2942d7Fino al 31 luglio la mostra temporanea della Cinématheque française sarà dedicata all’universo delicato e dirompente di Gus Van Sant grazie ad una mostra (Gus Van Sant- Icones a cura di Matthieu Orléan) che in autunno sarà portata anche alla Mole Antonelliana del Museo del Cinema di Torino.  Questo autore inquieto, che si muove studiando le connessioni tra adolescenza e maturità, tra giovani spaesati e adulti assenti, che declina il bisogno d’amore nella diversità e  analizza le dinamiche sociali del presente a partire dal dislocamento dei punti di vista, non è solo un regista di cinema, ma un visionario fotografo e pittore, sempre diviso tra classicismo e sperimentalismo, tra il desiderio di riprodurre a suo modo una realtà riconoscibile e la tensione a capovolgerla, frantumarla, scomporla. Nascono così i cosiddetti cup-up, fotografie che sono collage, realizzati tra gli anni ’70 e ’80 in bianco e nero, volti che sono la somma di ritratti nei dettagli che li definiscono e che si ritrovano ugualmente mossi nelle molte polaroid, nei ritratti ad acquerello e nei suoi film. Proprio a proposito della pittura e del suo approccio Van Sant dice: “Quando giro un film, la tensione tra narrazione e astrazione è essenziale; nasce dall’aver imparato il cinema attraverso film fatti da pittori, attraverso la loro maniera di rielaborare il cinema senza aderire a regole cinematografiche tradizionali, a volte perché non sanno niente di queste regole, a volte perché non vogliono seguirle e trovano la propria strada, come sono abituati a fare in pittura”.

Polaroids 1983-1999 © Gus Van Sant

Polaroids 1983-1999 © Gus Van Sant

“Il cinema di Gus Van Sant fotografa quella fase postmoderna (post-pop, post-Nuova Hollywood, post-militante) della storia americana che ha avuto inizio nella metà degli anni Ottanta – fa notare Orléan nell’introduzione al bel catalogo che accompagna la mostra -. Tra i maggiori esponenti del rinnovamento del cinema d’oltreoceano, Van Sant è stato ispiratore e paladino di una libertà artistica che nasce dalla marginalità, e lo ha fatto sommessamente, in modo non aggressivo, senza grandi clamori e manifesti”. E questo perché prima dei gesti, sono i primi piani dei suoi personaggi a rappresentare il senso e lo spazio del suo cinema, silenzioso, vitale, dolente e sempre proiettato verso il futuro. Giovani, marginali, tragici e intensi sono i protagonisti dei film, dentro e fuori Hollywood, tra l’indipendenza produttiva e la contestazione che ha appreso dai poeti della Beat Generation, a partire da William S. Burroughs e Allen Ginsberg, che tanto peso hanno avuto nella sua opera. Una parte interessante dell’esposizione è dedicata anche alla musica in una grande stanza semibuia, in cui due schermi rendono conto al visitatore di come e quanto profondamente il regista di Portland si sia confrontato con la musica, e questo significa “mettere in mostra” non solo videoclip o rare registrazioni con la sua stessa voce, ma anche e soprattutto concentrare l’attenzione sull’uso che della musica ha saputo fare nei suoi film, esaltando i vuoti, i cortocircuiti, le assenze, la velocità, l’impazienza, per fare solo alcuni esempi.

Gus Van Sant Untitled 2010 © Gus Van Sant

Gus Van Sant Untitled 2010 © Gus Van Sant

 

 

 Polaroids 1983-1999 © Gus Van Sant.

Polaroids 1983-1999 © Gus Van Sant.

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