Resilient (Contrasto, pag.192, euro 29), il primo libro di Marco Gualazzini, presenta i suoi reportage realizzati in Africa dal 2009 al 2018. Arricchiscono il volume i testi di Domenico Quirico e Gianluigi Colin. Il libro accompagna la mostra omonima a cura di Alessandra Mauro, che si può visitare fino al 27 ottobre 2019 a Parma, presso le sale di Palazzo Pigorini. La resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento. Marco Gualazzini cerca di raccontare proprio questa capacità dell’Africa, puntando il suo obiettivo alla ricerca di storie da raccontare con le immagini. In apertura Somalia, Mogadiscio, 2015. © Marco Gualazzini/Contrasto.

 

Ciad Bol 2018 ©-Marco Gualazzini/Contrasto

 

Questa sua ricerca è iniziata indagando il rapporto tra religione, stregoneria e malattia mentale nell’Est del Congo, dove quando realizzò il servizio esisteva un solo ospedale psichiatrico e dove chi soffre di malattie mentali viene tuttora considerato un indemoniato. Si è poi occupato dello sfruttamento minerario che coinvolge sempre il Congo, della guerra in Mali, dello stupro come arma di guerra (ogni anno in Congo vengono stuprate 15.000 donne), delle infiltrazioni islamiste nell’Africa subsahariana e delle politiche di accoglienza dei profughi messe in atto dal poverissimo Uganda. Gualazzini ha poi raccontato le condizioni del Sudan del Sud, della Somalia, probabilmente uno dei paesi più inaccessibili, dove gli stranieri (e i governativi) sono bersaglio di Shabaab. L’ultimo lavoro è del 2018, e testimonia la grave crisi umanitaria in corso lungo il bacino del lago Ciad dovuta alla desertificazione come conseguenza del cambiamento climatico. Come sottolinea Gianluigi Colin nel suo testo che chiude il volume, “sono storie di donne violentate in Congo, di bambine somale in un perenne viaggio per scappare dalla fame, di ragazze nei campi profughi in Ciad, ma sono anche racconti sui crudeli miliziani a nord del Mali, i membri del Ganda Koy, ovvero i “Figli della terra” (hanno fatto migliaia di morti tra i Tuareg), con i mitra in mano mentre indossano una maglietta di una squadra di calcio come simbolo di paradossale rispettabilità. Oppure, ecco le storie del disperato cammino della gente dei Monti Nuba, nel tentativo di sfuggire ai bombardamenti e ai massacri del governo del Sudan.”

Somalia, Bosaso, 2015 © Marco Gualazzini /Contrasto

Guardate. Le fotografie non si commentano, si assorbono, sempre, perché parlano un discorso scottante di rabbia e di amore.
Domenico Quirico

Sudan, Kordofan meridionale 2013 © Marco Gualazzini /Contrasto

 

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