50167_pplParliamo dell’origine di Sangue del mio sangue

Il film è nato un po’ per caso, nel senso che durante il laboratorio di cinema che conducevo fino a qualche anno fa a Bobbio con un gruppo di amici cineasti, realizzai un corto, utilizzando, come sempre facevo, le persone che vivono lì, che ruotano intorno all’ambiente di Bobbio. Un giorno, cercando nuovi ambienti in cui girare, ho trovato le vecchie carceri abbandonate, luogo affascinante che poi abbiamo potuto utilizzare gratuitamente. Contemporaneamente stavo ripensando al personaggio che mi aveva maggiormente affascinato ne I promessi sposi – lettura subìta al liceo come per molti studenti – vale a dire la monaca di Monza, personaggio attraente e seducente, tante volte portato al cinema. Ecco l’origine di Sangue del mio sangue, perché in quel cortometraggio ho realizzato ciò che ora è l’epilogo del film, con la figura del vecchio cardinale che si convince della conversione autentica della monaca e decide di smurarla dopo che era stata murata. Gli studi dicono che quella monaca abbia condotto da quel momento in poi una vita ineccepibile, da santa, ma io ho preferito capovolgere il finale, come se questa conversione fosse solo apparente, mentre in realtà la donna, nonostante la terribile punizione subita e grazie ad una sua vitalità miracolosa, conservasse tutta la sua bellezza. Così, uscendo viva e bellissima dalla sua prigione, annienta il povero vecchio cardinale. Fatto questo cortometraggio, mi è venuta la voglia di proseguire anche per una serie di somiglianze famigliari (il cardinale è interpretato da mio fratello che somiglia molto a mio figlio) e così ho pensato ad un antefatto, che rappresenta il primo episodi del film. A questo, poi, ho voluto aggiungere un episodio moderno conservando l’unità di luogo: così, in queste prigioni abbandonate scopriamo che vive un conte misterioso, chiamato vampiro. E lui, con una sorta di società segreta, gestisce la vita di questo paese, garantendo anche un certo benessere. Non è difficile trovare delle analogie con la gestione di tante comunità isolate. Soprattutto quando ero ragazzo a Bobbio, la presenza della Chiesa era fortissima e il braccio secolare della chiesa, cioè la Democrazia Cristiana, distribuiva favori, aiuti, assistenza, raccomandazioni per una serie di posti nella provincia, nella regione e nel Nord Italia. C’era una sorta di corruzione non violenta che vigeva in tutto il territorio, ed è quello che volevo rappresentare. Questo isolamento ora si è completamente frantumato, ma su questi due domini, il potere assoluto della Chiesa del Seicento sulla vita e sulla morte dei cittadini, e il potere moderno, si rispecchia un certo tipo di immobilismo di un’Italia che sembra ferma, ma che si muove impercettibilmente.

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Infatti è un film sul potere, che, ieri come oggi, resta sempre uguale a se stesso.

Il potere per esistere e per resistere, deve confortare, ma anche succhiare il sangue ai cittadini, nel senso di impedire a loro di cambiare, per mantenersi. La mia è un’idea molto pacifica, anarchica, certo, ma il fatto è che io ho sempre nei confronti di chi comanda, i padroni, i padri, un certo sentimento di diffidenza.

 

img1024-700_dettaglio2_sangue-del-mio-sangueUno dei termini che più viene usato a proposito di questo film è quello di “libertà”. Nella scrittura, come sempre, ma anche nell’utilizzo della musica. Oltre alla partitutra originale di Crivelli ci sono canzoni, canti, motivi popolari…

In effetti questo film è molto libero perché, avendo a disposizione un piccolo budget, avevamo una certa tranquillità e libertà. È un film libero perché non mi interessava sforzarmi per trovare un rapporto perfetto tra il presente e il passato. È un film drammaturgicamente imperfetto, non possiede l’ordine, la precisione, le corrispondenze assolute che ritroviamo in tutto il cinema americano, dove non c’è nulla che non abbia una spiegazione. Per quel che riguarda la musica, sentivo che la partitura musicale era molto importante e io ho la fortuna di lavorare con Crivelli che è un grande e originalissimo compositore, proprio perché va dentro alle immagini, non le accompagna semplicemente. Però, ci sono anche delle canzoni interne al film, come Torna a Surriento, oppure il repertorio paesano cantato da un coro di Bobbio, che mi sembrava adatto al contesto.

