bruce-springsteen-01Arrivano da ogni angolo del Paese, sono in fila intorno al ‘blocco’ e vogliono soltanto stare col loro idolo, la loro ispirazione, il loro boss. 30 secondi per dire “grazie” o qualsiasi altra cosa abbiamo mai sognato di dire a Bruce Springsteen. Commossi, composti, scomposti, esaltati, impacciati attendono il loro turno tra Clark e Adams, il cuore finanziario di Chicago. Data addizionale dello “Springsteen’s Born To Run Book Tour”, Chicago si aggiunge alle città americane toccate da Bruce dopo Freehold, New York, Philadelphia, Seattle, Los Angeles, Portland, San Francisco, Cambridge, Cincinnati, Denver, Austin, Kennesaw e Londra, unica tappa fuori porta. C’è Tim che dal 1973 ha visto 178 concerti, c’è la casalinga dell’Ohio che con la ricetta della pumpkin pie alla figlia sedicenne ha passato i dischi di Bruce Springsteen, c’è un ragazzone azzimato che viene dal Canada progressista di Justin Trudeau, ci sono i Thompson, numerosi (e biondi) come i Bradford, che hanno guidato ventidue ore e arrivano dall’Arizona, c’è Harrington, l’adoratore hardcore che vive per procura e poi ci sono io che vengo da Milano e Bruce l’ho visto per la prima volta in fondo agli anni Ottanta. Pochi giorni prima abbiamo strappato un biglietto alla sorte, infilando il primo secondo di vendita e arrivando primi alla cassa digitale. Perché siamo stati a tutti i suoi concerti ma non c’è niente come guardarlo negli occhi, abbracciarlo, baciarlo, sentirlo finalmente vicino e in ascolto.

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Lui, predicatore di una chiesa laica fondata sulla prossimità e il “patto di sangue”, abituato a cantare e a orchestrare tutti gli aspetti del ‘sermone’, è rimasto in silenzio, in piedi al centro della Books-A-Million, lasciando che la folla impaziente di ammiratori lo approcciasse con euforia, gratitudine, umiltà. Adulato, amato, apprezzato, fotografato, ha stretto mani, preso abbracci, ascoltato sinceramente uomini, donne, bambini, adolescenti, confermando un savoir-faire e un’attitudine sociale sbalorditive. Artista approachable, ha creato un evento che illustra quella sua idea di ‘società fraterna’ di cui la E Street Band è la manifestazione diretta. Concerti, canzoni, cover musicali sottolineano da sempre l’immagine di una banda di compagni. L’intera opera di Springsteen è consacrata a questa dimensione fraternale, opposta alla comunità familiare, che prevede sempre un patriarca, e fondata sulla condivisione e sulla sincerità dei sentimenti come cantano Blood Brothers, Bobby Jean, If I Should Fall Behind e Tenth Avenue Freeze Out. Se l’eccentricità e l’esclusività definiscono alcuni artisti del rock, Springsteen sceglie la prossimità, ridefinendo la relazione con l’arte e con l’altro. Per i fan Bruce ha qualità che lo oppongono al tipo della rockstar, spesso dandy introverso che opera sulla distanza e il ritiro dai legami sociali. Che posto occupa nella cultura del rock è chiaro osservando la coda in attesa. Tra Bruce e i suoi fan è vero amore, intrecciato negli anni, cresciuto negli anni. È questa linea invisibile (e indescrivibile) che il tour promozionale della sua autobiografia materializza, emergendo le emozioni intime dei fan, carichi di storie e di racconti personali che raccontano alle telecamere invadenti o al vicino di coda, ribadendo un rispetto incondizionato per chi ha cantato come nessun altro i sentimenti della working class. Lo spazio convenzionale di una libreria diventa per tutti spazio rituale, un luogo che si presta al culto e la cui posta in gioco è born-to-run-9781501141515_hr‘spettacolare’. E da quel rito, che si ripete uguale per 1100 persone, si esce in preda a una gioia irrefrenabile, qualcosa è accaduto. Ne fa fede l’intensità di emozioni scambiate tra fan coi capelli bianchi e giovanissimi, tra white collar e blue collar, uniti dalle stesse parole, le stesse melodie, gli stessi riff di chitarra. Bruce Springsteen ha davvero il migliore pubblico del mondo perché è la migliore rockstar del mondo, che ha fatto del rock una vocazione e un investimento di sé. Generoso e quasi timido, posando accanto a lui non possiamo che constatarne la semplicità, la stessa con la quale da quarant’anni sale sulla scena, balla con le sue ragazze, stringe mani, esegue canzoni a richiesta, si getta a corps perdu sul pubblico e si lascia portare. Professionista e artigiano, occupa una posizione interstiziale nella società, è l’interfaccia tra il mondo della cultura e della teoria e quello del quotidiano e della pratica. Diversamente da Elvis, Dylan o Cobain, pionieri o decadenti separati, Springsteen è un professionista integrato, l’artista perfettamente incorporato nel mondo dell’arte e capace di toccare un vasto pubblico. È lo scrittore solitario che non ha paura di abbandonarsi alla retorica dolcezza dei cerimoniali. Si muove tra i due mondi, si fa riconoscere e si impone coi suoi codici e i suoi valori. Bruce è un valore sicuro su cui possiamo contare. Sempre. Con lui la strada rimane un’avventura possibile. E sulla street a Chicago ci sentiamo ancora una volta parte di una storia lunghissima. Scoperto e vulnerabile senza la sua chitarra, si rivolge al suo pubblico con grazia straordinaria, cercando sguardi tra magliette scolorite di tour passati e la palpabile malinconia dell’invecchiare. Sono invecchiata anch’io nella mia t-shirt con un senso di gratitudine e un avanzo di innocenza che resta insieme a quella che è sempre in procinto di perdersi. Tra energia vitale inesauribile e lotta quotidiana. Tra Born to Run e Darkness on the Edge of Town. Invecchiata, mai vinta. Come il mio eroe nella foto accanto.

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