Speriamo presto di veder tradotto in Italia il libro di Jean A. Gili Marcello Pagliero, l’italien de Saint-Germain-des-Prés. Anche perchè il suo autore annuncia che se questo dovesse avvenire sicuramente integrerebbe il libro con i nuovi sviluppi di una ricerca ancora in corsa, e che è diventata una delle tante “magnifiche ossessioni” di cui vive il cinema. Jean Gili si è da sempre interessato di cinema italiano e la storia di Marcello Pagliero, anche lui diviso tra Francia e Italia, ha finito per coinvolgerlo in modo particolare. Edito dalla AFRHC, l’associazione sorella di quella italiana di storia e ricerche sul cinema (AIRSC), il volume ci consente di approfondire ancora meglio quella fase in cui il cinema italiano diventò quasi un “manifesto” per il cinema di tutto il mondo. Autore per lo più sconosciuto da noi, Pagliero era invece uno di quelli che partecipò alla nascita del neorealismo, in particolare legato a Roberto Rossellini con cui firma la sua opera prima. In realtà un film iniziato da Rossellini, che Pagliero proverà a portare a termine e finì per essere ritirato dalla distribuzione per un eccesso di nudo. Primi segni, Desiderio (1945), di una liberazione di cui forse il neorealismo fu meno capace. Il primo vero film di Marcello Pagliero esce nel 1948 ma in realtà è girato nello stesso anno di Roma città aperta, in cui Pagliero recita nella parte dell’ingegnere Manfredi torturato e ucciso dai tedeschi. Un’interpretazione che gli valse una breve, ma intensa carriera di attore. La sua aspirazione era invece la regia, e sin dal 1940 lavorava scrivendo soggetti per il cinema italiano. Il suo film doveva titolarsi La notte porta consiglio ma per evidenti ragioni commerciali esce con il titolo di Roma città libera (1945-48). In apertura un’immagine tratta da Les amants de Brasmort.

 

Roma città libera (1945-48)

 

Nato nel 1907 da un padre genovese e una madre francese, Pagliero lega in modo particolare con Roberto Rossellini, ma nei film troviamo tantissime partecipazioni artistiche, da Ennio Flaiano, a Suso Cecchi D’Amico a Cesare Zavattini. E non mancherà di ironizzare su questo ambiente letterario mettendo in bocca al personaggio pirandelliano dello scrittore di romanzi d’attualità interpretato da Gabriele Ferzetti in Vestire gli ignudi (1954) la battuta “ah io non sono mica come Moravia…”. Sono questi due dei quattro film riproposti in questi giorni a Bologna per Il Cinema Ritrovato, e presentati dallo stesso Gili. Gli altri due sono quelli francesi, dove Marcello Pagliero si legherà in modo particolare a Jean-Paul Sartre, Un homme marche dans la ville del 1950 e Les amants de Brasmort del 1951. Non fa piacere constatare quanto più forte e matura sia l’esperienza francese. Ne è testimonianza l’apprezzamento di André Bazin per questi film francesi dove il debito verso il neorealismo italiano è evidente, ma altrettanto forte è la carica eversiva e liberatoria. Sembra di ritrovarci di fronte alla Città Nuda di Jules Dassin, e a ben vedere in Roma città libera ritroviamo già la struttura del polar, la cui primogenitura viene attribuita proprio a Dassin, con Rififi giunto in Francia perché in fuga dal maccartismo. E se il porto di Le Havre in Un homme marche dans la ville ci ricorda la città nuda, gli amanti di Brasmort non possono non far pensare all’Atalante di Vigo. In Pagliero ci sembra così di cogliere non tanto il neorealismo quanto il suo fallimento in Italia, proprio nel paese che con i suoi film portò a quella liberazione di forme e invenzioni che dette vita alle nouvelle vague di tutto il mondo, ma non da noi. Il film italiano del 1954 non regge assolutamente il confronto e appare decisamente mediocre, eppure Pagliero ha già maturato le sue esperienze di regia in Francia, dove ritornerà senza più far tornare in Italia. Di questa libertà espressiva, decisamente lontana dagli stilemi del realismo, è il personaggio di Vittorio De Sica in Roma città libera, un film che ci appare davvero originalissimo, che cammina per tutto il tempo sul filo del rasoio, tra noir, commedia nera, farsa e realismo. Straordinaria l’interpretazione di Vittorio De Sica, per una scrittura che sembra cucita addosso: un ministro in tenuta di gala, che nella notte in cui tutto il film si svolge, si è perso e ha dimenticato chi fosse, intrecciando il suo vagabondaggio con ladri e falliti di ogni tipo, in una commedia degli equivoci intorno ad alcune collane di perle di vero valore, ma in realtà scambiate per bigiotteria senza mercato. Molto più aderente al corpo di paesaggi e personaggi i due film francesi, portuali e marinai. I personaggi femminili sono carichi di un desiderio inedito, che ritroviamo inibito nel successivo film italiano, pur essendo evidente la maestria di Pagliero nel dirigere gli attori, in questo caso Eleonora Rossi Drago, sempre ambigua tra sensualità e vittimismo, ma senza la forza dei personaggi femminili francesi.

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