 

È la storia di un amore inascoltato e anche di una necessità di essere liberi.

La storia nasce dal confessore che, confessando questa suora, se ne innamora perdutamente, ma non ha il coraggio di fuggire con lei e preferisce suicidarsi. Arriva il gemello, che a sua volta si innamora della donna, ma ha la freddezza per farla condannare. C’è nel personaggio di Benedetta un aspetto che io considero fondamentale: lei vuole uscire da questa prigione, a differenza della monaca di Monza, che non pensa affatto ad andarsene dal convento, ma vuole essere padrona dentro il convento, facendo quello che vuole. Benedetta, invece, vuole la libertà. Lei è più forte del suo persecutore. Al contrario del mio primo film, I pugni in tasca, dove il protagonista uccide la madre e il fratello con il progetto di diventare padrone della sua casa, qui Benedetta vuole l’esatto opposto, vuole uscire dalla prigione e vivere libera. Questo indica un netto cambiamento del mio modo di pensare, già visibile nei miei film precedenti.

 

È possibile che una parte della sua ispirazione derivi da L’ispettore generale di Gogol?

Quando si è attratti da un progetto, dapprima ti vengono in mente le immagini, poi si cerca una traccia. Via via che lavoravo al film, ho scoperto ad esempio, che il primo episodio mi appassionava profondamente perché si legava alla mia tragedia famigliare della morte tragica del mio gemello, che avevo già descritto, anche se in modo non del tutto soddisfacente, ne Gli occhi, la bocca. Per l’episodio ambientato nel presente, invece, avevo cercato diverse soluzioni, finché non ho pensato a L’ispettore generale. La tentazione originaria era di collegare strettamente i due episodi con un percorso metafilmico che poi ho capito essere intellettualistico, e mi sono detto: se in questa prigione arrivasssero due lestofanti che fanno finta di volerla acquistare per mettere a segno una truffa? Ecco Gogol. Mi sono limitato a prendere alcuni frammenti. E il finale, con l’arrivo lento, silenzioso, all’aba della guardia di finanza, corrisponde in parte all’ultima battuta “È arrivato il vero ispettore generale” che conclude la commedia di Gogol.

 

Si può dire che questo film abbia uno sguardo nei confronti del femminile, molto particolare.

Quello che facciamo risponde in qualche modo a quello che siamo, alla vita che abbiamo fatto, alla nostra cultura. E io ho sempre visto una determinazione, un carattere nelle donne diverso, come se fossero esseri umani più seri, più coraggiosi e forse anche più folli. Vedo nell’uomo una certa viltà, benché io mi sia sempre sforzato di vivere con coraggio. Così, al contrario degli uomini, le donne nel mio film usano il loro potere in modo diverso: Benedetta, ma anche la giovane sorella dell’ispettore, riescono a far sentire al vecchio vampiro che la fine è vicina. Benedetta, in particolare, esercita una forza molto attrattiva, una forza di resistenza, una vitalità che è molto diversa da quella dell’uomo.

 

Quello che mi colpisce di più di questo film è il fatto di aver usato la tua biografia, gli episodi della tua vita, esattamente come usi i tuoi film precedenti. Due fonti, diciamo impropriamente, di ispirazione, che creano nel film una tensione alla profondità dello sguardo in senso lato e generale. Si riconiscono, infatti, in questo film, echi da Gli occhi, la bocca, Sorelle Mai, Buongiorno, notte, solo per fare degli esempi.

Queste cose succedono quasi involontariamente. Paragonandomi ad un pittore, è chiaro che tutta una serie di immagini ritornano e si trasformano, si colorano. Come se tutta una serie di fantasmi, di parole, di personaggi ritornassero in modo diverso. È naturale a mio avviso perché bene o male ho sempre cercato questi collegamenti. La cosa che più mi diverte e mi appassiona è raccontare, sia pure isangue-del-mio-sangue-620x330n modo trasformato, vicende della mia esperienza di vita e del mio lavoro. Un po’ come il Tiziano, che, nell’ultima fase di vita ha dipinto gli elementi di sempre, estremamente riconoscibili, quindi, ma con un tocco molto cambiato.

 

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