«È stato tante cose insieme, ma la cosa migliore è che prima di tutto è stato un grande essere umano.»                                                                                         Eminem su Tupac

 

 

 

 

Tupac Shakur non è mai morto.

Anche se gli hanno sparato 21 anni fa.

Il suo sguardo pieno di rabbia e di luce non invecchierà mai. Le rime potenti, gli album (non postumi) senza età e i film eccentrici o bellissimi (Gridlock’d) vivono ancora. Riascoltate un pezzo come Brenda’s Got a Baby dal primo disco solista 2Pacalypse Now, vera storia di una ragazzina di dodici anni molestata dal cugino e rimasta incinta. Per nascondere il fatto alla famiglia di tossici in cui vive getta il neonato nel cassonetto dopo aver partorito in un bagno pubblico. Butta la sua creatura in un cassonetto, senza rendersi nemmeno conto di come il bambino «avesse i suoi stessi occhi…». Brenda, che «a fatica riesce a pronunciare il proprio nome», diventa una baby prostituta, dipendente dal crack. Verrà ritrovata assassinata in strada. La vita iper tragica e “oscena” di Brenda, che deve restare fatto di cronaca da “breve del giornale”, perché riguarda “solo” quella famiglia o “solo” il ghetto, nei versi di Pac si fa racconto universale che punta il dito proprio contro l’indifferenza del mondo («that’s not our problem, that’s up to Brenda’s family…») e contro la legge non scritta per cui, se vivi nel ghetto, è normale che la violenza sia routine quotidiana e tutto sia “accettabile”. I versi di Tupac sono imbevuti di appassionata coscienza politica e sociale (Keep Ya Head Up, Dear Mama, Ghetto Gospel), di riferimenti biblici (So Many Tears) e di un sentimento militante capace di opporsi – il più possibile – ai compromessi (andò contro la richiesta della Interscope Records di non inserire proprio Brenda’s Got a Baby nel primo disco).

 

 

Oggi quale rapper superstar è capace di tanto cuore? Forse, in parte, Kendrick Lamar e i Run the Jewels. Di certo nell’epoca dell’hip-hop principalmente cinico, dell’indifferenza più abissale o, per dirla con il rocker John Murry, nella graceless age contemporanea, in un’economia alla canna del gas in cui le guerre fra poveri sono cresciute esponenzialmente, è difficile trovare artisti altrettanto bravi con le rime, oltre che drammatici, politici, sentiti («zuccherosi» secondo i detrattori di 2Pac come Peter Shapiro). I suoi album parlavano dell’America del crack (inteso come droga) e quella droga per poveri disperati proprio oggi è tornata tragicamente di moda.

«Just ‘cause you’re in the ghetto doesn’t mean you can’t grow (you can’t grow)…».

Tupac conosce bene la realtà di cui parla (madre tossicodipendente, spesso senza lavoro o senza casa), ha ereditato la coscienza politica e la cultura proprio da lei, Afeni Shakur, ex leader delle black panther (incinta di Tupac Amaru mentre era in carcere per “attività antiamericane”). Al cinema Pac ha lasciato il segno con un pugno di opere black come Juice di Ernest R. Dickerson, Poetic Justice di John Singleton, Bullet di Julien Temple, e soprattutto con Gridlock’d di Vondie Curtis-Hall (1997), prima commedia sull’eroina e contro la “malattia” del sistema sanitario iperburocratico americano, che per consentire di uscire dalla dipendenza da droghe getta i tossici in un incubo kafkiano. In quel film Tupac era “Spoon” il bassista eroinomane (ma rappava anche nel celebre pezzo Life Is a Traffic Jam) del trio jazz composto insieme alla cantante “Cookie” Thandie Newton (al massimo del suo fulgore) e al pianista compagno di pere “Stretch” Tim Roth. Quest’ultimo in un’intervista che gli feci in esclusiva nel 2008 mi ha raccontato: «Tupac è una delle persone migliori e più sensibili che abbia mai incontrato. Intelligente, divertente, mai banale. Quando mi portò a vedere gli studi della Death Row Records registrammo un breve rap insieme. Purtroppo non ricordo la mia strofa… Tupac era puro soul e per questo era sempre assolutamente naturale anche sullo schermo. Manca a me, come a milioni di altre persone.».

Demetrius Shipp Jr. in All Eyez On Me

 

Anche in Italia è arrivato da poco il film sulla sua storia e il suo “martirio”. All Eyez On Me del regista Benny Boom prende il titolo dall’album più famoso, pur non mascherando i lati bui dell’artista, non riesce però a non essere in parte una cartolina lucida e patinata. Viene da chiedersi se il cinema sappia raccontare davvero il rap senza farsi per forza videoclip allungato. Di esempi grandiosi di rap moviez è piena la storia, basti citare i popolari e relativamente recenti 8Mile e Straight Outta Compton, ma anche opere clamorose e meno note come Wild Style e Krush Groove. La santificazione delle vere rapstar morte sembra però quasi un’equazione. Tupac e Biggie infatti hanno ora entrambi i loro biopic-santino (rispettivamente All Eyez On Me e Notorious B.I.G.). La loro arte è forse talmente incontenibile che non basta un film a raccontarli, specie se entrambi si concentrano troppo nella celebrazione (anche dei lati oscuri) e mettono in scena soprattutto la violenza, la morte (relative ipotesi che si fanno certezze) e tutte le sottostorie gangsta, piuttosto che il flow, le rime al vetriolo, la forza delle parole. Come ha detto qualcuno: «non c’è mai stato nessuno come Pac prima di Pac». Peccato solo che, come per Jimi Hendrix, dopo la morte i dischi postumi siano diventati quasi più numerosi di quelli da vivo.

«So what’s next, there ain’t nothing left to sell…».

 

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