Jane BirkinPresente sullo schermo del Festival del film Locarno con un corto che la vede protagonista (La femme et le TGV di Timo von Gunten), Jane Birkin ha ripercorso con generosità, nell’incontro con il pubblico, alcune tappe fondamentali della sua formidabile carriera. Ha ricordato i colleghi e i registi, il rapporto con Serge Gainsbourg, gli anni Sessanta, la moda, il suo amore per la musica e tanto, tanto altro.

 

Swinging London

Io non mi sono mai sentita un’icona della moda: però se penso agli Anni 60 e 70, a come ci vestivamo, sono felice di averli vissuti, perché in fondo noi giovani di allora abbiamo davvero fatto una rivoluzione. Fino a quel momento gli abiti venivano creati per signore bene 40enni: le uniche che potevano comprare. Con la mia generazione tutto cambiò: per la prima volta, proprio nella Swinging London, invece i creativi pensarono a noi giovani. E non solo limitandosi a disegnare jeans e t-shirt, ma anche abiti, accessori. Il passato lo dipingi come vorresti fosse stato e non come fu davvero. È l’effetto nostalgia. Se ripenso alla Swinging London, mi viene in mente King’s Road: per me allora era il posto dove andare a comprare abiti che mi piacevano. Se ci penso adesso, invece, è come se sentissi l’eccitazione per la nuova moda, per una rivoluzione che dalle minigonne passava alla vita sociale, a quello che noi donne ci sentivamo di voler diventare e di come ancora ci vedevano i maschi e in fondo anche noi stesse.

 

Gli anni Sessanta

È tutto cominciato allora. Oggi dicono che sono stati anni rivoluzionari: non so giudicare. Io mi sentivo così tradizionale, all’epoca: venivo da una famiglia di militari e casalinghe, mi ero sposata presto e volevo fare la moglie e la mamma. Certo, mi piaceva anche lavorare: a teatro, nel cinema… Ma poi tornavo a casa. Un giorno vennero a Londra quelli di Newsweek, per intervistare mio marito John Barry e nell’articolo parlarono di lui, della sua E-type Jaguar e della sua E-type moglie, che ero io. Ancora adesso mi chiedo se fosse un complimento. Non so, ma ero quello. Ho imparato a fare da sola quando John tornò dagli Usa con un’altra donna. Avevo una bambina, Kate Barry: eravamo io e lei, dovevo occuparmi di noi e così lasciai Londra per Parigi. E tutto ricominciò. Meglio, cominciò.

 

Io e Agnès Varda

Ho lavorato con così tantissimi registi. Non voglio fare torto a nessuno, ma vorrei ricordare una sola autrice: Agnès Varda. Si tratta della persona più curiosa e stimolante che io abbia mai incontrato. Una volta eravamo ferme all’aeroporto di Madrid: venivamo da Parigi e dovevamo andare su un set. Avevamo un buco di due/tre ore. Io avrei voluto riposare invece lei mi disse: “No Jane. Prendiamo al volo un taxi e andiamo al Prado”. Aveva voglia di vedere un quadro…

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Antonioni e il nudo di Blow Up

Antonioni era un Maestro. Io avevo già lavorato a teatro, in un musical. Ed era un perfezionista fino all’ossessione: del resto era un architetto, aveva tutto sotto controllo, come disegnato nella sua testa. All’epoca capitava di arrivare sul set e di recitare con i tuoi vestiti. Quel mattino ricordo che indossavo una maglietta e una minigonna che avevo comprato a King’s Road. Non gli piacevano. E non amava neppure il mio colore di capelli. Così mi fece cambiare tinta e mi propose la famosa scena in topless. Chiamai mio marito John Barry e lui mi disse: “Ma se non ti spogli per Michelangelo Antonioni per chi dovresti farlo? È il più grande regista del mondo: se devi farti vedere nuda, il massimo è farlo con lui”.

 

Je t’aime… moi non plus234

Avevo recitato in un musical a 17 anni. In più ero stata sposata con John Barry, tra i più grandi musicisti e autori di colonne sonore dell’epoca. Mi piaceva cantare, lo facevo spesso e sapevo di avere una bella voce. Ma a Serge Gainsbourg non piaceva il mio timbro. Mi chiese di cantare con un tono più alto. E poi ancora più alto. Gli diedi retta. Gli davo sempre retta. La canzone, anche se all’inizio censurata, fu un tale successo che ogni anno ne abbiamo inciso una nuova versione. Anche dopo che l’amore finì. Fino alla morte di Serge”.

 

L’esordio dietro la macchina da presa

Boxes è film con cui ho esordito come regista: l’ho girato nel 2007, con amici come Geraldine Chaplin e Michel Piccoli. Ma sono orgogliosa di aver scelto due giovanissime e allora sconosciute attrici, per interpretare le mie figlie: Adèle Exarchopoulos e Natacha Régnier, che oggi sono famosissime. Adèle è stata la protagonista di La vita di Adèle, ha vinto la Palma d’Oro a Cannes. Non è che volessi fare la regista per forza, ma quella era la mia storia e così decisi di dirigerlo io. Avevo chiesto a Geraldine – ci conosciamo da una vita – di interpretarmi, ma lei mi disse: “No: sarò tua madre”. Il cinema è anche questo…

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