Svecchiare la musica cantautorale, innovandola con leggerezza. È l’obbiettivo dichiarato del 34enne Lorenzo Urciullo in arte Colapesce, il quale in Infedele – suo terzo ellepì dopo Un meraviglioso declino (Targa Tenco opera prima nel 2012) ed Egomostro (del 2015) – ha pure indicato chiaramente l’orizzonte a cui aspira, contaminando la canzone d’autore con la musica digitale, coniugando contenuti poetici e produzione da laptop, andando oltre la melodia immediata senza peraltro mai rinunciare alla forma canzone. Le architetture insieme semplici e complesse del musicista siciliano sono messe alla prova in un tour nei club della penisola, in cui Colapesce è accompagnato dall’Infedele Orchestra, cinque strumentisti sul palco e quattro tecnici dietro le quinte, a garantire potenza e qualità di suono. Abbiamo intervistato Colapesce.

 

 

Lorenzo, sulla copertina di Infedele campeggia una fotografia della sua Prima Comunione, in chiara antitesi al titolo. A cosa si deve questa scelta?

È nato prima il titolo, poi la cover. Mi è sembrata un’immagine forte, che poi è quello che cercavo, per far risaltare le “infedeltà” del disco, che non sono spirituali, bensì musicali e testuali. La non fedeltà a nessuna chiesa si traduce nella diversità di influenze sonore, a volte anche in antitesi tra loro; ma pure nel mash-up tra linguaggio classico e sperimentale.

 

Il disco ha solo otto tracce, nemmeno troppo lunghe. Non sono poche per un ellepì?

I dischi che mi piacciono hanno quasi tutti otto tracce. Di canzoni per Infedele ne ho scritte una ventina, ma poi ho scremato: volevo coesione testuale e aderenza al concetto di partenza.

 

In termini di sonorità si svaria dal pop all’elettronica (con le percussioni in evidenza), ma ci sono pure frequenti digressioni jazz. C’è un filo conduttore che percorre il disco?

La voglia di contaminare, di far emergere le diverse influenze: è quello, se ce n’è uno, il filo conduttore.

 

Abbondano i riferimenti cinematografici…

Il cinema per me è fondamentale: cerco sempre di scrivere per immagini, e non di rado inserisco nelle canzoni riferimenti diretti agli autori del passato, ma non solo a quelli. Adoro senz’altro Hitchcock, ma anche Kaurismaki e Paul Thomas Anderson.

 

Quando la accostano (e accade con sempre maggiore frequenza) al Battiato degli esordi o al Battisti post Mogol, che sensazioni prova?

Né questo disco né i precedenti sono stati pensati con quelle influenze in particolare. Ma amo sia Battiato che Battisti, e dunque la cosa mi fa piacere. Ascolto di tutto, dal pop al jazz, dal fado all’elettronica, e credo che nei miei lavori questa varietà si senta.

 

Ha optato per una produzione a sei mani, affiancando Jacopo Incani (Iosonouncane) a Mario Conte, che è con lei da tempo. Voglia di allargare gli orizzonti?

Con Mario lavoro da alcuni anni, il nostro è un rapporto artistico consolidato. Di Jacopo sono amico, e con lui condivido i gusti musicali e il modo stesso di fare musica. Li ho coinvolti entrambi perché cercavo il confronto con persone che stimo, già a partire dalla fase di produzione. Scelta che ritengo azzeccata, perché ci siamo trovati benissimo. D’altronde siamo tutti e tre uomini di mare: io siciliano, Jacopo sardo, Mario napoletano.

 

A proposito di mare: il brano Vasco Da Gama ha come sottofondo voci di pescatori e conferma il fascino che esso esercita su Colapesce…

L’amore per il mare, da cui non riesco mai ad allontanarmi troppo, è già esplicito nel mio pseudonimo (che deriva da una antica leggenda popolare del Sud, nota con diverse varianti regionali, ndr). In Vasco Da Gama il tappeto sonoro è rappresentato dalle voci che ho estratto da un documentario di Vittorio De Seta, autore di cui ho grandissima stima: forse non è un caso che sia anche il pezzo del disco che preferisco a tutti gli altri.

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