Uno spettacolo in quattro movimenti, ognuno associato a un nome di donna: Zeinab, Intisar, Dhouha e Maryam, ovvero Maria, la Madre di Gesù, figura centrale nella tradizione islamica al punto che a lei è intitolata una sura del Corano (la XIX). Le prime tre donne rivolgono una vera e propria preghiera a Maria, si confidano in cerca di consolazione e soprattutto di vendetta, gridano la propria rabbia contro un mondo in cui è il denaro a farla da padrone. Zeinab le parla della sua amica Sharifa, «la bella dagli occhi di fuoco» che non c’è più, venduta «per diecimila dollari» dallo zio violento e ubriacone e finita in chissà quale giro di prostituzione. Intisar le racconta della borsa «piena di banconote da mille dollari. Ce ne saranno state… mille, forse di più. Tutte ben ordinate, raccolte in mazzi con delle fascette bianche, proprio come nei film» che un uomo ha portato a casa sua dopo il martirio del fratello. Dhouha, come Maria, ha perso un figlio su un barcone e non sa darsi pace: «Dimmi dunque, madre, perché ho perso mio figlio? Tu, che hai patito lo stesso mio dolore dimmi: hai mai trovato una risposta – una, una soltanto! – a questa domanda?». L’ultimo movimento spetta a Maryam stessa, la tanto invocata «Madre luminosa», «Madre di misericordia», «Madre dolcissima», «Madre di Verità», «Madre santa», «Madre di tutti» che si manifesta, non per dare risposte, ma per condividere il dolore delle donne che hanno parlato prima di lei e per sottolineare «il mistero che abbraccia tutto l’universo: l’onnipotenza dell’Amore, che è anche l’impotenza dell’Amore». Proprio lei che ha assistito impotente alla morte del figlio («Io che non ho potuto nulla…») viene a porsi come una figura ponte tra le diverse religioni, a significare che l’incontro non solo è possibile, ma è alla portata di chi sa ascoltare. In Maryam, la sempre straordinaria Ermanna Montanari – anche regista dello spettacolo con Marco Martinelli – si lascia letteralmente abitare dalle quattro donne: sulla destra del palco, in posizione quasi defilata, si impone con la potenza della sua voce trasformandosi in matrioska che contiene al suo interno queste invettive di dolore. Ognuna racconta la sua storia, ma talvolta interviene a chiosare le parole dell’altra.

 

Di grande effetto la regia che fa ricorso a inserti video, realizzati da Alessandro Renda, a corredo delle storie: si parte con un fiore che si trasforma in serpente per la prima storia, si passa per i bombardamenti della Siria nella seconda, per arrivare all’intenso volto di donna (Khadija Assaoulaimani) che fissa il pubblico nella terza, a cui si sovrappongono i testi tradotti in arabo. Ad amalgamare il tutto le vibranti musiche di Luigi Ceccarelli che evocano sibili, distruzione e lamento funebre a seconda dei vari momenti. Autore del testo è, invece, Luca Doninelli con cui il Teatro delle Albe aveva già collaborato per La mano nel 2005. Lo scrittore ha raccontato che «l’idea di Maryam viene da lontano, precisamente dalla Basilica dell’Annunciazione di Nazareth dove mi recai tra il 2005 e il 2006. Lì assistetti allo spettacolo di una fila quasi ininterrotta di donne musulmane che entravano nella basilica per rendere omaggio alla Madonna. Conoscevo già la devozione dei musulmani per Maria, ma quella visione mi colpì ugualmente per la sua solennità, per la certezza fiduciosa che quelle donne mi trasmettevano». In tempi di odio e di morte, un’immagine – e uno spettacolo – a dir poco rivoluzionari.

foto di Cesare Fabbri

 

www.teatrodellealbe.com

 

Milano            Teatro Elfo Puccini    fino al 12 febbraio

www.elfo.org

 

Parma             Teatro Due                 17 e 18 febbraio

www.teatrodue.org

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