band (2014), con cui la mostra si chiude, e che è anche il penultimo verso del brano High Hopes appartenente a The Division Bell, quasi a voler riprendere con il pubblico un discorso interrotto venti anni prima. Un senso di continuità che ben si vede dallo zelo con cui gli organizzatori della mostra, ma non di meno i fan, hanno contribuito a rendere ancora più indelebile il nome dei Pink Floyd nel panorama musicale di ogni epoca. Che si parli dei ribelli degli anni Sessanta, assorbiti dall’atmosfera psichedelica dell’Ufo club dove i Pink erano soliti esibirsi, dei fan precipitati nell’oscurità e accecati dagli spettacoli luminosi degli anni Settanta, o degli accampati al gelo durante i tour di fine anni ‘80 e ’90, The Pink Floyd exhibition offre un momento comunitario ad intere generazioni: chi visita la mostra ne è l’ultimo rappresentante.

Le fotografie sono di Caterina Domeneghini.

 

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