Sarà ricordato soprattutto per il film fiume Shoah (1985), in cui, in quasi dieci ore, si racconta lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti durante la Seconda Guerra mondiale. Girato interamente in Polonia, è un inventario personale di parole e immagini, con interviste ai sopravvissuti, ex SS, gente del luogo, ognuno chiamato a raccontare dettagli di quello che sapeva o che ha visto o che ha subìto sulla propria pelle. Per questo film Lanzmann è arrivato anche a fingersi simpatizzante nazista pur di introdursi in luoghi che altrimenti gli sarebbero stati preclusi e affrontare argomenti che non sarebbero mai affiorati nella conversazione. Perché la questione ebraica per il regista francese, morto pochi giorni fa all’età di 92 anni, era il centro della sua ricerca di cineasta e di intellettuale. Per realizzare Shoah Lanzmann ha impiegato quasi dodici anni di studio, di incontri e di lavoro sul set, girando 350 ore di testimonianze di diverso tipo, che hanno alimentato, poi, i film successivi, da Un vivant qui passe (1999) a Sobibor (2001), per fare solo degli esempi. “Un atto di testimonianza”, come lo ha definito il critico americano Roger Ebert, descrivendo con una semplice espressione il vero signifuicato di tutto il suo cinema.

 

Nato a Parigi nel 1925, diviene partigiano della Resistenza a soli diciassette anni, poi, a guerra finita, giornalista per quotidiani e riviste di prestigio come France-Soir o Elle, oltre che attivo membro della redazione di Les Temps Moderne, la pubblicazione fondata da Jean-Paul Sartre nel 1945 (e di cui sarà direttore). È fin da subito favorevole allo stato di Israele e, al contempo, attivo anticolonialista: firma il Manifesto dei 121 che denuncia la repressione in Algeria e per questo viene accusato. Alle aspre critiche di chi gli rimprovera di essere contraddittorio nelle sue radicali posizioni politiche, risponde con il suo primo documentario, Pourquoi Israel (1973), in cui ricostruisce la storia dello stato di Israele a venticinque anni di distanza dalla sua creazione. Il film contiene già tutta la poetica di Lanzmann, il suo modo di affrontare la Storia andando nel cuore dei fatti, parlando direttamente con le persone, cercando le connessioni invisibili ad occhi meno esperti e interrogando la realtà senza mai dimostrarsi appagato. Da questo momento in poi il suo lavoro di cineasta prosegue lungo la stessa linea di ricerca, andando in profondità e analizzando i fatti attraverso la loro testimonianza diretta. Così per Tsahal (1994), in cui descrive l’esercito israeliano, e per L’ultimo degli ingiusti (2013), in cui recupera una lunga intervista filmata nel 1975 al controverso rabbino di Vienna Benjamin Murmelstein, l’unico sopravvissuto del suo campo di concentramento. Nel 2017 “torna” in Corea del Nord con Napalm, un film insolito, in cui ripensa al suo viaggio a Pyongyang avvenuto nel 1958. Membro di una delegazionne di intellettuali occidentali, intrecciò una relazione con una giovane infermiera coreana, che descrive con non poca emozione. Ritorna subito dopo sulla questione ebraica con Les Quatre Soeurse, destinato ad essere il suo ultimo film e che esce in Francia a inizio 2018. Quattro episodi dedicati ad altrettante donne ebree (da Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia) deportate nei campi di prigionia e testimoni della morte di migliaia di loro connazionali. Prima di morire, in un’intervista, disse: “Non mi sono mai curato della morte. Quello che più al mondo mi scandalizza è dover morire. Non mi piace la musica, e non mi piace morire”.

Claude Lanzmann visita l’Egitto nel 1967 con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir

 

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