Andrea Camilleri ha confessato di aver scritto “l’ultimo Montalbano“, ma il manoscritto è conservato in un comune cassetto, da oltre 10 anni. “Scrissi l’ultimo Montalbano anni fa temendo Alzhemeir, la sua fine è già scritta”, ha dichiarato più volte. Due cifre per dare il senso del successo italiano (poi c’è l’estero…) dello scrittore nato il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle: 32 milioni di copie vendute e 1 miliardo e 200 milioni di spettatori per la serie tv. In attesa di leggere l’ultimo libro che dovrebbe intitolarsi Riccardino ed è il n.31 della serie dedicata a Montalbano, ecco alcune dichiarazioni di Camilleri tratte da Micromega, Il Messaggero, La Repubblica, Le Monde.

 

La storia è cominciata così…

Dopo aver scritto Il birraio di Preston, con la sua struttura apparentemente “disordinata”, volevo verificare se riuscivo a scrivere all’interno della “gabbia” del giallo. Scrissi così La forma dell’acqua. Il secondo romanzo Il cane di terracotta, venne fuori perché volevo “completare” il personaggio del commissario, che nel primo era più una “funzione” che un “personaggio”; e per me era finita lì. Non mi sono ispirato a nessuna persona che conosco. E’ piuttosto un puzzle, ci sono tanti elementi di personaggi veramente esistiti ma il totale risulta di fantasia. Il successo che ebbero i 2 romanzi portò Elvira Sellerio a spingere perché ne continuassi a scrivere, e il resto è storia.

 

Il mio metodo

Fino a dieci anni fa riuscivo a scrivere contemporaneamente romanzi storici e Montalbano, oggi che la cecità mi costringe a dettare le cose che scrivo, sarebbe impossibile. Io ho sempre scritto di mattina e alternavo: un giorno decidevo di scrivere Montalbano e quello dopo il romanzo storico su cui stavo lavorando. Per entrambi iniziavo sempre rileggendo, anche due volte se necessario, le ultime venti pagine che avevo scritto, in modo da entrarci dentro. Poi quando sentivo di essere in grado di ricollegare la nuova scrittura alla vecchia, iniziavo a scrivere. Un’operazione assai più semplice da fare per i Montalbano che per i romanzi storici. Non ho mai sentito il bisogno di prendere appunti. Il 90 per cento della storia che voglio raccontare è già presente e organizzata nella mia mente.

 

L’amore è una lente deformante

Le donne che descrivo nei romanzi sono, sì, donne che ho incontrato nella mia vita, ma non sono le donne che ho amato. Non ho mai scritto delle donne che ho amato perché credo che l’amore sia una straordinaria lente deformante. E poi in generale non parlo mai di me, è inutile cercare qualcosa di autobiografico nei miei libri, a meno che non sia espressamente dichiarato. Esercizi di memoria, per esempio, è esplicitamente autobiografico e racconto cose che mi sono accadute, ma nei romanzi non c’è niente di mio.

 

Le donne dei romanzi

Le donne dei miei romanzi sono donne molto sensuali, molto carnali ma non per questo possono essere tacciate di non essere femministe. A me peraltro pare che stiamo vivendo un’ondata sessuofobica, forse eccessiva: oggi persino mettere la mano sul ginocchio di una ragazza è considerato una molestia. Credo che abbia ragione Catherine Deneuve che ha detto “andiamoci piano, così finisce il gioco della seduzione”.

 

Io e il teatro

Non credo sia stato il teatro la più grande passione della mia vita. Però l’ho amato molto e l’ho continuato a seguire anche quando ho smesso di fare le mie regie. Nella mia scrittura è stato sempre presente, l’esperienza teatrale ha sicuramente influito e plasmato il mio modo di narrare. Certo in  Il metodo Catalanotti ho esplicitato un mondo che ho vissuto e che mi porto dentro su sollecitazione di mia moglie Rosetta, che un giorno mi ha domandato: “ma perché non scrivi qualcosa di Montalbano in teatro?”.

 

Montalbano e i migranti

Le riflessioni su Montalbano e i migranti le ho accolte con stupore. Non c’è nulla che possa suscitare sdegni in L’altro capo del filo. Ho semplicemente raccontato quello che succedeva qualche anno fa nella mia Porto Empedocle, quando la Guardia Costiera portava lì centinaia di migranti raccolti in mare. Se questa è polemica non so che fare, questa è cronaca, è Storia. Forse una volta avevamo più cuore. Porto Empedocle è un porto aperto, accogliente.

 

Non  vedo ma sento…

Io oggi non vedo, ma purtroppo sento ancora. Non ho bisogno di vedere in faccia chi pronuncia certe parole. In questo momento è una fortuna essere ciechi. Non vedere certe facce ributtanti che seminano odio, che seminano vento e raccoglieranno tempesta. Stiamo perdendo la misura, il peso, il valore della parola. Le parole possono trasformarsi in pallottole, bisogna far cessare questo vento dell’odio atroce. Perché l’altro è diverso da me? L’altro non è altro che me stesso allo specchio. Abbiamo perso i valori.

 

Salvini e il 1937

Non voglio fare paragoni ma intorno alle posizioni estremiste di Salvini avverto lo stesso consenso che a dodici anni, nel 1937, sentivo intorno a Mussolini. Ed è un brutto consenso perché fa venire alla luce il lato peggiore degli italiani, quello che abbiamo sempre nascosto.

 

 

 

 

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